venerdì 17 marzo 2023

il pubblico

La mia giornata comincia con una foto di Franco Arminio da una sua presentazione a Roma piena zeppa di pubblico, cosa assolutamente non scontata visto che ormai anche le presentazioni vanno deserte. L’altro giorno, di contro, leggevo un post in cui ci si lamentava del fatto che sempre a Roma una presentazione di De Angelis per la sua traduzione di Lucrezio fosse andata “bene ma non benissimo”, e soprattutto gli mancavano intorno i poeti. Anche da Arminio mancavano i poeti, ma non se n’è accorto nessuno perché c’era il pubblico. Il punto direi che è proprio questo. Che te ne fai di appartenere alla setta dei poeti estinti se poi non vengono nemmeno alla tua presentazione, se non fanno gruppo con te? (E io stesso non potrei parlare, perché non faccio gruppo né coi poeti né col pubblico). Poi ce la prendiamo con Arminio, dicendo che in fondo se c’è pubblico significa che la sua non è poesia, ma è un’affermazione triste, perché stai implicitamente riconoscendo il fallimento di ogni poeta, la sua condanna a una solitudine egoistica e sospettosa, spesso venata dal desiderio implicito di essere compreso, di essere abbracciato dal pubblico al posto di Arminio, perché 𝘴𝘦 𝘪𝘰 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘱𝘰𝘦𝘵𝘢 𝘦 𝘭𝘶𝘪 𝘯𝘰, 𝘪𝘰 𝘮𝘪 𝘮𝘦𝘳𝘪𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘪̀ 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘥𝘪 𝘭𝘶𝘪. La cosa ancora più triste, però, è proprio osservare Arminio, che dimostra cosa succede quando finalmente il pubblico ti abbraccia, e ti accorgi che non c’è nessun sollievo, nessuna vera soddisfazione in questo, Arminio è spesso infelice perché avere il dono effimero del pubblico da solo non basta. L’unica vera certezza, insomma, è l’infelicità di chi scrive.

Nessun commento: