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venerdì 8 marzo 2019

viva l'8 marzo

Oggi mi sento la febbre. Quindi, dopo essere passato in posta, in banca, al bar, e avere un po' diffuso il virus influenzale che mi ha colpito, credo che mi metterò a letto contento di aver partecipato a modo mio all'estinzione del pianeta.

giovedì 8 marzo 2012

6 poesie di francesca genti

In realtà è solo un caso che abbia scelto di pubblicare queste poesie, che mi giravano intorno già da un po’, l’8 marzo, festa della nonna. Eppure credo anche nelle coincidenze che portano fortuna, persino al post di un piccolo blog come questo. Le poesie vengono da una raccolta chiamata “Poesie d’amore per ragazze kamikaze” del 2008 e hanno tutte dentro il sapore della primavera.
L’altra sera la mia amica Licia, quando le ho fatto leggere l’ultima qui sotto mi dice “Non è male ma che senso c’è se ti dici da sola che sei figa? Dovrebbero dirtelo gli altri, avrebbe un altro effetto!” Mi è venuto da sorridere perché proprio Licia era quella che mi diceva, una volta, per tirarmi su, “Lillo, ricordati che siamo troppo fighi per finire male!” una frasettina che mi sono sempre portato nel cuore nei momenti neri. Ecco, io credo che la vita in buona parte è una merda, e che spesso fai prima a pensar male perché tanto va sempre così. Però ogni tanto ci vuole, ogni tanto ha ragione la vecchia Licia “Siamo troppo fighi per finire male!” piuttosto che quella un po’ più stanca di oggi “Che senso ha dirselo da soli?” Beh, ogni tanto bisogna dirselo invece, perché fa bene all’umore e in culo alla balena. Non siamo mica panda!


SE GLI INSETTI SI RIBELLANO ALLE PIANTE

e le piante si ribellano alle case
poi le case si ribellano alle stanze
e le stanze si ribellano a mia madre.

e se mischio il sole e il tuorlo d’uovo
e il pompelmo e li bevo alla mattina
cresco bella come una mimosa
gialla e grandissima come la Cina.

poi se imparo davvero a riordinare
dati e abiti negli armadi e nel cervello
penso nulla mi potrà mai più frenare
a capire cosa è vita e cosa è bello.

allora l’amore crescerà da solo
come un timido geco ipocondriaco
o un diamante talmente plateale
da sconfiggere persino lo zodiaco.


MILANO DI NOTTE

vorrei essere la slava del metrò
che combatte gli albanesi attaccabrighe.
la ragazza kamikaze poesia
che ti uccide e si sfracella in quattro righe.


CIAO, NON SONO UN PANDA

non vivo allo zoo dentro una gabbia
non ho bisogno della tua protezione
non voglio che mi nutri coi germogli
che mi consideri una specie da salvare.

preferisco che mi baci e che mi spogli
pattinare con te per la via lattea
pitturare color luna le pareti
delle stanze del mio bunker personale:

questo è quello che vogliamo noi poeti.


È STATO BELLISSIMO NON BACIARTI

in fondo alla panchina desolata.
con il viale in prospettiva sullo sfondo.

con te io mi isolo dal mondo.

abbiamo inventato un’assurda giornata:
malinconica implosiva musicale
enigmatica sommessa smisurata.

sento il dolore al plesso solare
sento la testa piena ma svuotata.
esattamente come in terza elementare
la prima volta che mi sono innamorata.


STAI PARLANDO CON UNA

che oggi ha modellato cento funghi con il das.

che ha passato un pomeriggio a scrivere una poesia con la pastina al farro
su una tela dipinta di azzurro chiaro.

che una volta era così felice di avere passato indenne un capodanno
che si è messa a ballare per la stanza
è scivolata e si è rotta un piede
e la sua felicità – anche al pronto soccorso – non è scemata minimamente.

che tiene una lavagna sotto il letto
dove scrive tutte le bugie che dice
a chi le dice e la data
e ogni mattina si ripassa lo schema generale.

che cerca di salvare i cuccioli di scarafaggio.

che mantiene sempre il patto narrativo
e così non può guardare i film dell’orrore
e neanche andare al lunapark nel castello della paura.

che si è colorata un paio di paperine con lo spray argento
poi le ha indossate ed è uscita
e la sera a casa aveva i piedi completamente luccicanti
due stelle brillanti nella via lattea
e la notte non ha dormito
per paura di morire intossicata dalla vernice.

che (molto tempo fa) ha ucciso alcuni pulcini stringendoli troppo forte
e ha fatto saltare la dentiera a sua nonna materna
con un “bacio con rincorsa”.

che se le racconti qualcosa di vagamente ripugnante
o se sente un odore troppo forte
è capace di vomitare all’istante.

che – grappa&vinci grappa&vinci grappa&vinci –
da sempre le piace ubriacarsi
e farsi invitare a cena
da chiunque
ad ogni latitudine
in qualsiasi tipo di ristorante.

che la cosa di cui ha più bisogno
è l’abbraccio
la comprensione
il “sì” del mondo.

quindi, perfavore:
sciacquati la bocca prima di parlare.
e fammi volare. se ci riesci.

lunedì 8 marzo 2010

8 marzo? 8 marzo.

Voi vi starete chiedendo: perché proprio ‘sta canzone per ‘sto giorno? In fondo, all’apparenza, è la canzone scritta da un uomo che parla dell’incontro occasionale con una donna che peraltro non è nemmeno la Baez. I miei amici in più aggiungeranno: vabbe’ ma se c’è Dylan si capisce, tu sei fissato!
In realtà i motivi per cui torno sul luogo del delitto proprio oggi sono due. Uno è la strofetta che ho riportato qui sotto, una strofetta che la Baez, nonostante sia da sempre grande estimatrice del songbook dylaniano, reinterpreta facendogli il verso e cantandola come la farebbe lui, con quel tono strascicato e un po’ nasale. Insomma una vera e propria presa per il culo. Nei loro momenti più bui era Dylan che, per insultare la Baez prendeva a pretesto la sua voce così bella, cristallina, così poco hip, sfottendola a più non posso. Adesso la Baez, pur nel rispetto del cantautore si prende pubblicamente la sua rivincita sull’uomo, attraverso l’arte e con un’ironia e un’eleganza senza pari. Tutto questo sullo stesso album in cui ha pubblicato Diamonds and Rust, nel 1975. Mi pare una grande vittoria della donna su se stessa e sui propri sentimenti e una grande dimostrazione di indipendenza intellettuale.
Il secondo motivo della mia scelta sta nella sua volontà di arrangiare il brano, nell’originale un dolente pezzo acustico, come un pezzo rock veloce e allegro: attenzione, il primo pezzo rock della Baez, che finora si è quasi sempre cimentata col folk. Quella che in Dylan era una dolorosa ed “esistenziale” metafora della precarietà dei rapporti umani e della propria vita, diventa nella versione della Baez, proprio in virtù di tale arrangiamento, una gioiosa manifestazione della possibilità che proprio questa precarietà offre a chiunque di ricreare di continuo il proprio destino e in meglio. Insomma un inno alla libertà e all’autodeterminazione dei propri sentimenti. Da ascoltare sempre col volume al massimo.



He woke up, the room was bare
He didn’t see her anywhere.
He told himself he didn’t care, pushed the window open wide,
Felt an emptiness inside to which he just could not relate
Brought on by a simple twist of fate.