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venerdì 24 febbraio 2023

mal di gola

Già ieri non stavo bene, ma stamattina mi sono svegliato col mal di gola e la tosse. La cosa più tremenda è che invece di fare la notte in bianco ho dormito e mentre dormivo ho sognato Gesù che cercava di convincermi a salire in auto con lui e fare lo slalom sull'Orimini. Mi sono venute le vertigini.

lunedì 2 gennaio 2023

le lacrime di gesù

Stanotte ho sognato di essere tornato bambino e vivere nella vecchia casa, così umida e fredda che tremavo di continuo e avevo sempre male alla schiena. Mio padre mi diceva che quella che sentivo non era umidità ma le lacrime di Gesù che gli risalivano dagli occhi e io nel sogno mi chiedevo perché Gesù ci odiava tanto da piangere sempre e soltanto per noi, e se vivevamo nei suoi occhi visto che al mattino ci risvegliavamo sempre umidi e quasi da strizzare, come se fossimo cresciuti già dentro le sue lacrime. Poi nel sogno mio padre risolveva il problema alla sua maniera, comprando una rampa di scale mobili. Così ogni volta che Gesù si metteva a piangere noi lo ignoravamo e azionando la rampa di scale salivamo attraverso il cielo a un piano più asciutto.

venerdì 28 maggio 2021

tutto l'amore che c'è

Stamattina pensavo a Janis Joplin, che diceva quando salgo sul palco faccio l’amore con 25.000 persone ma poi torno a casa e sono sola. Ecco, io uguale, quasi 5000 amici su FB e nessun vero trombamico nella vita reale, poi dicono che questo mondo è falso e ingiusto. In compenso non faccio in tempo ad accettare un tipetto all’apparenza inoffensivo e come nulla mi arriva il messaggio in chat: GESÙ TI AMA. Almeno con l’amore stiamo apposto.

domenica 31 marzo 2019

legno

“Vieni a fare la preghiera a Gesù” dice la giovane mamma alla figlia di nove-dieci anni davanti alla chiesetta di campagna. La bambina le risponde pungente: “Come se anche quella non fosse un’altra fregatura!”. Ascoltandola mi viene da ridere e penso: i bambini sono il nostro futuro. Poi entro in chiesa. Un giovane prete dalla pelle nera sta celebrando la messa per una parrocchia composta quasi tutta da anziani dalle facce dure, rosse, conciate come le hanno i nostri contadini e da altri giovani neri, proprio come lui, seduti in prima fila. A loro, nel suo italiano strascicato, il prete racconta la parabola del buon samaritano. “E tu” dice con veemenza dall’altare “che venivi alla messa della 7.30 e ora vieni alla messa delle 10.00 perché hai litigato con un altro parrocchiano e non vuoi più incontrarlo, che razza di cristiano sei, se non sai perdonare?” Si sente dal fondo della chiesta rispondergli una vecchia: “Jè ggiuste! Tiène rascione!”. Più che una messa, mi sembra una riunione di famiglia. Guardo in alto, il Cristo crocefisso sopra l’altare, la sua pelle è bianca, le sue braccia sottili, delicate, per quanto mi sforzi non trovo nulla in comune fra quello e il sacerdote africano, fra quello e tutta questa gente povera qui riunita nel suo nome. Finché non mi accorgo che la pelle del prete ha lo stesso colore del legno con cui è fatta la croce. Allora sì, penso, c’è qualcosa di vero e di sacro, qualcosa di rispettabile che accomuna questi semplici a quella scultura ed è il legno, il legno della croce a cui Cristo sta inchiodato da secoli, proprio come loro.

giovedì 22 settembre 2016

il venditore di rose

Sono appena stato derubato da un abile venditore di rose, che parlandomi a voce bassa e svelta, senza che capissi una sola parola di quanto mi diceva, mi ha convinto a cedergli una preziosissima medaglia di Ganesha che tenevo appesa al collo come ornamento, per regalarla al figlio che stava al suo fianco, nel silenzio orgoglioso degli ostinati ma con lo sguardo di chi non possa desiderare altro al mondo. Il figlio con la pelle olivastra che non mi ha dato niente in cambio, né un grazie e nemmeno una rosa. Quando un prete corre fuori da un albergo urlando: Gesù è scappato! Gesù è scappato! All’improvviso il venditore di rose lancia un grido anche lui, rannicchiandosi su se stesso e tenendosi il piede con forza, come se fosse ferito. Ha appena spiaccicato Gesù, che per scappare si era fatto piccolo piccolo come una formica.

lunedì 19 settembre 2016

maddalena

Sono in viaggio con Maddalena, prima diretti verso Roma, dove saremo comparse in un film di Pasolini, poi come perduti per l’Italia e senza una meta precisa. Poco mi importa, visto che il viaggio è pagato mi diverto. Maddalena in verità mi piace, mi piacciono i suoi sguardi dolci e divertiti quando mi saluta con finta noncuranza, né ci vuole molto a capire che ho una cotta per lei. Per passare il tempo nei nostri lunghi spostamenti in treno, mi sono inventato in gioco: mi arrampico sul tetto del treno speciale su cui viaggiamo – un treno a quattro piani approntato apposta dalla produzione per ospitare l’enorme troupe impiegata per quello che sarà, promettono, il film del millennio – e osservo dall’alto del treno in corsa e la gente dei paesi che ci passano intorno con un misto di orgoglio e di pietà. Osservo l’Italia in bianco e nero e me ne sento il cuore pulsante, anche se forse è solo per effetto del movimento treno. Giungiamo, quindi, in una città senza nome dove, per uno stupido errore di prospettiva prendo una porta per un’altra e finisco per lanciarmi fuori dal treno e poi, non riuscendo a ritrovare la strada verso il nostro binario, perdermi nella stazione. Chiedo informazioni ai passanti, qualcuno cerca di aiutarmi, di darmi indicazioni, mi accompagna e come nulla si forma così un drappello di persone, o meglio ancora processione, che prima mi viene dietro e poi mi conduce per una lunga stradina lastricata su in collina. Ascolto alle mie spalle Maddalena dare ordini crudeli, con tono da ufficiale, per la mia condanna a morte. E riconosco fra gli altri i volti di molti con cui ho viaggiato, la troupe che riprende la mia salita al patibolo fra la folla infervorata dall’idea del sangue e dalla voce acuminata di Maddalena. All’improvviso si ascolta una voce più alta che spezza la tensione. È la voce di un grosso cane pastore che si fa avanti dal bordo della strada e tuona contro di noi col piglio di un vero regista: «Lasciatelo stare, cretini! Non vedete che non è credibile, con quella faccia! Questa esecuzione è diventata una farsa! Non è così che salverete il Paese! Serve più sangue, più tragedia! Cacciatelo via! Trovatemene un altro!». Maddalena si scusa, ma come indispettita, e subito la folla, pentita per quella svista, si disperde e torna a casa, oppure al treno. Io, scacciato dalla produzione e perduto in quella città senza nome, perché ricostruita in studio ma non per questo meno italiana, mi ritrovo da solo e senza un soldo. Per la notte, cerco rifugio con altri disperati, militanti e comparse, in una scuola. Più tardi mi chiama Maddalena, anch’essa scacciata, e si scusa con me, ordini dall’alto mi dice. Non ha più un soldo e mi chiede se ho una stanza e se può rifugiarsi da me. Io le rispondo di essere al verde quanto lei e le dico, se vuole, di raggiungermi a scuola.

martedì 19 aprile 2016

corso di scrittura

Per cominciare leggo un racconto di Sandro Veronesi, sperando di invogliarli. Il racconto parla di un tipo che scopre che la sua ragazza gli ha messo le corna. Allora lui che fa? Prende un cacciavite, salta sul motorino e parte verso Galleria Borghese, per sfregiare l’Ultima Cena di un pittore rinascimentale di cui non ricordo il nome, perché andare a vedere quell’opera è stata l’ultima cosa bella che lui e la sua ragazza hanno fatto insieme e lui vuole distruggere il ricordo. 
Mimmo, che stranamente, per tutto il mio preambolo e la prima parte del racconto, se n’è rimasto rattrappito e taciturno sulla sedia, come una molla pronta a scattare, quando sente del quadro comincia ad agitarsi e poi a urlare, si alza e lancia oggetti per la stanza. Non si fa! Non si fa! Non a Gesù Cristo! Non si sfregia Gesù Cristo! Ma come si permette questo! 
Servono tre persone per calmarlo. Poi chiedo a tutti di scrivere un racconto “in risposta” a quello di Veronesi. Lo chiedo anche a Mimmo che prima si nega, poi tentenna, alla fine accetta chiedendomi dove vive questo Veronesi. Roma presumo, gli rispondo. 
Così Mimmo si mette al lavoro, rattrappendosi ancora una volta sulla sedia, all’angolo del tavolo, tutto concentrato sul foglio e puntando ogni tanto la penna verso qualcuno nella stanza. In poco più di mezz’ora scrive, a mano, un racconto di sei pagine in cui, con furia inaudita di samurai, dà corpo alla sua lista nera in un bagno di sangue che comincia a Martina Franca e finisce a Roma, riassumendo trent’anni di sfiga e di soprusi subiti dal prossimo. 
Immagina così, in una sorta di trasfigurazione robocopiana, che gli spuntino armi dal corpo, dalla braccia, dalle gambe, dagli occhi, persino dai muri, dalla strada, dagli oggetti intorno, senza tregua. Una mattina esce di casa, a Martina Franca, e comincia a far fuori tutti coloro che nella vita gli hanno fatto un torto, dirigendosi implacabilmente verso Roma. 
Quel droghiere che non gli ha dato il resto due anni fa – BANG! – il tabaccaio che non gli ha fatto credito sulle sigarette – BANG! BANG! – il tipo che nei ’70 gli ha tagliato la strada mentre andava in bici – BANG! – la tipa che a quindici anni lo ha tenuto sull’amo per un po’ senza farci nulla – BANG! BANG! BANG! 
Alla fine, dopo sei pagine intrise di pura violenza tarantiniana che più volte scatena gli applausi della classe, Mimmo raggiunge Sandro Veronesi, lo lega alla sedia, gli mette dell’esplosivo sotto la sedia, lo maltratta un po’ per farlo friggere nella sua paura di scrittore che ha pestato i piedi a qualcuno che sta più in alto di lui. Poi lo fa saltare in aria, riducendolo in atomi. E conclude così il suo racconto:
“E sappia, il signor Sandro Veronesi, che Gesù è buono, e lo ha già perdonato. Ma io NO.”

mercoledì 23 dicembre 2015

natale 2015

L'anno scorso, il giorno di Natale, c'era la neve e io stavo lavorando. L'anno scorso ho lavorato sempre. Fra ottobre 2014 e giugno 2015 non mi sono fermato un attimo, ho lavorato ogni singolo giorno, ogni minuto, fino a raggiungere un livello di stress e alienazione incredibili, tanto più che, se lo dicevo, nessuno mi credeva. Ho lavorato come un matto, ma ho lavorato bene, i risultati lo dimostrano, e quest'anno a Natale faccio vacanza, una vera vacanza di Natale. Ricomincio il 29 dicembre, però questa settimana di festa me la faccio con tutti i crismi, cioè senza pensare a niente di niente, respirando l'aria malsana delle feste in famiglia o con gli amici emigrati di ritorno (che mi mancano pure). Tanti auguri a te, Gesù Cristo.

martedì 1 dicembre 2015

scritto a un semaforo

Alla fine se metti insieme tutti quelli che abbandonano gli animali senza pensarci due volte + quelli che picchiano le donne come se fosse naturale + quelli che Gesù è grande ma gli immigrati devono morire perché ci rubano il lavoro + quelli che la famiglia è tutto ma se Dio mi dà un figlio gay lo uccido + quelli che lo studio non è un diritto ma un optional per il lavoro malpagato che ti aspetta + quelli che palazzinari a più non posso tanto il verde è solo un colore + quelli che andare ai musei che palle meglio vedersi la partita di calcio truccata e illudersi che è ancora sport + quelli che Salvini dacci un futuro + quelli che ti dicono ancora comunista + quelli che Pasolini è Dio peccato che se lo leggo mi annoia + quelli che i preti sono tutti pedofili ma io voto sempre solo Berlusconi + quelli che fare le ferrovie al Sud è dare lavoro alle mafie + quelli che la politica ha rovinato il paese ma Valentino Rossi può evadere le tasse perché corre + quelli che la politica ha rovinato il paese e io non voto più ma dopo che ho votato per vent’anni Berlusconi + quelli che la politica è corrotta ma io voto chi mi dà il condono edilizio davanti a casa + quelli che la Fallaci è una troia psicopatica che istiga all’odio + quelli che Renzi mi sta sul cazzo ma voto Pd perché siamo una grande famiglia direi che non servono tanti sondaggi Istat per capire che l’Italia è una bella marea di stronzi.

mercoledì 22 aprile 2015

us and them

Oggi ho visto un video di Alessandro Di Battista che in Aula ha pesantemente attaccato Renzi per la cattiva gestione della questione migranti che tante morti sta causando in queste ore. Di Battista, per quel che mi riguarda, ha ragione su tutta la linea, tranne in una cosa: quel “noi contro voi” che ritorna sempre nel suo discorso, quel “noi che siamo giusti contro voi che siete sbagliati” che dimostra come alla fine anche Di Battista, da buon italiano, non ha capito nulla dei problemi dell’Italia. Che non sono legati all’immigrazione, alla corruzione, all’ignoranza, alla crisi, o a come cazzo la volete chiamare, no, quelle sono tutte conseguenze di quel “noi giusti contro voi sbagliati”, quell’arroganza di chi sta sempre un gradino più in alto degli altri, immacolato, e sputa giudizi dall’alto della sua purezza.
Non credo in Dio, ma sono cresciuto in una cultura cattolica i cui elementi fondamentali sono la pietà e la colpa. Nessuno è nato senza colpa, per cui tutti meritano pietà. Credo nella pietà e credo, fortemente, per cultura, in alcune cose che diceva il buon Gesù, una delle quali trovo sia fondamentale: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra!” Che significa, applicato alla politica, che i problemi di un popolo li risolvi davvero solo quando cominci ad ammettere che non ci sono colpevoli da mandare al rogo e puri che difendono la Legge, ma che la colpa è sempre collettiva, e se c’è qualcuno che ha sbagliato la colpa è anche tua che dormivi, o sapevi e non hai fatto nulla, o hai lasciato fare perché ti faceva comodo. Nello splendido Stato cattolico che siamo, invece, siamo pieni di campioni senza macchia e prontissimi a scagliare la prima pietra, i giusti per eccellenza autoelettisi a giustizieri della notte.
Così continuiamo a sguazzare nelle nostre battaglie incazzose per ammazzare il tempo, ci indigniamo tanto per tutto, ma senza mai risolvere niente. Ci perdiamo nelle chiacchiere in rete. Attacchiamo con foga e indifferentemente Nobraino, Razzi, Renzi, Xylella, poi ci commuoviamo per Morandi che non s’incazza come noi, non alza mai la voce, lui non litiga, discute, e ci stupiamo, ci complimentiamo per la classe. Un vero alieno. Ci diciamo: “Cazzo quel Morandi, pensare che l’ho paraculato fino a ieri. Invece c’ha le palle lui. Proprio come me, che passo le mie giornate a grattarmele le palle, nell’attesa di qualcun altro da lapidare.”

giovedì 20 febbraio 2014

mensa

Ho fatto un sogno. Siamo tantissimi, tutti seduti a una sorta di mensa scolastica. Dal pulpito una maestra ci ripete all’infinito quali sono le regole, i giusti valori, il comportamento adeguato da tenere. Io dipingo una sacra famiglia, è un monocromo rosso. Si intravede sul fondo Gesù bambino col bue e l’asinello. Mancano Giuseppe e Maria. “C’è uno scrittore” mi dicono alcuni che sbirciano il quadro. C’è uno scrittore, infatti, in evidenza sul lato sinistro del quadro. Si capisce dal fatto che ha uno scalpello in mano. Mi guardo intorno. Maria è seduta a capotavola. Piange. Le prendo la mano per darle conforto e dal contatto delle nostre mani viene fuori del sangue. Giuseppe gira fra i tavoli. Offre agli immigrati del broccoletti sottolio. Loro li divorano compiaciuti. Non hanno mai mangiato, dicono, nulla di così buono.

mercoledì 5 febbraio 2014

miracolo (a siena)

Dall’alto della Fortezza dove sospira abitualmente, una badante indiscreta scattò una foto a due ragazzi dentro a un bacio e la spedì nel mondo. Allora i Gesù crocefissi nelle chiese – che tanto ci piace fotografare – scesero per loro finalmente liberati. Se ne andarono nei parchi a passeggiare. Quelli di più vecchio legno posavano i piedi tarlati nell’erba umida con lo stupore dei ciechi e poi li ritiravano svelti per il solletico e per il batticuore.