Mentre
siamo in fila in banca un signore guarda fuori dalla vetrata e comincia
a declamare la bellezza di giornate così che puoi andartene al mare. Un
altro, incalcinato dal cantiere, coi denti gialli e spezzati, gli
risponde che è più bello ancora andarci in inverno, quando puoi
respirare l'aria a pieni polmoni, non c'è nulla di bello come l'aria
dice. Socchiude gli occhi: "E quanto è bella l'aria respirata in un
bosco dove non c'è nessuno, quando stai sotto una grande
quercia! Che te le fai del mare?" Io mi stavo commuovendo dalla poesia
che esprimeva il suo sguardo, finché non aggiunge: "E se c'è una
signorina che ti fa un bel lavoro di bocca, come si respira bene quando
te lo fa! Un capolavoro!" E piega i denti spezzati in un sorriso brutto e
malizioso da simpatica malerba.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
venerdì 24 marzo 2023
l'aria
sabato 14 maggio 2022
primo spettacolo
lunedì 31 agosto 2020
una gran bell’idea
Tutto
è puro per i puri, diceva San Paolo, e forse tutto è poesia per i
poeti, e ancora più per i non poeti. Scrive, Franco Bifo Berardi nel
primo capitolo del suo Respirare. Caos e poesia (Sossella, 2019) –
dove si discute, fra le altre cose, di poesia come rimedio e rivoluzione
per il caos odierno: «La poesia è un atto di linguaggio che non può
essere definito, perché definire significa porre un limite, e la poesia è
per l’appunto eccesso che va oltre il limite del linguaggio, che è
anche il limite del mondo». Molto bello. Ma se in un libro
effettivamente pieno di intuizioni com’è questo – a cominciare
dall’assunzione della mancanza di respiro come metafora ultima della
nostra epoca, dallo «I can’t breathe!» pronunciato da Eric Garner ben
prima dell’omicidio Floyd, al disastro economico e ambientale che si
estende, oggi, fino alla pandemia che attacca le nostre vie respiratorie
– gli unici poeti sviscerati sono gli ottocenteschi Hölderlin e Rilke
(più i primonovecenteschi Yeats e Dylan Thomas, ma con meno spazio) lì
dove invece ci si spinge in altri ambiti a trattare opere e autori
contemporanei, come Freedom di Franzen, Carnage di Polanski o Black Star
di Bowie, non è un po’ come abdicare all’idea diffusa che ormai il
termine “poesia” si sia fatto mero aggettivo, che la poesia si faccia
altrove, in altri ambiti, non è più campo d’azione di chi scrive in
versi, inadeguati a trattare una realtà complessa, ma di chi utilizza
forme e linguaggi “contemporanei”? Ci può anche stare come teoria, ma
che senso ha allora dire che la poesia è il rimedio, se per esprimere
quanto sta accadendo oggi poi mi rivolgo al cinema? Devo forse pensare
che, per il fatto che la poesia non ha limiti, il cinema e il rock siano
un sottogenere della poesia (dibattito stravecchio)? Ma questo non è
svilire cinema e rock nelle loro potenzialità di linguaggio? E va bene
che la poesia non ha limiti, ma se tutto è poesia, allora cosa non lo è?
O devo invece concludere, assai più semplicemente, che Bifo Berardi
parli e scriva di poesia come salvezza dal caos, senza aver letto i
poeti contemporanei? Ovvero ribadendo ancora una volta l’amara verità:
che quella della poesia come rivoluzione è una gran bell’idea, ma la
poesia, come sempre, è meglio dirla che leggerla?