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venerdì 24 marzo 2023

l'aria

Mentre siamo in fila in banca un signore guarda fuori dalla vetrata e comincia a declamare la bellezza di giornate così che puoi andartene al mare. Un altro, incalcinato dal cantiere, coi denti gialli e spezzati, gli risponde che è più bello ancora andarci in inverno, quando puoi respirare l'aria a pieni polmoni, non c'è nulla di bello come l'aria dice. Socchiude gli occhi: "E quanto è bella l'aria respirata in un bosco dove non c'è nessuno, quando stai sotto una grande quercia! Che te le fai del mare?" Io mi stavo commuovendo dalla poesia che esprimeva il suo sguardo, finché non aggiunge: "E se c'è una signorina che ti fa un bel lavoro di bocca, come si respira bene quando te lo fa! Un capolavoro!" E piega i denti spezzati in un sorriso brutto e malizioso da simpatica malerba.

sabato 14 maggio 2022

primo spettacolo

Ieri sera ho visto il mio primo spettacolo in teatro da quando è scoppiata la pandemia. Mi sono accorto così che anche per fare lo spettatore occorre una disciplina che dopo più di due anni a casa va riconquistata. Lo spettacolo, Museo Pasolini di Ascanio Celestini – due ore assai belle ma impegnative, com’è giusto, perché uno spettacolo serio deve dare ma deve anche chiedere – si è trasformato presto in una lotta fra immaginazione e corpo, con la mia immaginazione che spingeva per uscire e sollevarsi e il mio corpo che mi rimproverava, e faceva i capricci, per riprendere peso. Ma quanto è scomoda questa poltrona? Mi fa male la schiena, mi si sta addormentando la gamba! E questa mascherina quant’è odiosa! Mi sembra di portare una museruola! Mi manca l’aria, mi sta salendo il mal di testa, ecco che mi sta pulsando un occhio, è la prova che sta per partirmi un vaso sanguigno, maledetta museruola! Oddio, devo riprendere fiato, mi serve una pausa, fatemi alzare, non riesco più a seguire cosa dice… e se l’abbassassi piano piano sul mento e mi prendessi una boccata d’aria, mi noterà qualcuno? Ma non c’è storia, devo, o quello o vado in ipoventilazione! E così avremo due poeti morti stasera, Pier Paolo Pasolini e Vitantonio Lillo, uno ammazzato dal fascismo e l’altro dalla mascherina. Ma quella che mi scalcia dalla poltrona dietro che vuole, starà soffocando anche lei? Madonna, meglio non pensarci, meglio concentrarsi sulle parole… Ma qui mi sta venendo fame, sono due ore che Ascanio parla di maritozzi nel caffè, di caciare e caciotte, di mangiarsi gli elefanti del circo! E se comincia a brontolarmi lo stomaco si sentirà in sala? Ma come fa a parlare così tanto senza incepparsi? Gli verrà mai sete? E il mal di gola? Si scorderà le parole qualche volta? E con un corpo così piccolo, dove le terrà nascoste?

lunedì 31 agosto 2020

una gran bell’idea

Tutto è puro per i puri, diceva San Paolo, e forse tutto è poesia per i poeti, e ancora più per i non poeti. Scrive, Franco Bifo Berardi nel primo capitolo del suo Respirare. Caos e poesia (Sossella, 2019) – dove si discute, fra le altre cose, di poesia come rimedio e rivoluzione per il caos odierno: «La poesia è un atto di linguaggio che non può essere definito, perché definire significa porre un limite, e la poesia è per l’appunto eccesso che va oltre il limite del linguaggio, che è anche il limite del mondo». Molto bello. Ma se in un libro effettivamente pieno di intuizioni com’è questo – a cominciare dall’assunzione della mancanza di respiro come metafora ultima della nostra epoca, dallo «I can’t breathe!» pronunciato da Eric Garner ben prima dell’omicidio Floyd, al disastro economico e ambientale che si estende, oggi, fino alla pandemia che attacca le nostre vie respiratorie – gli unici poeti sviscerati sono gli ottocenteschi Hölderlin e Rilke (più i primonovecenteschi Yeats e Dylan Thomas, ma con meno spazio) lì dove invece ci si spinge in altri ambiti a trattare opere e autori contemporanei, come Freedom di Franzen, Carnage di Polanski o Black Star di Bowie, non è un po’ come abdicare all’idea diffusa che ormai il termine “poesia” si sia fatto mero aggettivo, che la poesia si faccia altrove, in altri ambiti, non è più campo d’azione di chi scrive in versi, inadeguati a trattare una realtà complessa, ma di chi utilizza forme e linguaggi “contemporanei”? Ci può anche stare come teoria, ma che senso ha allora dire che la poesia è il rimedio, se per esprimere quanto sta accadendo oggi poi mi rivolgo al cinema? Devo forse pensare che, per il fatto che la poesia non ha limiti, il cinema e il rock siano un sottogenere della poesia (dibattito stravecchio)? Ma questo non è svilire cinema e rock nelle loro potenzialità di linguaggio? E va bene che la poesia non ha limiti, ma se tutto è poesia, allora cosa non lo è? O devo invece concludere, assai più semplicemente, che Bifo Berardi parli e scriva di poesia come salvezza dal caos, senza aver letto i poeti contemporanei? Ovvero ribadendo ancora una volta l’amara verità: che quella della poesia come rivoluzione è una gran bell’idea, ma la poesia, come sempre, è meglio dirla che leggerla?

lunedì 29 aprile 2019

palpebre

Stamattina mi sono svegliato talmente raffreddato che da due ore sto provando a respirare con le palpebre degli occhi, come i pesci o come quelli che dicono lo fanno a yoga, pur non essendo raffreddati.