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giovedì 15 febbraio 2024

se il clima cambia

A metà febbraio noto che le lucertole in giardino sono già sveglie e guizzanti in anticipo di più di un mese sul loro ciclo naturale*, intanto alcune piante nell'orto si seccano perché fra troppo caldo o vengono su striminzite e bisogna annaffiarle anche quanto normalmente non servirebbe. Non piove e stamattina il sedano fiaccato crolla il capo in avanti. E io non so se questo surriscaldamento è causato da un problema umano (come pure credo) o naturale, fatto sta che queste cose le vedo, non mi servono gli scenziati o i telegiornali per capire che qualcosa sta cambiando. Uno dei punti su cui lottano gli agricoltori in protesta è che i costi di produzione aumentano e quindi per mantenere bassi i prezzi per i consumatori si importano prodotti dall'estero privi di controllo. Ma se il clima cambia fino al punto che determinate colture non avranno più un clima adeguato da noi, è giocoforza che la loro coltivazione si sposterà altrove. Così comincio a immaginare il giorno in cui dovremo comprarci le arance e i limoni importati (a che prezzo?) dal Nordeuropa o dall'Asia, e degli agrumeti del Sud resterà soltanto la leggenda conservata in qualche libro o poesia, o nelle vecchie commedie all'italiana ambientate in Sicilia. Insomma, più folklore che sapore.

*Un nostro detto popolare diceva: “A Nnunziete tutte i virme nzippene a chepe”: all’Annunciazione – cioè il 25 marzo – tutti gli insetti si risvegliano.

giovedì 8 febbraio 2024

agricoltori

Sarò un sempliciotto, lo so, ma quando vedo in TV gli agricoltori che protestano penso che i loro problemi sono in buona parte gli stessi che vivo anch’io. Il costo della carta è triplicato, la distribuzione mangia il 60% del prezzo di copertina del libro, e i librai mi dicono che per essere concorrenziale sul mercato dovrei abbassare i prezzi perché il lettore 12 euro per un mio libro non li spende. Infatti il lettore/consumatore a parole è dalla mia parte ma nei fatti preferisce comprare i libri delle grandi case editrici perché costano “relativamente” meno e sono pubblicizzati meglio. Ogni tanto, certo, scoppia qualche scandalo su come vengono gestite le cose nelle stanze del potere editoriale, ma nella sostanza dopo l’indignazione dei primi due giorni, tutto ritorna esattamente come prima e l’unico che la prende in quel posto sono io, piccolo editore che lavora come un mulo intorno al libro e se va bene ha un ritorno del 10-15% sul prezzo di copertina, dove praticamente tutti – meno forse l’autore, che in questa storia è paragonabile alla mucca da latte o al grano concimato nei campi – campano sul libro che ha prodotto lui. In tutto questo, una soluzione proposta dall’Europa è quella di sostituire le mucche e il grano con gli insetti, che consumano poco e si lamentano meno mentre li sbricioli in farina da mangiare, oppure ne fai carta per i libri.

giovedì 14 febbraio 2019

felicità

Guardo il Tg delle 13.00 (tanto per avvelenarmi il pranzo) e vedo che dopo i pastori sardi anche gli olivicoltori protestano. Il mondo dell'agricoltura, dopo anni di abbandono, comincia seriamente a incazzarsi, e fa bene. Ci si deve incazzare, è un dovere. Ma si deve avere anche uno spazio sui media, altrimenti la tua incazzatura non serve a nulla, non la guarda nessuno. Nessuno se la ricorda. Ecco che, di fronte alla discussione sulla Tav che è diventata una battaglia politica in tutto e per tutto, dove quindi il benessere degli individui passa in secondo piano rispetto alla forza di potere che la spunta, mi chiedevo: ma che fine hanno fatto i No Tav, tutti coloro che per circa 15 anni hanno fatto opposizione a quei lavori e sono stati picchiati, arrestati, vilipesi, trattati alla stregua di criminali e terroristi dalle forze dell'ordine. Ora che, per commuovere il pubblico da casa, si tirano in ballo i destini di quei poveri 50.000 operai che rischiano il posto di lavoro (e quindi, si dice, interrompere i lavori è come sputare sul loro problemi), quei cittadini che invece erano contrari da sempre perché ritenevano quell'opera pubblica dannosa per l'ambiente in cui vivevano, non li nomina più nessuno? Non hanno più diritto di parola? Ma nemmeno per dire che ci sono altre ragioni a parte quelle sacrosante del lavoro? Nessun microfono per loro? Oppure non parlano perché li hanno finalmente sterminati tutti? E pensandoci, mi viene in mente una bella vignetta di Altan che dice tutto, che è lo specchio più preciso di quello che siamo diventati. "Abbiamo diritto a un po' di felicità". "A chi gliela togliamo?". Essere felici tutti, insieme, non è più un sogno possibile.