Nuovo attentato degli ecologisti contro un'opera di Van Gogh, stavolta a Roma. I responsabili del museo comunicano: Ce lo aspettavamo. A questo punto cominciano a venirmi fuori delle domande strane del tipo: In che senso ve lo aspettavate? È stato compilato un profilo dell'attentatore ecologico seriale come si fa coi terroristi? E questo attentatore risponde in particolare alle tele di Van Gogh come succede di fronte alle macchie di Rorschach, ha pulsioni distruttive quando vede il colore? O ci sono motivazione geopolitiche per cui i pittori di scuola olandese sono una espressione del male? Ma soprattutto, cosa rischia chi fa uno di questi attentati? Una causa in tribunale? Una multa sostanziosa? E chi la paga? E chi paga l'avvocato? I genitori dei ragazzi? Se la possono permettere? E se sì (domanda retorica, lo so), al di là della simbolicità del gesto, non era meglio fare una bella donazione o del volontariato presso un ente benefico tipo la Caritas, invece di pagare un avvocato o le casse dello Stato?
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
sabato 5 novembre 2022
sabato 15 ottobre 2022
zuppa e linguaggio
A me quello che più diverte della performance delle due ragazze che ieri hanno imbrattato il quadro di Van Gogh (ben sapendo che era protetto da una lastra di vetro) non è tanto la forma dell’operazione in sé, che se ne fanno di uguali almeno dalle avanguardie – ed è dello stesso tipo di chi ha imbrattato la statua di Montanelli per dirne una più recente – ma è il messaggio che hanno lanciato in contemporanea alla stessa: Perché si spendono tanti soldi per difendere delle opere d’arte mentre ci sono persone che non possono nemmeno riscaldarsi una lattina di zuppa? Che è una domanda talmente basica, anche se provocatoria, che ti viene da chiedere perché tengono ancora le scuole aperte visto che non servono a niente. Mi ha fatto ridere perché chiedono a che pro conservare un manufatto artistico che codifica il nostro immaginario, e di conseguenza il nostro linguaggio, utilizzando lo stesso linguaggio e lo stesso immaginario, tutto studiato nei dettagli: dal colore della zuppa intonato ai fiori di Van Gogh alle magliette stampate nero su bianco perché lo slogan fosse facilmente leggibile, al barattolo di zuppa bene in mostra che è già di per sé una citazione di Andy Warhol (se non è proprio pubblicità all’azienda, che ringrazierà). Nulla è lasciato al caso, tutto molto pulito e televisivo. Involontariamente o no, è talmente costruito come scenario che il messaggio umanitario va a farsi benedire e si parla soltanto dell’opportunità del gesto performativo, visto mille volte perché replica un linguaggio che, paradossalmente, si rifà nell’intimo proprio alla volontà di rompere col passato da cui scaturirono i fiori di Van Gogh o i cieli gialli di Gauguin. Insomma, un gesto di protesta che fa quasi nostalgia. E ti viene appunto da pensare che queste opere si conservano – e vanno conservate – apposta per questo motivo. Perché fra molti secoli, quando la nostra civiltà sarà scomparsa, e ammesso che la razza umana ci sia ancora, qualcuno studiando ciò che abbiamo conservato nei musei potrà ricostruire i nostri pensieri, il nostro linguaggio, com’erano fatti i nostri sogni, e non come facciamo noi adesso, quando ritroviamo delle antiche tavolette con ideogrammi astrusi di civiltà scomparse, a chiederci: chissà chi erano, cosa pensavano, chissà come riscaldavano la loro zuppa.
Postilla, 16 ottobre. Non l'ho nemmeno scritto bene nel post, perché volevo essere gentile, ma è proprio sbagliata l'attacco all'idea di museo, secondo me, che è una struttura pubblica (gratuita tra l'altro) dove si può andare a vedere e studiare la storia della pittura. chiedere nella propria azione perché si spendano soldi per una struttura pubblica di natura culturale, efficiente e aperta, tesa all'arricchimento senza preclusioni di chiunque, mentre ci sono altre urgenze nel mondo come la fame, è un messaggio sbagliato, puro benaltrismo classista. a che serve dare l'arte alla gente che non può mangiare? dategli da mangiare che quello gli serve. i poveri mangino fuori dai musei, che non gli servono, l'arte sia per chi può permettersela... se avessero attaccato una banca almeno. ma no, dovevano prendersela con un museo...
venerdì 19 febbraio 2016
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lunedì 9 novembre 2015
tecnica e stile
È solo che per Pasolini, così come per gli impressionisti, e dopo gli impressionisti per Van Gogh, che a sua volta fu da loro guardato con sospetto (e così per altri che come loro hanno trovato posto nel Salone dei Rifiutati della storia), non si parla mai di tecnica ma di linguaggio, che è diverso, o di stile, personalissimo, o di poetica. Non a caso Pasolini parla del suo come di «Cinema di Poesia», definizione tanto impalpabile quanto suggestiva per indicare qualcosa che, per quanto discutibile, non si può giudicare coi normali parametri della logica.

