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sabato 25 febbraio 2023

mettere senso

Mia madre mi ha appena ricordato una frase che mi diceva sempre mia nonna preoccupata che a trent’anni non mi fossi ancora sposato: «Mitte sinse, ca l’anne i tine».

giovedì 22 dicembre 2022

io ti salverò

«Antonio, ti pago tutto, ti pago anche le spese del libro. Ma se pubblico con te devi organizzare molte presentazioni specialmente fuori. Non ti preoccupare pago tutto io, basta che dici 𝑡𝑢 a mia moglie che per motivi organizzativi ci devo andare da solo, mi fai respirare un po’. Non hai idea di quanta pressione è capace di mettermi addosso. Nella mia vita ha deciso tutto lei, io mica mi volevo sposare… Antonio, mi devi salvare!».

sabato 23 luglio 2022

pretty woman

Caro Antonio, non ti nascondo che anche se ti ho detto che volevo soltanto una tua lettura e che per me non era importante, se mi avessi proposto la pubblicazione sarei stata molto più felice. Invece tu, scherzando, mi hai chiesto di sposarti. A quante altre hai detto la stessa cosa questa settimana? Io sognavo un editore, mica un marito che mi mette le corna.

sabato 23 giugno 2018

due

Ogni anno, quando arriva questo periodo (zona rossa di inviti), mi stupisco sempre che ci sia ancora gente che si sposi. Tutti possono sbagliare, è vero. E c'è persino chi, anche sbagliando, non impara. Pensa, mi diceva Paolo ieri sera, che c'è pure chi si sposa due volte.

mercoledì 11 ottobre 2017

matrimonio e altri disastri

Devo dire che questa storia del separatismo catalano – con tutte le sue tifoserie – mi ricorda tanto il matrimonio di una mia zia, che si sposò perché glielo imposero in famiglia e lei è vissuta infelice per tutta la vita perché, sinceramente, odiava suo marito con tutte le sue forze, né lui amava lei. Mia zia strepitava, si incazzava, lo insultava apertamente, ma intanto erano venuti i figli ed erano altri tempi, così le dicevano che era meglio non separarsi per il loro bene e lei è rimasta lì. Mia zia è morta infelice, e così mio zio, e i loro figli sono cresciuti con un sacco di problemi, quelli che vengono a tutti i bambini che crescono in un ambiente famigliare non sano, i cui genitori non fanno che litigare e rinfacciarsi ogni cosa. Un disastro. Ecco, io penso che uno può fare appello a tutta la Ragione del mondo, sul fatto che stare insieme è meglio, soprattutto per i figli, ma se la sposa è infelice non te la puoi prendere con lei perché scalpita, te la dovresti prendere col matrimonio in sé che è sbagliato e che forse andrebbe rinegoziato, alla radice, su altre basi – e non solo in Catalogna – a cominciare dal fatto che per sposarsi per prima cosa bisognerebbe amarsi.

sabato 15 aprile 2017

opzioni

C'è chi si sposa. Chi sposa la poesia. Chi prende un gatto.
Tutte e tre insieme sono troppe da gestire e infatti poi l'equilibrio scoppia. Però due alla volta è interessante e infatti, talvolta, qualcuno sceglie l'adulterio scartando una delle tre opzioni...

domenica 19 aprile 2015

poesia matrimoniale

Soprattutto primaverili
questi auguri
più che matrimoniali
perché al matrimonio
siete avvezzi
mentre nel tempo
le stagioni si alternano
in rigidi inverni, estati
afose, tristi autunni.
Io vi auguro una perenne
primavera. Che guarda
in avanti e non indietro
sempre dolce e solare
con tanto di fiori in sboccio
e qualche pioggia
per rinfrescare.


Scritta ieri, al volo, per il matrimonio di due amici.

giovedì 5 febbraio 2015

stai dritto

Quand’ho visto
la prima volta
il teatro Bolshoi a Mosca mi s’è piegata la schiena
dalla meraviglia
sotto tutto quell’oro
che pioveva dai palchi
così mia moglie m'ha detto: stai dritto, che la bellezza non pesa.

(Tonino Guerra, da Piove sul Diluvio)

venerdì 9 gennaio 2015

barbablu

Ho fatto un sogno terribile. Aumentavano l’IMU a dismisura, al punto che diventava qualcosa di diverso, e così le cambiavano sigla in IPN, Ius Primae Noctis. Il commercialista allora mi chiamava incazzatissimo: “Svegliati Lillo, ti devi trovare una moglie, se no come la paghi l’IPN?” E lì mi incazzo anche io: “Ma se anche mi sposo va bene per il primo anno, quello dopo come faccio?” “L’anno prossimo si pensa!” mi risponde lui, “per ora cercatene una, mi raccomando!”

domenica 13 luglio 2014

pizzini di tonino guerra alla sua signora


Quaranta gatti in casa non sono pochi. Devi stare attento a camminare e a sedere sui divani. Avendo l’età che ho, se inciampo mi rompo un femore o anche tutti e due. So che tu, li proteggi in un modo morboso e anch’io ogni tanto ho dei momenti di simpatia. Ti confesso che quando una gattina miagola dispiaciuta, perché non trova i suoi piccoli, io l’accompagno. Spesso ricevo delle sue occhiate imploranti come se pensasse che io li ho uccisi. Insomma l’aria della casa è piena dei loro problemi e dei loro odori sgradevoli.
Visto che non mi ascolti quando ti parlo, ho pensato di lasciarti dei “pizzini”, come usava fare in Sicilia un capo mafioso, per dare ordini ai suoi affiliati. 

1. Ti prego, fa in modo che diminuiscano i gatti. Quaranta sono troppi. 

2. Un signore di Saludecio vorrebbe due gattini per i suoi nipoti. Dì a Gianni di portargliene subito quattro.

3. Un vecchio di San Marino è disposto a custodirne almeno una decina. Si accontenta di 100 euro al mese. Accetto. 

4. Consiglio di addormentarne altri dieci e portarli non lontano dalla grande trattoria “Il Sottobosco”, quasi in cima a Viamaggio e lasciarli lì. 

5. Ci sono tre gatte in cinta e Gianni mi dice che, affogandoli subito, i gattini non soffrono. 

6. Per lo meno adesso, che comincia la buona stagione, cominciamo a tenerli tutti fuori casa. 

7. Se entri nel mio studio ci sono sei gattini nati dietro la Divina Commedia. 

8. So che sono morti due gatti e tu li hai fatti seppellire sotto la roccia che potrebbe essere anche il futuro sepolcro delle mie ceneri. 

9. Volevo accarezzare la tua gatta preferita, che ho trovato nel giardino, e lei mi ha graffiato. Con chi posso lamentarmi? 

10. O trovi una maniera, per decimare questa invasione, o me ne vado a vivere a Santarcangelo. 

(Tonino Guerra)

giovedì 30 gennaio 2014

testimoni

Ama una donna. Anzi no, meglio, ama due donne. Sono amiche. Si assomigliano anche, tanto che a volte, per errore, ne confonde il nome, oppure lo fonde in uno solo, nuovo. Può farlo, perché anche nel nome si assomigliano. Per una, sinuosa e sfuggente quanto un’anguilla, ha scritto decine di poesie fra le più belle, ha scritto della sua pienezza e della sua mancanza, soprattutto della mancanza. Con l’altra, infallibile segugio, si avventura in lunghe passeggiate per i boschi, alla ricerca di fiumi e corsi d’acqua che permettano il passaggio dell’anguilla. Aspettandola, hanno fatto l’amore a lungo. Un giorno l’ha baciata davanti a una chiesa imbiancata, l’aria intorno era tutta sospesa e cani e gatti randagi stavano seduti ai loro piedi come testimoni. Sembrava quasi un matrimonio sospeso, anch’esso.

sabato 29 giugno 2013

madonnella

Una mattina, senza che ci sia una vera spiegazione, lo prende una felicità così grande che non riesce a restarsene a letto. È appena giorno, ma si accorge, affacciandosi dal balcone della stanza, di come i condomini spellati di fronte risuonino di vita, di chiacchiere e tv a basso volume, profumino di caffè e di bucato fresco, di sughi preparati per il pranzo, di merda calda di piccione e del vibrare dei gatti in agguato sui tetti più in basso. Perfino il gatto di casa lo osserva dal fondo della cucina con gli occhi spalancati, quasi avesse di fronte un ospite nuovo. Si sentono i treni fischiare in lontananza e ogni cosa intorno è immersa nel fresco rigenerante del primo mattino d’estate.
È irrequieto, va avanti e indietro per la casa, in punta di piedi per non fare rumore e svegliare gli altri. Si muove in piccoli cerchi concentrici, immaginandosi come un tuffo nell’acqua che si riverberi intorno nello spazio della casa, gira prima su se stesso, poi intorno a un asse immaginario, e a ogni giro allunga il suo tragitto di poco, un passo alla volta, un passo alla volta, ma in silenzio, fino a che il suo giro comprende l’intera casa, tocca ogni muro dell’appartamento, fino a che i muri stessi non riescono più a contenerlo, e allora spalanca la porta dando un gran respiro, per inalare la polvere delle scale mentre si affaccia sul pianerottolo.
E c’è polvere e aria consunta, ma non solo, intercetta un odore che si spande per la tromba delle scale, riempiendole della sua fragranza, un odore talmente diverso che ci mette un po’ per capire cos’è, profumo di rose. Viene dalla figlia del cartolaio in pensione che sta al primo piano, che scende lentamente le scale del condominio, a braccetto del padre, per andarsi a sposare. Li vede affacciandosi giù attraverso la ringhiera. Suo padre in giacca grigia, umile ma dignitoso. E lei giovanissima, quasi una bambina, con un vestito bianco e corto che le lascia scoperte le gambe caramellate dall’abbronzatura, e un odore di rose pieno di speranza e di mistero. E anche lui, in ciabatte e pigiama, decide all’improvviso di rimanere in quella scia di profumo il più a lungo possibile, dimenticandosi del resto, e di seguire la sposa giù per le scale del palazzo e poi fin in fondo alla strada, dove li aspetta una macchina ben lucidata.
Così vanno in quello strano corteo lungo il marciapiede, sul lato in ombra della strada, padre e figlia silenziosi e indifferenti, quasi regali nel loro ignorarlo, e lui dietro, strambo testimone del fascino di una sposina. Incrociano i loro vicini che già in costume, col telo sulla spalla, vengono fuori dai portoni, e attraversano il quartiere a piedi per fare il bagno sulle spiagge oltre i palazzi, a Pane e Pomodoro. Sollevano la mano per salutare e per sfottere, quando di sabato mattina passa il bus semivuoto dei professionisti sofferenti in cravatta. Fanno gli auguri alla sposa, e sono allegri e lievemente assonati, lenti mentre strascinano le infradito sul marciapiede, né gli sembra che riescano davvero a sentire quell’odore, che adesso riempie anche la strada, a condividerne con lui la meraviglia. Lo fissano curiosi mentre va svagato, in ciabatte e pigiama, dietro alla sposina e a suo padre, e lui saluta tutti a bassa voce, con un cenno cortese della testa, e per ognuno ha, di contro, uno sguardo carico di domande che non verranno mai pronunciate.