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venerdì 29 settembre 2023

se

Scocciato dall’ennesimo autore che mi scrive chiedendomi “se” pubblichiamo poesie, decido di mentire e rispondo che ci piacerebbe, ma come casa editrice non siamo interessati al genere. Mi risponde che capisce perfettamente il nostro discorso dal punto di vista economico, ma trova che sia una cosa importante riportare la poesia nelle librerie e quindi mi esorta a ripensarci, perché servono più fiducia e coraggio da parte di noi editori.

venerdì 23 luglio 2021

scatola nera

Serve molto coraggio per mantenersi lucidi e soli come cani, ovvero per essere appena appena più liberi. Non è facile e ci si può anche sbagliare: uno crede di star fuori dal coro ed è già schierato al controcanto, come niente sta già all’opposizione, solo un gruppo un po’ più grande di persone schierate come un nuovo battaglione in campo. Tenersi integri e sani è già un miracolo che ti chiede una perenne messa in discussione, ammette la contraddizione e persino l’idea che ci si possa sbagliare e ci si debba scusare. È questo il vero scoglio che ci frega tutti, perché piuttosto che ammettere l’errore e scusarsi molti di noi, per semplice orgoglio, sarebbero pronti a farsi impalare. E senza considerare gli insulti dietro l’angolo: perché ti diranno che non sei coerente, che non sei vero, che non sei sincero, perché un uomo vero ragiona a scatola chiusa per essere meglio incasellato nella nuova modalità di lettura del mondo via scrolling. Ma tu vai avanti lo stesso cercando di capire, sperando che un giorno esaminando la scatoletta nera che ti porti in testa ricostruiranno i fatti, e dopo il disastro diranno che a modo tuo ci hai provato.

sabato 27 marzo 2021

coraggio

Ieri sera stavo vedendo questo film, La strada scarlatta di Fritz Lang, 1945, rifacimento americano di La cagna di Jean Renoir. Nel film Edward J. Robinson, pittore dilettante senza fortuna, viene raggirato da una coppia di malviventi i quali riescono a vendere i suoi quadri a una prestigiosa galleria, presentandoli come opera della donna del gruppo, l’avvenente Joan Bennett. Il pittore, scoperta la cosa, non si arrabbia, anzi le dice: «È una fortuna questa, se mi fossi presentato io alla galleria, non mi avrebbe dato retta nessuno, non avrei venduto nulla. Invece grazie a te, adesso so di avere talento». Questa scena tremenda/patetica mi ha fatto pensare a due cose. Prima cosa, assai elementare, che nell’arte, proprio come per la vendita porta a porta degli aspirapolvere, è molto vero che il talento arriva prima se ti presenti meglio. E poi, per estensione (dovuta alla lettura di Di Ruscio), che a molti pare quasi avventurosa questa storia dell’autore che viene riscoperto tardi, o addirittura post mortem, la vedono come qualcosa di avvincente nella sua biografia di maledetto e di incompreso che stava lì ad aspettare noi, proprio noi, che siamo invece arrivati dopo, per riscattarlo con il nostro amore postumo. Invece è orribile, spaventosa. Pensate all’enorme spreco di energie creative di una mente non sollecitata da un riscontro, quante opere ci siamo persi perché un artista pensava che non valesse più la pena provarci. Occorre un coraggio straordinario per continuare a crederci, per vivere tutta la propria vita col dubbio di avere o no talento, senza una parola di conforto, soli come cani, con la gente intorno che fa finta di non vederti, ti evita se non gli servi, ti evita anche solo per non dirti che ne pensa del tuo lavoro (e questo lo so, perché io per primo a volte non ce la faccio a dare una risposta a tutti). Non è vero che il tempo è galantuomo, succede solo per alcuni fortunati. Ma per ciascuno di loro che ora si prende il nostro amore, ce n’è un altro da qualche parte, nostro contemporaneo, che vive e respira insieme a noi, al quale stiamo negando la nostra attenzione, volutamente o distrattamente che sia, in attesa che se il suo carico lo pigli qualcun altro.

sabato 8 settembre 2018

l'arte della guerra

Quella volta che il cane dei vicini abbia così forte dalla strada che il mio gatto, che brilla più per simpatia che per coraggio, riesce a salire fino al quinto piano della libreria per barricarsi dietro i mattoni collaudati. Lo guardo e mi viene in mente la battuta di Totò che chiude Totò contro Maciste. Nino Taranto gli chiede: "Mi sai dire chi ti ha dato la forza di fare quei salti?" e Totò risponde: "Il coraggio della paura!"

martedì 28 luglio 2015

se la bonino

Se la Bonino invece di dare 2500 euro al mese ai Radicali (che non la vogliono) ne desse un terzo a me e il resto della somma ad altri due poeti quarantenni, noi scriveremmo in cambio due poesie a testa ogni mese che parlano di speranza e di coraggio alla nostra generazione bruciata, e l'Italia sarebbe un posto migliore.

domenica 7 dicembre 2014

faru

Mi dice di chiamarsi Faru il nero che mi sceglie e mi si siede davanti con un: “Hello, man! How are you?” Attacca subito con la sua storia, in una lingua traballante e molto avventurosa in chi mischia inglese, il nostro dialetto e italiano smozzicato: “Mi chiamo Faru, trentasei anni. Sono arrivato in Italia nel 2007 in auto. Di tutti quelli che hanno fatto il viaggio con me non si è salvato nessuno, tutti morti. Ci siamo salvati solo in due, io e un altro. Due è il mio numero preferito. Io dico sempre che i giorni della mia vita sono due, quello in cui sono nato e quello in cui sono morto. E cosa viene nel mezzo è solo un caso.” Vende oggetti sulla spiaggia Faru, nella zona di Monopoli, ed è amico di Dio. Lo ha capito un giorno che un tipo l’ha accusato di avergli rubato una radio. “I miei occhi no, mi ha detto Faru, ma il mio cuore piangeva. Ho alzato le mani al cielo e ho detto a Dio: io non sono violento, sono buono, ma se tu sei mio amico, allora vendicami.” Poco dopo hanno scoperto che a rubare la radio è stato un bambino e il tipo che l’ha accusato ha avuto un incidente d’auto. Allora Faru ha capito che Dio è suo amico. “Per cui, amico mio, conclude Faru, ora tu puoi scegliere se aiutarmi oppure no, ma ricordati che Dio è mio amico”. Io lo guardo, mi metto a ridere facendo di no con la testa, e allora lui capisce, mi stringe la mano con forza e mi dice: “Ti auguro buona fortuna, amico. Sei coraggioso.” Poi si solleva e si sposta due sedili dietro al mio, per fare l’identico discorso all’altro dei due passeggeri nel vagone.

mercoledì 8 ottobre 2014

fratelli



Elena Vladareanu, Iqbal Masih, Pino Simone. Questi sono i miei fratelli, le persone per cui in questi giorni vivo, respiro, mangio, su cui si posa il mio pensiero di continuo. Per cui scrivo e mi batto ogni ora. Due di loro sono morti da tempo, uno di solitudine, l’altro ucciso per il suo coraggio, che a pensarlo racchiuso in un corpo così piccolo, resto sempre a bocca aperta. Lei, invece, è più giovane di me, e parla e scrive (benissimo) in una lingua che non conosco ma, per certi versi, mi è fraterna. Guardo le loro foto e penso che le vie del mondo sono vastissime, eppure, se fai attenzione, le sue voci non smettono mai di parlarti, mai, non chiedono altro che tu apra le orecchie.

sabato 19 gennaio 2013

vita di giovanni n°3

Giovanni nato a L’Aquila nel 1989
quando finito si diceva il secolo corrotto
a ventitre anni sopravvissuto al terremoto
che gli ha strappato la casa
agli sciacalli mediatici alle panzane politiche alla rabbia
che ti guasta il sangue nelle vene
ghiacciato per sempre dopo l’ultima neve comincia
la sua terza vita. Suonava il jazz
in giro per la città si trascinava il contrabbasso
come una cassa da morto. Dopo il crollo
all’incalzare della sua seconda vita si è deciso
di averne abbastanza della morte di odiarla con tutte le sue forze
cominci a rompermi! le ha detto alla resa dei conti
la sua immagine spaurita nello specchio
dando una stretta all’esistenza come a una corda.
Studia architettura profugo a Pescara
deciso a ricreare la città rimetterla in piedi più sana
con anticorpi a prova di disastro.
Si è infilato così con decisione nell’immensa corrente della Storia
che non lascia meno profughi o più illesi
eppure rende gli uomini più liberi. Fa suo il motto zen:
assumiti la vita come lei assume te.

giovedì 20 settembre 2012

vento

Guarda, il mondo là fuori si agita, dissi a mio nonno, che si era seduto accanto a me in giardino dopo aver fatto colazione, e gli indicavo le cime dei pini di fronte, scosse dal vento. Tanto, mi rispose, giunti a una certa età, non c’è più differenza fra le creature della Terra, sono vittime tutte allo stesso modo. Qualche volta, aggiunse, per affrontare la vita serve solo un po’ di coraggio. Guardavamo, intanto, il nostro vicino trascinare i figli a scuola per lo zaino, e un altro più vecchio farsi trascinare al collare dal suo cane, la formica che feroce attanagliava la sua preda. Ascoltavamo il rumore di cocci smossi nel cantiere sull’altro lato della strada, le prime foglie cadere, le nuvole che si agitavano sopra di noi deformandosi e gridando, ormai pronte alla pioggia. Nonno, nonno caro, gli dissi, il mondo là fuori si agita e noi qui, invece, cosa mai possiamo fare? Godiamoci il vento, mi rispose. Non si sa mai quando smette.