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venerdì 16 dicembre 2022

le lacrime

Una volta ho conosciuto una poetessa che quando trovava una parola perfetta, cioè quella sola parola che poteva stare lì in quel preciso punto per dare al verso il suo senso più assoluto, si emozionava così tanto che scoppiava in lacrime. Io di lei apprezzavo particolarmente il décolleté ma non sapevo come dirglielo senza sembrare insensibile. Anche perché lei, quelle volte che mi vedeva meno ricettivo verso i suoi patemi artistici, si irritava dicendo che non la capivo. Ma una volta che ero a casa sua mi lesse un intero poemetto pieno di parole talmente ricercate che mentre leggeva le salì un singhiozzo in gola e cominciò a piangere come una fontana rotta. Leggeva e piangeva e fra una strofa e l’altra si soffiava il naso e io, a furia di vederla conturbarsi per i suoi versi, mi sono commosso con lei e ho cominciato a piangere e rubarle i fazzoletti per asciugarmi gli occhi, tanto che a un certo punto non si sapeva più se quel giorno in casa sua era nata una poesia o eravamo entrati in lutto. Poi, quando lei ha finito di leggere mi ha cercato la mano e stringendola mi ha detto: Antonio, finalmente mi hai capita! E io, tornato in me, le ho fissato il décolleté.

mercoledì 1 gennaio 2020

piangere

Invecchiare significa, fra le altre cose, confrontarsi coi problemi di salute tuoi e di chi ti sta accanto. In questo senso, la mia e quella di alcuni miei amici è stata una fine d’anno emotivamente difficile. Così, quasi richiamato da esso, ho riletto Questa libertà, l'autobiografia di Pierluigi Cappello. In particolare sull'ultimo capitolo, che parla dell'incidente che lo ha paralizzato a vita, ho pianto allo stesso modo in cui feci per la prima volta cinque anni fa. Ho pianto per due ore, mentre leggevo. Piangere su un libro è il regalo che mi sono fatto per cominciare meglio quest’anno. Perché, per «restare umani», bisogna prima di tutto imparare a sentire – e non soltanto capire – il dolore degli altri. E i libri servono anche a questo.

sabato 2 marzo 2019

il canto

È tardi. Affronto lietamente il gelo
di fuori. Ho in cuore di una vita il canto,
dove il sangue fu sangue, il pianto pianto.
Italia l’avvertiva appena. Antico
resiste, come quercia, allo sfacelo.

(Umberto Saba, Il canzoniere, Einaudi, 2014)

sabato 23 luglio 2016

mi stringe in gola il sangue...

Mi stringe in gola il sangue.
Mi sanguina dal cuore.
Ogni tua cellula perduta si fa
goccia che risale. Sale e soffoca
dal cuore ma non passa.
Ristagna e secca
negli occhi senza pianto.
E brilla il mio rimorso.
Mi bagna il canto. Perché ti perdo?
Perché non ti ritrovo?

sabato 21 marzo 2015

passata l’arroganza dei vent’anni...

Passata l’arroganza dei vent’anni
e dei trent’anni la voglia di spiegare
precocemente entrato nei quaranta
non ho più furia che mi spinga al
verso non ho più direzione alcuna
se mi accorgo come ormai (solo)
la condanna degli uomini soli
è un letto con lenzuola ingiallite
dal pianto e nessun lavaggio
di nessuna lavatrice potrà mai
ritornarle immacolate ma tu hai
ancora parole per dirlo ancora
qualche anno ad una voce prima
che morta ogni storia ogni poesia
con ironia feroce ma non tua
la tua vita si annerisca nella cronaca
appena un trafiletto di rimpianto
da parte degli amici appena un vanto
per tanto affetto immotivato.

mercoledì 10 settembre 2014

una poesia di milo de angelis

Non è più dato. Il pianto che si trasformava
in un ridere impazzito, le notti passate
correndo in Via Crescenzago, inseguendo il neon
di un’edicola. Non è più dato. Non è più nostro
il batticuore di aspettare mezzanotte, aspettarla
finché mezzanotte entra nel suo vero tumulto,
nella frenesia di tutte le ore, di tutte le ore.
Non è più dato. Uno solo è il tempo, una sola
la morte, poche le ossessioni, poche
le notti d’amore, pochi i baci, poche le strade
che portano fuori di noi, poche le poesie.

(da Tema dell'addio)

sabato 18 gennaio 2014

lettera da parigi

Lettera dal mio vuoto da Parigi dove nel ricordo vivi ancora
oltre come sei la mia portata una menzogna a ciel sereno
una biscia che s’agita nel fango e non più la fiera anguilla
penetratami nel cuore con la forma di un capello
a bermi nel sangue a battere nel mio battere
mentre cercava le parole giuste per stupirmi e ora
mi strozza in gola come un osso un fermaglio mal digerito
m’impedisce il pianto e mi ferisce avvelenando
la memoria col sale povero sale da cucina
dove un tempo si stendevano perfette pianure di ghiaccio
solitarie e tristi ma accecanti nel sole e non silenziose
avvilite com’è ora il mio cuore in un lavello
umiliato sotto il gettito d’acqua e lavato senza cura
ormai da mani esperte a estirpare il male del ricordo
conficcato nel profondo e rigido come uno spillo
un cadavere come un altro con un suo peso un suo volto.