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giovedì 29 novembre 2012

i colori dei precipizi

Mi punge nell’occhio
uno spino di luce sfuggito
al gran male del mondo.

*

La primavera indossa il vespero più bello
mi crescono sulle unghie lune amare
anche un minuto solo di tregua
la mia miseria è farmi uccello
che canta all’alba
la sua vita in un pugno di piume.

*

Tu non sapevi scrivere
ma quante cose avresti voluto lasciare
parlavano i tuoi occhi azzurrissimi
i segni sul viso a contenere vite

le tue mani grandi tenevano fermo il mio corpo
non la morsicatura alla lingua

soltanto erano più bianchi i tuoi capelli
pallidi e trasparenti gli occhi
ma ancora belli e profondi
stille di olio Santo nel letto della tortura

un bacio sospeso al mio male
nei tuoi pugni quella sera ho messo il mio cuore

e una lettera
(tu non sapevi leggere…)


Le poesie che pubblico vengono da I colori dei precipizi, poemetto del 2011 di Michelangelo Camelliti sulla malattia che crea distanza, e che tanto mi ricorda certe mie ricerche (e vicende) attuali.
Ho incontrato Camelliti una sola volta nella mia vita, a Roma nel 2007, gli avrò parlato meno di cinque minuti. Era l’8 dicembre e lui era vestito di bianco, con una bella sciarpa di seta viola e portava i sandali. Aveva la barba lunga ma curata, e io pensai che fosse il classico poeta radical-chic. Un anno dopo, tramite un comune amico, è diventato l'editore del mio primo libro. L’ho sentito al telefono per concludere l’accordo e, a distanza, era già una persona più seria, pratica, parlava con disinvoltura di soldi. Per la verità all’inizio mi ha scambiato per un altro, Lillo Gullo, famoso poeta siciliano, e io pensai chissà, mentre mi parlava, forse vuole Gullo e non me, ha fatto il numero sbagliato e ora mi pubblica per non ammettere l’errore. Il dubbio mi è rimasto, anche perché altri, poi, mi hanno assicurato che è un gran distratto.
Ora lo ritrovo qui, fra queste righe dedicate a suo padre, accomunato da una tristezza che conosco bene ma che in fondo non è la mia, perché, per quanto se ne dica, ognuno è solo nel proprio dolore. E anche se troviamo qualcuno, per scelta o per caso, con cui riusciamo ad aprirci ed esprimere così l’un altro dei sentimenti che sembrano simili, fraterni, è solo roba di poco, un’ora, un istante di pura comprensione, perché le immagini non combaciano mai perfettamente. Per questo di tali istanti dobbiamo essere grati, sono beni preziosi.

domenica 8 aprile 2012

segnalazione

Come regalo di Pasqua il poeta Vito Russo ha scritto una recensione del mio primo libro sul blog del poeta Antonio Spagnuolo. Insomma Pasqua poetica la mia. O, se preferite, al cioccolato. Qui il link al blog di Spagnuolo. E qui un bel pezzo di musica da ascoltare mentre leggete.



Alcuni libri maturano col tempo nella percezione del lettore. Capita anche quando con l’autore, tra i saliscendi della Valle d’Itria, si è percorso un bel pezzo di strada, con la lentezza che la poesia e l’amicizia meritano.
Ho riletto di recente “L’innocenza del male” di Antonio Lillo, edito da Lietocolle nel 2009.
Lillo è un poeta non laureato, per dirla alla Montale, ma è anche un poeta che utilizza i mezzi espressivi dei maestri del secondo Novecento con impeccabile padronanza. Operazione condotta con consapevolezza e sfacciataggine, come quando ad esempio Lillo rivela il rapporto con la poetica di Vittorio Sereni, soprattutto. Ma sono tanti i contatti “nobili”, espliciti e non, come con Pasolini, Fortini, Penna, Pagliarani, lo stesso Montale e la cosiddetta Linea Lombarda.
Nel solco di questa tradizione, accade che i sentimenti, nominati, prendano invece la forma immaginifica del verso, come la sofferenza, che, “caricandosi, s’aggruma a tappo in gola”. È come se il reale, attraverso l’azione, e, soprattutto, attraverso la parola, e grazie alla parola, prenda realmente corpo, al punto da pensare che prima della parola ci sia solo il nulla. Così l’amore “si / presenta tuo durante il bacio / in ascensore. Poi sparisce all’ora di / sciacquare / i peli caduti sul fondo della doccia”. Pare essere questa la conclusione umana e poetica del poeta di Locorotondo: “E se / la poesia la politica il semplice fare / non fossero altro che un esserci in fondo?”
È il movimento delle cose, degli oggetti, degli animali prima che delle persone, l’azione insomma, che rivela l’esistenza, come il semplice incresparsi della carta, o la fuga terribile di un ratto che scava gallerie dentro il corpo, e al poeta non resta che cercare di lasciare un’impronta nell’altro. In fondo, l’azione poetica, atto solitario, rivive solo nel momento in cui stabilisce un contatto con l’altro. Lillo è infatti anche un poeta narcisista, che si compiace del suo modus vivendi et scribendi, ma al tempo stesso ha l’umiltà di non prendersi troppo sul serio, come quando semplicemente scrive “Forse mi do troppa importanza”. Se il soggetto dominante infatti è l’io, non mancano molte forme impersonali, e soprattutto, spesso sono gli animali (ratti, cani, gatti, anitre, canarini, pesci), le piante, o altre volte anonimi vicini di casa, o pescatori, o clandestini, a occupare cinematograficamente la scena poetica.
Sul piano del predicato invece, è frequente l’uso dell’imperfetto o del passato remoto, ma pare trattarsi solo di un espediente stilistico o retorico, perché domina appunto l’azione, lenta, lentissima, ma continua, sulla stasi, quasi che il poeta viva un eterno presente, tempo per attualizzare il passato e immaginare il dispiegarsi del futuro. Lo spazio in cui il fare, la vita, trionfano, è la provincia, con la sua incantevole distanza e indifferenza dal e al potere, e questo spiega anche l’uso frammentario di un dialetto che dà voce a personaggi buffi ed eroici, come nel cinema felliniano: un poeta che suona nella banda ai funerali, o il soggetto stesso che si ritrova chiuso in un portone assolato ad aspettare un amico e il mondo intero.
“L’innocenza del male” è un libro che, nella sua ricercata disomogeneità, si rivela in continuo movimento, in costante tensione estetica e umana, a significare un crescente, incontenibile, innamoramento per la vita: “balliamo sgraziati / da lento fuoco / abbracciati”.
Ma se qualcuno chiedesse all’autore il motivo per cui scrive, Lillo, col suo cinico romanticismo, risponderebbe che conta solo di conquistare qualche bella ragazza, magari citando Simone Cattaneo.

(Vito Russo)

martedì 1 settembre 2009

la recensione di fabiano alborghetti al mio primo libro

ANTONIO LILLO, L’INNOCENZA DEL MALE
LietoColle Editore, Faloppio, 2009, pagg. 53, poesia


Gli esordi sono un piacere da leggere, specie quando sono attesi. La prima volta che ho letto una poesia di Antonio Lillo è stata durante la scelta di poesie che porterà alla composizione del volume Il segreto delle fragole 2008, da me co-curato con Giampiero Neri. E la poesia scelta fu una vera sorpresa quanto lo scoprire che l’autore era quasi del tutto inedito.
Ora non più ed ho tra le mani L’innocenza del male, sua opera prima che in apertura si fregia di una attenta prefazione di Guido Oldani.
L’esplorazione del rapporto tra esperienza e conoscenza è probabilmente uno dei più frequentati dalla filosofia, così come lo è in poesia. Meno consueto è collegare i due fattori all’innocenza: intuitivamente l’innocenza rimanda (quasi esclusivamente) ad uno stato prelapsario (antecedente al peccato originale), ad un’infanzia incorrotta oppure alle cosiddette virtù monacali. L’innocenza è ciò che non può essere dimostrato attraverso i procedimenti della ragione discorsiva ma Lillo ribalta il senso tramite un ossimoro, l’innocenza del male appunto, e s’addentra con linguaggio diritto e dosato, con incursioni (rare) nel vernacolo (il dialetto usato è quello parlato a Locorotondo, terra dell’autore) verso il tentativo di determinare un agente morale che tramite la caratterizzazione della soggettività porti all’esperienza, là dove il soggetto morale non è solo un animale dotato di linguaggio bensì un catalizzatore di esperienza. L’errore è credere che l’esperienza sia solo un fascio di sensazioni. Accade, certo, ma in luce di una sedimentazione stratificata che porge nuovi significati e cambia i precedenti. Questa “esperienza strutturata” sa di essere una somma di eventi antecedenti (quindi non soltanto un mero catalizzatore). La coscienza che ne segue è la coscienza di un io votato al mondo dove poi inserire l’io corpo che ne è la condizione.
Lillo si contrappone però al divenire ameba immersa in un grande omogeneizzato (cito dalla prefazione di Oldani), cosi come sa che senza il mondo sociale l’individuo non sarebbe altro che una astrazione ed è qui il punto: restare (meglio ancora: essere!) nella fioritura umana (i trent’anni dell’autore) senza divenire omologazione, scoramento, ammaestramento. L’autore è consapevole dello sdoppiamento riflessivo del sé, delle ragioni che costanti portano al conflitto (anche interiore) e che è una guerra riappropriarsi di quell’io originario, spontaneo, innocente e quindi autentico.
Se da un lato è necessario subire (stratificarsi del e nel male), dall’altro resiste l’atto libero dell’attenzione (e della sorpresa) che non contrae su di un unico punto focalizzato e localizzato del tempo e dell’esperienza (come un riflesso condizionato). È qui che esiste o rinasce l’innocenza.
Apparentemente parrebbe un libro di difficile percorso: non lo è.
Pregio di Antonio Lillo è scrivere come mangia: ha letto e molto e si sente. Cita grandi poeti, anche contemporanei (un esempio immediato e diritto d’inizio volume: a pagina 12, Pagliarani) ma non li copia. Ulteriore punto a favore è la tecnica, capita e messa da parte per trovare quella spontaneità che caratterizza un dettato personale. Viene usato con sicurezza l’enjambement, l’ipermetro ma qui o là affiora una certa prosasticità che andrà limata strada facendo. Suggerisco di muovere – inoltre – con maggiore sintesi per non annacquare un dettato che evidentemente arriva da un lavoro di forgiatura. Si dia adesso il tempo di curare questo volume, portarlo avanti: lavorare intanto senza fretta per rafforzare una lingua che ha sicuramente una buona strada avanti e questo esordio in sicurezza lo conferma. Del lavoro impervio e terribilmente duro che attende chi scrive poesia, Lillo è però consapevole, tanto da porre anche a sé stesso un promemoria in epigrafe: Per me/ Povero più di prima/ che non ero pubblicato. Chapeu!

Fabiano Alborghetti

(Pubblicata su Alleo, il 03-04-2009)