Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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mercoledì 16 marzo 2022
venerdì 9 ottobre 2015
di risvegli, ritratti, patate e coincidenze
Stamattina, appena sveglio, ho letto il commovente ritratto che Sergio Pasquandrea fa di Louis Armstrong nel suo libro Volevo essere Bill Evans (Fara 2014), raccolta di brevi testi sul jazz. Così mi è venuto da pensare a Woody Allen che in quell'altro commovente autoritratto che è Manhattan inseriva questo pezzo fra i motivi per cui vale la pena di vivere: Potato Head blues, uno dei primi capolavori di Armstrong, inciso nel 1927 dai suoi Hot Seven e che si avvale nell'intro di un favoloso interplay col clarinettista Johnny Dodds appena entrato nel gruppo, per poi dare spazio a 0.40 a uno dei più belli assoli registrati da Armstrong, senz'altro il più gioioso. Alcune di quelle piccole cose, insomma, per cui vale la pena di svegliarsi, e che mi andava di condividere con voi.
Ora che ci penso, questo post va dedicato anche a Marco Bertoli, che è in parte ispiratore del libro di Sergio e che proprio ieri pubblicava a sua volta un pezzo omaggio a Louis. Quando si parla di coinvidenze letterarie.
domenica 29 dicembre 2013
l’aria impigliata sui rami...
L’aria impigliata sui rami
se la osservi è più chiara.
Così fa il tuo cuore
fra le mie ruote e siamo
un passo solo per via.
se la osservi è più chiara.
Così fa il tuo cuore
fra le mie ruote e siamo
un passo solo per via.
sabato 29 giugno 2013
madonnella
Una mattina, senza che ci sia una vera spiegazione, lo prende una felicità così grande che non riesce a restarsene a letto. È appena giorno, ma si accorge, affacciandosi dal balcone della stanza, di come i condomini spellati di fronte risuonino di vita, di chiacchiere e tv a basso volume, profumino di caffè e di bucato fresco, di sughi preparati per il pranzo, di merda calda di piccione e del vibrare dei gatti in agguato sui tetti più in basso. Perfino il gatto di casa lo osserva dal fondo della cucina con gli occhi spalancati, quasi avesse di fronte un ospite nuovo. Si sentono i treni fischiare in lontananza e ogni cosa intorno è immersa nel fresco rigenerante del primo mattino d’estate.
È irrequieto, va avanti e indietro per la casa, in punta di piedi per non fare rumore e svegliare gli altri. Si muove in piccoli cerchi concentrici, immaginandosi come un tuffo nell’acqua che si riverberi intorno nello spazio della casa, gira prima su se stesso, poi intorno a un asse immaginario, e a ogni giro allunga il suo tragitto di poco, un passo alla volta, un passo alla volta, ma in silenzio, fino a che il suo giro comprende l’intera casa, tocca ogni muro dell’appartamento, fino a che i muri stessi non riescono più a contenerlo, e allora spalanca la porta dando un gran respiro, per inalare la polvere delle scale mentre si affaccia sul pianerottolo.
E c’è polvere e aria consunta, ma non solo, intercetta un odore che si spande per la tromba delle scale, riempiendole della sua fragranza, un odore talmente diverso che ci mette un po’ per capire cos’è, profumo di rose. Viene dalla figlia del cartolaio in pensione che sta al primo piano, che scende lentamente le scale del condominio, a braccetto del padre, per andarsi a sposare. Li vede affacciandosi giù attraverso la ringhiera. Suo padre in giacca grigia, umile ma dignitoso. E lei giovanissima, quasi una bambina, con un vestito bianco e corto che le lascia scoperte le gambe caramellate dall’abbronzatura, e un odore di rose pieno di speranza e di mistero. E anche lui, in ciabatte e pigiama, decide all’improvviso di rimanere in quella scia di profumo il più a lungo possibile, dimenticandosi del resto, e di seguire la sposa giù per le scale del palazzo e poi fin in fondo alla strada, dove li aspetta una macchina ben lucidata.
Così vanno in quello strano corteo lungo il marciapiede, sul lato in ombra della strada, padre e figlia silenziosi e indifferenti, quasi regali nel loro ignorarlo, e lui dietro, strambo testimone del fascino di una sposina. Incrociano i loro vicini che già in costume, col telo sulla spalla, vengono fuori dai portoni, e attraversano il quartiere a piedi per fare il bagno sulle spiagge oltre i palazzi, a Pane e Pomodoro. Sollevano la mano per salutare e per sfottere, quando di sabato mattina passa il bus semivuoto dei professionisti sofferenti in cravatta. Fanno gli auguri alla sposa, e sono allegri e lievemente assonati, lenti mentre strascinano le infradito sul marciapiede, né gli sembra che riescano davvero a sentire quell’odore, che adesso riempie anche la strada, a condividerne con lui la meraviglia. Lo fissano curiosi mentre va svagato, in ciabatte e pigiama, dietro alla sposina e a suo padre, e lui saluta tutti a bassa voce, con un cenno cortese della testa, e per ognuno ha, di contro, uno sguardo carico di domande che non verranno mai pronunciate.
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venerdì 14 giugno 2013
l'aria
Il giorno in cui è morto mio nonno, lui era così grande che quasi non entrava nella cassa. Ci stava stretto con le spalle larghissime e toccava il fondo con la suola lucida delle scarpe, le sue grosse mani spingevano sui bordi per uscire. Sembrava goffo, come chi non si sente a suo agio col proprio destino mortale e se ne sta sull’attenti, aspettando un qualsiasi accidente che lo salvi dall’imbarazzo. Più di tutto, però, di lui spiccava il naso, con la sua gobba secolare e le narici storte a forza di annusare l’aria, lo vedevi ergersi oltre l’orizzonte immacolato della bara, come ad inseguire l’aroma denso di caffè, preparato per noi dai vicini nel primo mattino. Sarebbe stata la prima colazione che saltava dai tempi della guerra, e anche per questo, forse, ci teneva il muso e rifiutava di parlare con chiunque.
Nota. Con questo raccontino si conclude il piccolo romanzo a puntate sull’amicizia con mio nonno Antonio, venuto a mancare ieri, 13 giugno. L’ultima cosa che ha detto è stata: “Così è la vita”, poi è morto. Nei prossimi mesi mi piacerebbe raccogliere tutti i raccontini scritti intorno a lui negli ultimi due anni e pubblicare un libro in sua memoria e in memoria dell’altro mio nonno, Donato, morto cinque giorni prima, l’8 giugno, anticipando di pochissimo il suo amico.
Nota. Con questo raccontino si conclude il piccolo romanzo a puntate sull’amicizia con mio nonno Antonio, venuto a mancare ieri, 13 giugno. L’ultima cosa che ha detto è stata: “Così è la vita”, poi è morto. Nei prossimi mesi mi piacerebbe raccogliere tutti i raccontini scritti intorno a lui negli ultimi due anni e pubblicare un libro in sua memoria e in memoria dell’altro mio nonno, Donato, morto cinque giorni prima, l’8 giugno, anticipando di pochissimo il suo amico.
martedì 14 maggio 2013
mattinata in ospedale
Una pigra mattinata in ospedale
in questo verde surreale che rinfranca
non un grido che turbi non una
emergenza. Attendiamo il nostro turno
per andare: radiologia poi di nuovo
nella stanza – fra i tuoi pari –
per essere smistati ad altro piano
risalire alla piena conoscenza del tuo male.
in questo verde surreale che rinfranca
non un grido che turbi non una
emergenza. Attendiamo il nostro turno
per andare: radiologia poi di nuovo
nella stanza – fra i tuoi pari –
per essere smistati ad altro piano
risalire alla piena conoscenza del tuo male.
mercoledì 8 maggio 2013
ogni giorno al mio risveglio...
Ogni giorno al mio risveglio
ti svuoto la sacca dell’urina
ha il colore del mirtillo
e un retrogusto amaro di vita.
ti svuoto la sacca dell’urina
ha il colore del mirtillo
e un retrogusto amaro di vita.
domenica 27 gennaio 2013
ho un buco nello stomaco
Ho un buco nello stomaco
ferita da mattino. Fuori
gli storni cantando
rubano degli alberi il cuore.
Nulla hanno a che fare
– dicono – con te
con il tuo ammanco. Piove
qui persino sul bagnato.
Hai preso la porta senza stile
senza piangere neppure
se ridevo e mordi ghiaccio
per nascondere dolore!
Ma una domenica qualunque
– senza data – cosa conta
soffrire chiusi in casa?
Orgoglio per dirsi così poco.
Che l’ammanco era
prima di te nel cuore.
E la resa studiata a tavolino
a rimare con destino.
Perché vedi la maschera che porto
nera – un tuo regalo –
pare sempre fuoriposto
sul mio naso poco eroico.
E non per questo non ti amo.
ferita da mattino. Fuori
gli storni cantando
rubano degli alberi il cuore.
Nulla hanno a che fare
– dicono – con te
con il tuo ammanco. Piove
qui persino sul bagnato.
Hai preso la porta senza stile
senza piangere neppure
se ridevo e mordi ghiaccio
per nascondere dolore!
Ma una domenica qualunque
– senza data – cosa conta
soffrire chiusi in casa?
Orgoglio per dirsi così poco.
Che l’ammanco era
prima di te nel cuore.
E la resa studiata a tavolino
a rimare con destino.
Perché vedi la maschera che porto
nera – un tuo regalo –
pare sempre fuoriposto
sul mio naso poco eroico.
E non per questo non ti amo.
lunedì 31 dicembre 2012
in alba
mi appresto al buffo gioco dei denti
dove arraffa chi più strappa
avverto lo schiocco nella stretta
la scapola che cede sotto l’arca
lo sbriciolio del guscio che si spacca
dando spazio al sodo
e cede il braccio nella storta crolla il ponte
e affonda nave appena giunta
nello stretto
in alba c’è solo una promessa ed è
sopravvivenza incerta.
dove arraffa chi più strappa
avverto lo schiocco nella stretta
la scapola che cede sotto l’arca
lo sbriciolio del guscio che si spacca
dando spazio al sodo
e cede il braccio nella storta crolla il ponte
e affonda nave appena giunta
nello stretto
in alba c’è solo una promessa ed è
sopravvivenza incerta.
sabato 17 novembre 2012
non contano apparenze...
Non contano apparenze
di fronte al desiderio
contro l’evidenza è te
che sogno sei tu
che torni ogni mattino
e t’imponi nel pensiero
padrona senza pace
e ti stendi luminosa
come il ponte sottilissimo
del ragno
tra finestra e foglia.
di fronte al desiderio
contro l’evidenza è te
che sogno sei tu
che torni ogni mattino
e t’imponi nel pensiero
padrona senza pace
e ti stendi luminosa
come il ponte sottilissimo
del ragno
tra finestra e foglia.
martedì 5 ottobre 2010
venerdì 21 maggio 2010
futon
Due quartine dal mattino.
Bianco
Dal vortice della trapunta in una pozza
di luce mattutina le dita dei tuoi piedi di pietra levigata
si allungano a toccare l’orlo degli slip
smarriti sulla strada del futon. Fuori piove, ma promette estate.
Nero
Inutile acqua piovana acqua e ruggine
di rubinetto
inutile a spegnere la sete del risveglio
il ricordo del suo mignolo perfetto.
Bianco
Dal vortice della trapunta in una pozza
di luce mattutina le dita dei tuoi piedi di pietra levigata
si allungano a toccare l’orlo degli slip
smarriti sulla strada del futon. Fuori piove, ma promette estate.
Nero
Inutile acqua piovana acqua e ruggine
di rubinetto
inutile a spegnere la sete del risveglio
il ricordo del suo mignolo perfetto.
martedì 23 febbraio 2010
nuovo mattino
Mi sveglio e faccio colazione, e intanto ascolto l’oroscopo in tv che consiglia ai capricorno di indagare l’attimo, il particolare, per coglierne indizi utili a capirsi e darsi una direzione. Credevo di farlo già da prima, ma caspita, se me lo dici così allora mi ci metto con più impegno. Mi guardo intorno, fuori piove e la giornata non promette niente di buono, ho mal di testa, la bocca impastata e non mi ricordo nulla di cos’è successo da ierisera a cena con amici a stamattina. Cosa mai potrà significare tutto ciò? La cosa più fastidiosa comunque è questa continua pulsante sensazione che ho dietro gli occhi di non farne mai una giusta. Sto sbagliando tutto in questi giorni, ma chissà, forse è perché non riesco a concentrarmi come dovrei sulle mie cose, mi sembrano tutte così sciocche e inutili. Così non concludo nulla, non vado avanti e non posso tornare indietro. Mi sento come un cieco senza un cane guida. Sono confuso ma la cosa peggiore è che non riesco a concentrarmi perché c’è troppo rumore intorno e da quello non riesco a mettermi al riparo. C’è così tanto rumore e mi sento come un cieco nel traffico. Sono perso nel traffico e ho mal di mare e sto lì aggrappato a un semaforo cercando di non affondare nell’asfalto o di finire sotto un camion. E so che dovrei tornarmene a dormire, perché dalle mie occhiaie è evidente che non sono in vena, ma mi ero ripromesso di tornare a vivere e ora credo di doverci almeno provare, anche se il valore della vita oggi è in ribasso. Me l’ha detto l’Indice Dow Jones e quello, si sa, non mente mai.
Comunque procediamo
lo so, ti sembro strano
ma sono gli anni, il vino e la miopia
che poi non è che beva molto
e qualche volto ancora lo ricordo
e non ingrasso
non sono sordo
e ho ancora molta, molta fantasia
Bisogna essere ottimisti
fino in fondo
perché potrebbe essere domani
la fine del mondo
sabato 17 ottobre 2009
l'irrequieto mattino
Qualcuno mi ha detto di non condividere la mia passione per i REM. Posso capirlo. Questo qualcuno ha molti anni meno di me e dei REM si è vissuto l’ultima fase, quella calante. Ma chi come me ha vissuto la propria adolescenza nei primi anni ’90, lo sa che i REM sono qualcosa di più di un gruppo rock. Per noi erano l’altro. Il fratello che non hai mai avuto, come ha detto Dylan in una sua canzone. I REM parlavano al cuore di tutti coloro che non sentivano di essere lì, al centro della stanza e sotto i riflettori, ma di lato, sempre nell’angolo, e ti dicevano con le loro canzoni un po’ oscure la cosa più semplice del mondo, e la più efficace: che, nonostante tutto, tu non sei solo. Che, per quanto diverso, per quanto non unico e speciale, ci sarà qualcuno anche per te. Ovviamente il potere di una canzone non sta solo nel modo in cui questa cosa ti viene detta. Non basta stare lì a scuotere il capo o battere il piede. Sta anche nel fatto che, mentre te la dice, tu credi a quel che ti viene detto e ne provi conforto. Non conosco tutta l’opera dei REM, e nemmeno mi importa. Non sono un loro fan tradizionale, di quelli che conoscono a memoria ogni loro storia stramba o il significato di ogni parola. Ma lo stesso i REM mi hanno accompagnato in quegli anni e poi per tutta l’università come amici fidati. Ricorderò per sempre le mattine in treno dei miei vent’anni, mentre viaggiavo per l’università e mi guardavo l’alba dal finestrino ascoltando New Adventures in Hi-Fi a tutto volume. Era favoloso! Sentivi che qualcosa di grande ti stava aspettando. Era lì lì per accadere e tu potevi afferrarla se solo avessi voluto e ti faceva sentire inquieto ed entusiasta allo stesso tempo, e pieno di aspettative. Ti scuotevano leggeri brividi lungo la schiena e sulle braccia e ti chiedevi sorridendo se non fosse il freddo, ma no, era la pelle che ti si rizzava d’ansia ed emozione. Era il primo sole che ti si posava addosso, illuminandoti, attraverso il vetro. Ho riassaporato la medesima sensazione di panico e avventura ieri mattina andando a Bari verso l’ospedale. La radio ha trasmesso questa canzone e per un attimo i miei pensieri hanno cominciato a vagare. Poi si sa, il rock non ha mai cambiato il mondo e ancora quella cosa che cercavo non sono riuscito ad afferrarla. Ma un giorno forse, chissà.
Dedicata agli amici perduti per strada. A quelli con cui non parlo più. A quelli con cui parlo ma non ci capiamo, ma è solo un momento, ragazzi, state tranquilli. E ai vecchi amanti e ai nuovi amori che verranno, sperando di avere imparato qualcosa dagli errori passati.
Dedicata agli amici perduti per strada. A quelli con cui non parlo più. A quelli con cui parlo ma non ci capiamo, ma è solo un momento, ragazzi, state tranquilli. E ai vecchi amanti e ai nuovi amori che verranno, sperando di avere imparato qualcosa dagli errori passati.
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