Questa qui sotto è una libera riscrittura di una poesia di Vivian Lamarque: Regali di Natale. Il primo gennaio il mio amico Mimmo l’ha rielaborata per un reading, mettendoci dentro un po’ del suo. Del resto il tema è così bello che è davvero difficile resistere alla tentazione di farla propria. E così ci ho provato anch’io. Questa è la mia versione anche se della poesia originale alla fine restano appena parte della struttura e intero il terzultimo verso.
Per la vita ti faccio le seguenti promesse caramelle al miele per quando avrai la tosse e una coperta e un caldo abbraccio se sei malata un milione di baci senza scopo il mio numero anche per chiamare quando vuoi parlarmi di qualcosa e la promessa che ogni volta ti presterò attenzione le mie cartoline da ogni dove per dirti che ogni luogo è buono per amarti e poi un mare di ricordi piccini forse ma ognuno con la sua grande importanza se ti riguardano e poi raccontano la nostra storia una canzone da cantare sul tetto a squarciagola una bugia di terracotta per quando avremo buio tutta la poesia di questo mondo e poi anche un pezzetto di cuore solamente tuo.
Siccome è un po’ che non scrivo a un certo ritmo, ieri per riprenderci la mano mi son dato la sfida di scrivere tre pezzi entro fine giornata. Questo è il risultato. Peace Love & Respect.
1.“BASTA CHE FUNZIONI” RACCONTATO A DANI (E A VOI)
Ierisera ho visto il nuovo film di Woody Allen, intitolato “Basta che funzioni”. È un film di cui mi avevano parlato assai bene e comunque a me di Allen piace quasi tutto. Avrei dovuto andarci con Dani ma Dani ha avuto un contrattempo e così ci sono finito con Martin. Così lo racconto a lei e fra l’altro pago un debito preso con Sciuscia che mi aveva chiesto una recensione. Dunque di cosa parla il nuovo film di Woody Allen? Beh, in due parole parla di un vecchio cinico, di quelli che più acidi e sarcastici non si può, ma anche talmente fragile da tentare il suicidio, il quale un giorno incontra una ragazza molto più giovane di lui, scappata di casa, la accoglie “per una sola notte” e finisce per sposarla. La storia, com’è logico, non ha futuro e lei lo mollerà per un altro, dopo ovviamente una serie di accadimenti che coinvolgeranno tutta una serie di personaggi che girano intorno a loro, a cominciare dalla madre di lei. Detto così in effetti, scarnificato il tutto degli elementi tipici della commedia, mi rendo conto che può sembrar piuttosto triste. In realtà il soggetto viene trattato in maniera così lieve e antisentimentale da lasciare che la disperazione di fondo dei personaggi non venga mai alla luce, se non a tratti. Qualcuno, ho letto in alcune recensioni, ha accusato Allen di essere tornato a New York con una sceneggiatura vecchia di trent’anni e di non avere più niente di nuovo da offrirci. Ma è gente che capisce solo di film e niente di uomini, è gente che spesso scorda l’uomo dietro il prodotto cinematografico. Del resto se ha rimesso mano a una sceneggiatura scritta e chiusa nel cassetto nel 1977 un motivo ci sarà. E questo film, pur se con modestia, rappresenta una piccola evoluzione nel percorso umano e artistico di Allen. Un’evoluzione a cui ammetto di non aver mai creduto di poter assistere. Perché forse per la prima volta contro il nero, contro l’oscurità e il pessimismo che comunque caratterizzano la sua visione delle cose, Allen propone la quieta accettazione. È una cosa importante perché, se anche non è la prima volta che, nei suoi film, si parla dell’accettazione come unica forma di resistenza allo scetticismo, è la prima volta che a proporla non è un comprimario come consiglio al personaggio dietro cui si sublima Allen, ma è l’alter ego stesso di Allen a farla sua. Non so se riuscite ad afferrare lo scarto avvenuto in questo passaggio di consegne. È importantissimo, è tutto qui! Non è più Tracy, la ragazzina di Manhattan che dice ad Allen “devi avere fiducia nella gente” perché Allen ha bisogno di sentirselo dire ma non riesce ad ammetterlo in prima persona. È Allen stesso che parla a noi, attraverso il protagonista Larry David, che guarda dritto in camera (proprio come nel finale di Amore e Guerra) e ci dice “questo ho capito, gente, che non si potrà mai raggiungere la piena felicità, l’assoluta serenità ma l’importante è che vada bene, che la felicità funzioni anche solo per quei cinque minuti.” Godere al massimo di ogni istante prezioso, ecco il suo messaggio all’umanità. E so che detto così pare molto elementare ma in fondo la conquista più difficile è proprio quella della semplicità. E una cosa è dire e un’altra è sentire pienamente col cuore. Questa è in fondo una vittoria dell’uomo Allen contro il proprio pessimismo. Per cui forse è vero che non riuscirà più a rinnovarsi formalmente, ma non si può venire a propinarmi che è un film senza niente da dire. Chi lo dice non ha saputo vedere proprio la più semplice delle verità. A parte questo Larry David è bravo ma ovviamente non è Woody, anche se capisco che Allen si sarebbe potuto trovare a disagio a recitare tutte quelle battute in cui ammette, anche se con molta autoironia, la proprio consapevolezza di essere un genio e poi gli manca la prestanza fisica per sembrare un arrabbiato credibile. (E a proposito mi interrogo sullo shock che proverò quando al prossimo film non sentirò più la sua voce doppiata da Oreste Lionello). Evan Rachel Wood, la coprotagonista, è perfetta ed è anche un gran bel pezzo di ragazza! La regia di Allen è al solito rigorosa e molto essenziale, pulita, i tempi comici perfetti. E se anche il film non è il suo capolavoro, né credo che Allen possa farne un altro dopo Match Point, ma poi perché ci si dovrebbe impegnare? Ha già dato e tanto al cinema! Non ha niente da dimostrare a nessuno e si può vivere anche del semplice piacere di raccontare belle storie, no? Alla fine questo è un film grazioso, fatto bene, non originale certo ma che perlomeno ci offre una briciola di serenità se non proprio di speranza, da parte di uno degli intellettuali più cupi e pessimisti in circolazione. E scusate se è poco.
2.ZIA CECCA LA SPUTATRICE
Zia Cecca (zia Francesca) era la sorella di mio nonno. È morta quattro anni fa, a distanza di un mese da suo marito e appena due dopo mia nonna. In famiglia la chiamavano tutti ‘a mucetazze (la sporcacciona) per la scarsissima attenzione che aveva per qualsiasi forma di igiene. Non aveva peli sulla lingua e mi dicono che da giovane fosse una vera gatta selvatica, una indomabile lottatrice di quelle a cui piacciono le risse per sport. Poi, come sempre succede, tutti i pregi della giovinezza ti si rivoltano contro in tarda età, trasformandosi nei tuoi peggiori difetti. Negli ultimi anni tutti la ritenevano una vecchia pazza. Viveva in un palazzo vicino casa mia, dove si era trasferita da vecchia e i suoi vicini la odiavano perché di notte, se aveva dei motivi di astio contro qualcuno (e ne aveva di continuo dato il suo carattere) andava davanti alla casa del malcapitato di turno, tirava su la gonna e gli pisciava sulla soglia. Insomma l’avete capito, una scassapalle autentica, proprio nella migliore tradizione della mia famiglia. Di lei si dicevano cose strane e folli, tipo che conservasse il pane sotto il letto perché lì rimaneva morbido, ma la cosa che più di tutte incantava me e mio fratello da bambini, era la sua straordinaria abilità di sputatrice. Già sdentata all’epoca della nostra infanzia, faceva per noi sempre questo giochetto: si metteva in bocca un Ferrero Rocher di quelli che le offrivamo nel vassoio, si mangiava tutto il cioccolato intorno ripulendo per bene la nocciola al centro, poi una volta ripulita ci diceva “guardate lì!” puntando il dito verso uno degli Swarovski di mia madre, prendeva la mira e sputava! E la nocciola inevitabilmente colpiva quello che aveva puntato, con grandissimo e malcelato disappunto di mamma. Ci incantava e per quanti sforzi facessimo non siamo mai riusciti a imitarla. Capimmo che sarebbe morta presto il giorno che si trovava a casa nostra per una visita e aveva ripulito per bene il suo bel proiettile con le gengive, e presa la mira all’ultimo momento scosse la testa, tirò un grosso respiro, poi afferrò la mano di mio fratello, ci sputò dentro la nocciola e gli disse: “Tieni, mangiatela tu!” Poi più niente. Morì due settimane dopo. Ieri mentre imboccavo mio nonno all’ora di pranzo, guardando il suo viso smunto che masticava lentamente la pasta, mi è tornata in mente zia Cecca. Per certi versi si assomigliavano molto.
3.A UN FINGITORE NEL PALLONE
Nelle prossime settimane, con la mia associazione, stiamo promuovendo alcuni incontri letterari in Valle d’Itria con alcuni scrittori più o meno famosi. Una sera, per organizzare uno di questi appuntamenti, siamo andati a Bari a sentire un’intervista organizzata da uno di questi scrittori per lanciare il suo nuovo libro, la classica storia ben scritta ma tutto sommato inutile, ma pubblicata da una grossa casa editrice. Durante l’incontro lo scrittore ha più volte rimarcato quanto il suo libro fosse permeato di musica, e in particolar modo della musica di Marvin Gaye, suo idolo e per lui un continuo punto di riferimento. Io da fan di Gaye mi sono gasato per queste dichiarazioni. Per cui dopo l’intervista, quando ci siamo avvicinati per prendere appuntamento, tanto per rompere il ghiaccio gli ho fatto un paio di domande sui suoi dischi preferiti di Gaye e insomma le solite cose che si chiedono in certe circostanze fra fan, e mi sono accorto di aver messo in difficoltà il tipo che continuava a rispondermi “Ah sì! Ah sì!” ma basta. Lui mi stava simpatico per cui ammetto di essermi quasi sentito in colpa, tanto più che i miei soci dopo mi hanno rimproverato di non stare mai zitto quando devo. Finché non ho letto il libro e mi sono accorto che tutta questa influenza di Gaye si riduce ai soliti due-tre pezzi famosi, di quelli che trasmettono sempre di notte in radio, per tener svegli i guidatori un po’ intontiti dalla strada. Questo mi ha suscitato una reazione di sdegno e vorrei dire che se anche è vero, come diceva Pessoa, che il poeta è un fingitore, è anche vero che ‘sta cosa inculcataci dal sistema scolastico che basta leggere e analizzare (ad esempio) “Meriggiare pallido e assorto…” per aver capito tutto della disperazione di Montale, è una grossa cazzata! Ma miseriaccia siamo uomini, la nostra vita è qualcosa più di un’opera d’arte e un’opera d’arte, per quanto bella, non è che un piccolo momento nella vita e nella ricerca di un uomo. Ok, può piacerti quanto vuoi e magari leggerla ti ha cambiato la vita ed è anche vero che pure conoscendo a memoria tutta la sua opera non potrai mai sapere TUTTO di lui. Ma almeno non avere la presunzione di dire che lo hai capito solo perché un giorno gli è scappato fuori un verso e tu per caso l’hai ascoltato. Ma cazzo leggiti almeno il libro! E lo stesso vale per tutti gli altri. Avrei potuto fare lo stesso esempio per Munch e L’urlo e non sarebbe cambiata una virgola. Così anche per Marvin Gaye.
Così questa canzone (una delle mie preferite) è dedicata a un grande fingitore che secondo me non ha studiato abbastanza il suo pollo. Ha un titolo lunghissimo, quasi uno scioglilingua "When did you stop loving me, when did I stop loving you" e viene da un disco intitolato Here my dear del 1978, il più autobiografico di Gaye. E parla della dolorosa fine del suo matrimonio. Gaye si era innamorato di un’altra donna e questo disco ( i cui diritti sarebbero dovuti servire per pagare gli alimenti alla ex moglie) è un continuo e doloroso interrogarsi dell’uomo e dell’artista Gaye sul perché i sentimenti finiscono o vengono scalzati da altri più forti o mutano fino al punto da diventare irriconoscibili. Buon ascolto.
Qualcuno mi ha detto di non condividere la mia passione per i REM. Posso capirlo. Questo qualcuno ha molti anni meno di me e dei REM si è vissuto l’ultima fase, quella calante. Ma chi come me ha vissuto la propria adolescenza nei primi anni ’90, lo sa che i REM sono qualcosa di più di un gruppo rock. Per noi erano l’altro. Il fratello che non hai mai avuto, come ha detto Dylan in una sua canzone. I REM parlavano al cuore di tutti coloro che non sentivano di essere lì, al centro della stanza e sotto i riflettori, ma di lato, sempre nell’angolo, e ti dicevano con le loro canzoni un po’ oscure la cosa più semplice del mondo, e la più efficace: che, nonostante tutto, tu non sei solo. Che, per quanto diverso, per quanto non unico e speciale, ci sarà qualcuno anche per te. Ovviamente il potere di una canzone non sta solo nel modo in cui questa cosa ti viene detta. Non basta stare lì a scuotere il capo o battere il piede. Sta anche nel fatto che, mentre te la dice, tu credi a quel che ti viene detto e ne provi conforto. Non conosco tutta l’opera dei REM, e nemmeno mi importa. Non sono un loro fan tradizionale, di quelli che conoscono a memoria ogni loro storia stramba o il significato di ogni parola. Ma lo stesso i REM mi hanno accompagnato in quegli anni e poi per tutta l’università come amici fidati. Ricorderò per sempre le mattine in treno dei miei vent’anni, mentre viaggiavo per l’università e mi guardavo l’alba dal finestrino ascoltando New Adventures in Hi-Fi a tutto volume. Era favoloso! Sentivi che qualcosa di grande ti stava aspettando. Era lì lì per accadere e tu potevi afferrarla se solo avessi voluto e ti faceva sentire inquieto ed entusiasta allo stesso tempo, e pieno di aspettative. Ti scuotevano leggeri brividi lungo la schiena e sulle braccia e ti chiedevi sorridendo se non fosse il freddo, ma no, era la pelle che ti si rizzava d’ansia ed emozione. Era il primo sole che ti si posava addosso, illuminandoti, attraverso il vetro. Ho riassaporato la medesima sensazione di panico e avventura ieri mattina andando a Bari verso l’ospedale. La radio ha trasmesso questa canzone e per un attimo i miei pensieri hanno cominciato a vagare. Poi si sa, il rock non ha mai cambiato il mondo e ancora quella cosa che cercavo non sono riuscito ad afferrarla. Ma un giorno forse, chissà.
Dedicata agli amici perduti per strada. A quelli con cui non parlo più. A quelli con cui parlo ma non ci capiamo, ma è solo un momento, ragazzi, state tranquilli. E ai vecchi amanti e ai nuovi amori che verranno, sperando di avere imparato qualcosa dagli errori passati.
Il sesso fa bene, mette allegria. L’avevo quasi dimenticato, tanti mesi erano che non toccavo una donna, per amore. L’amore è inutile in queste cose, l’avevo quasi scordato, soprattutto se non corrisposto. È che in fondo sono un impenitente romantico e pensare di poter avere un rapporto con un’altra donna che non fosse quella che mi stava fissa in testa non mi riusciva, lo ritenevo quasi un tradimento. Dei miei sentimenti, se non altro. Immagino di non essere mai cresciuto in queste cose, sono ancora un ragazzino in fatto di donne. Poi un giorno ti accorgi che sei l’unico che si è sempre preoccupato di queste cose e ti senti quasi uno sciocco per esserti imposto per tanto tempo una solitudine senza scopo. Nessuno ti ringrazierà per questo, nessuno te lo ha chiesto ti risponderanno. E va bene ok ho sbagliato anch’io con te, e tanto, ma ti amavo e finché ho potuto non ho mai sfiorato un’altra con un dito. Avrei voluto ma non sono mai riuscito a dirlo, forse per orgoglio. Ora è diverso, ora so che l'amore non c’è, ora che forse tutto è cambiato e possiamo ancora parlare d’amicizia. Va bene, è inutile crearsi altri problemi. Forse per dimenticare completamente, come a volte desidero con tutto me stesso, ci vorrà del tempo. Forse arriverò a un tale grado di maturità un giorno da non volermi più scordare di nulla, perché so che senza di lei sarei più povero ma non sempre riesco a crederci. Forse quando tutto sarà passato le vorrò anche più bene di così. Ma ora ho 32 anni, piaccio incredibilmente a qualcuna, e il sesso fa bene, lo sanno tutti. Ed è così facile, senza complicazioni. Io l’avevo dimenticato appena un attimo, sedotto da sentimenti più grandi di me. Ma ora mi rimetto in carreggiata, giuro, ho appena cominciato. Ed ho ancora molto tempo davanti, e occasioni a migliaia, finché non m’innamorerò di nuovo.