La mia giornata comincia con una foto di Franco Arminio da una sua presentazione a Roma piena zeppa di pubblico, cosa assolutamente non scontata visto che ormai anche le presentazioni vanno deserte. L’altro giorno, di contro, leggevo un post in cui ci si lamentava del fatto che sempre a Roma una presentazione di De Angelis per la sua traduzione di Lucrezio fosse andata “bene ma non benissimo”, e soprattutto gli mancavano intorno i poeti. Anche da Arminio mancavano i poeti, ma non se n’è accorto nessuno perché c’era il pubblico. Il punto direi che è proprio questo. Che te ne fai di appartenere alla setta dei poeti estinti se poi non vengono nemmeno alla tua presentazione, se non fanno gruppo con te? (E io stesso non potrei parlare, perché non faccio gruppo né coi poeti né col pubblico). Poi ce la prendiamo con Arminio, dicendo che in fondo se c’è pubblico significa che la sua non è poesia, ma è un’affermazione triste, perché stai implicitamente riconoscendo il fallimento di ogni poeta, la sua condanna a una solitudine egoistica e sospettosa, spesso venata dal desiderio implicito di essere compreso, di essere abbracciato dal pubblico al posto di Arminio, perché 𝘴𝘦 𝘪𝘰 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘱𝘰𝘦𝘵𝘢 𝘦 𝘭𝘶𝘪 𝘯𝘰, 𝘪𝘰 𝘮𝘪 𝘮𝘦𝘳𝘪𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘪̀ 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘥𝘪 𝘭𝘶𝘪. La cosa ancora più triste, però, è proprio osservare Arminio, che dimostra cosa succede quando finalmente il pubblico ti abbraccia, e ti accorgi che non c’è nessun sollievo, nessuna vera soddisfazione in questo, Arminio è spesso infelice perché avere il dono effimero del pubblico da solo non basta. L’unica vera certezza, insomma, è l’infelicità di chi scrive.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
venerdì 17 marzo 2023
martedì 31 maggio 2022
ostinarsi coi concorsi
“Ma perché vi ostinate a partecipare ai concorsi di poesia? – scrivono alcuni – I concorsi sono tutti truccati, oppure delle pagliacciate. E i poeti veri i concorsi non li guardano nemmeno, leggono i grandi e scrivono le loro cose per sé.” Sarà così, ma io so che la storia della poesia è piena, da sempre, di concorsi e di liti anche epiche fra i “poeti veri” per i premi in denaro: la mia preferita resta quella di Giorgio Caproni e Giovanni Giudici che al premio Viareggio 1988 contestarono la vittoria di Raffaello Baldini dicendo che la sua, che scriveva in dialetto di Santarcangelo, era una lingua “ignota”. Alla faccia della sportività dei poeti. C’è anche un’acidissima leggenda metropolitana che raccomanda di non partecipare mai a un concorso ogni qualvolta Milo De Angelis pubblica un nuovo libro perché tanto a quel punto li vincerà tutti lui. Uno mi dirà che Milo non ne sa nulla, che è tutta colpa dell’ufficio stampa di Mondadori. Ma io non ho mai sentito di De Angelis abbia che si sia sdegnato della cosa e detto: “Madonna, come li odio questi concorsi letterari, dove mi danno 1000, 2000, 5000 euro per aver scritto il mio libro, nono dateli a un altro, io preferisco restarmene a casa a tradurre Lucrezio.” Scrivo questo post contraddicendomi, perché dopo averli visti/vissuti a me i concorsi stanno mediamente antipatici ma non trovo giusto negarli ai miei autori, anzi di recente me ne sono scordati un paio a cui mandare dei libri e mi sento in colpa. Per fortuna che i concorsi sono sempre lì e li recuperiamo l’anno prossimo, sperando che Milo nel frattempo non pubblichi nulla.
mercoledì 9 febbraio 2022
one man show
Ieri un amico mi scriveva che dopo le due letture di poesie a Sanremo si è scatenato un polverone, il solito, per capire chi è poeta o no. C’è chi dice che la Gualtieri è più poeta di Arminio e c’è chi dice che nessuno dei due, per diversi motivi, è poeta. C’è chi a questo punto tira in ballo Magrelli, di cui esce a breve il nuovo libro, dicendo che Magrelli è stato poeta nei suoi primi tre libri ma dopo quelli non più; ma a questa stregua ci sarebbe da chiedersi se è più poeta Magrelli che prova a sperimentare nuove formule e linguaggi con risultati non sempre all’altezza del suo nome, o De Angelis che è superbo nel riscrivere lo stesso libro da più di vent’anni, dando credito a chi dice che la poesia è soprattutto musealizzazione di se stessi in un procedimento collaudato. “Brand” è il termine per il mercato. Quando la poesia trova il suo brand vende. Ma chi può dire chi è poeta o no, e in base a quale criterio o gusto? Se le vendite non fanno testo, se il gusto del pubblico nemmeno, se quello degli addetti ai lavori è fazioso come pochi – e lo dico io che ci sto dentro, se la critica se ne sbatte e anche se non se ne sbattesse importerebbe a pochi (perché attenzione: se la critica dice che Arminio fa schifo è ok, ma se la stessa critica, ammesso che si accorgesse di te, dicesse che il tuo libro è insignificante quanto il suo, tu lo accetteresti?). Chi decide, insomma, chi è poeta o no? E come? Tutto questo parlare a vuoto mi ha fatto pensare a quando i giornalisti a metà anni 60 chiedevano a Bob Dylan – altro esempio di artista che non si è mai capito di preciso cos’è – di esprimersi sui cantanti di protesta della sua generazione, e lui rispondeva così: Sono 136, non uno di più non uno di meno. E allora i giornalisti, che non capivano lo scherzo, continuavano: E lei si considera un cantante di protesta? Io no, diceva Dylan, io sono un “One Man Show”, un uomo che fa il suo spettacolo tutto da solo. I giornalisti compiaciuti ridevano.
martedì 26 gennaio 2021
confessione
Confesso la mia colpa, io Milo De Angelis non riesco a leggerlo, ogni tanto ci provo ma mi scappa di bocca come il pane sciapo. Nondimeno ne riconosco la grandezza, “quella roba lì non può che essere poesia” come mi disse una volta una mia amica, quella roba lì, intendendo qualcosa che sai che c'è, anche se non sai da dove prenderla. Lui scrive, nella sua nuova raccolta: “State attenti, tutti voi, perché non parlerò due volte” e io dentro di me so che mi sono già perso, irrimediabilmente, la prima.
giovedì 19 ottobre 2017
antologia
mercoledì 2 dicembre 2015
passaggio di palla
profumata dei bambini in salvo
la leggerezza di chi muore
poco a poco nel rimpallo. Dacci di Milo
De Angelis la perfezione sferica
ricacciata nel verso ormai negro
sull’opposta riva del campo.
Dio non fischiarci in fallo
se ricadiamo ogni giorno nel buio.
mercoledì 10 settembre 2014
una poesia di milo de angelis
in un ridere impazzito, le notti passate
correndo in Via Crescenzago, inseguendo il neon
di un’edicola. Non è più dato. Non è più nostro
il batticuore di aspettare mezzanotte, aspettarla
finché mezzanotte entra nel suo vero tumulto,
nella frenesia di tutte le ore, di tutte le ore.
Non è più dato. Uno solo è il tempo, una sola
la morte, poche le ossessioni, poche
le notti d’amore, pochi i baci, poche le strade
che portano fuori di noi, poche le poesie.
(da Tema dell'addio)