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mercoledì 15 marzo 2023

il modello vincente

Oggi leggevo un post malevolo contro il poeta D'Annunzio e pensavo che anche se ne scriviamo spesso malissimo, pur conoscendo poco o nulla della sua opera, alla fine ha vinto il suo modello, dove il personalismo ha la predominanza sul contenuto espresso dal pensiero. Chi legge più D'Annunzio oggi? Chi legge i versi di chiunque? Chi compra i versi di chiunque, a meno che non siano già marchiati dal successo del loro autore che dà lustro a noi col nostro acquisto? E quindi cosa compriamo, cosa vendiamo, che presentiamo di noi agli altri, a esclusione della nostra bella presenza, dei nostri fantastici post acchiappalike, delle recensioni sbandierate con finta umiltà, delle foto simpatiche o sexy su IG che non smuovono una vendita, al massimo se va bene una scopata? E mai che ammettiamo apertamente questo nostro "dannunzianesimo inconfessabile", come lo definì Carmelo Bene parlando di Pasolini. Questa nostra voglia di successo in cui la poesia è sorretta dal corpo del poeta e non l'opposto. Non a caso Pasolini è l'eroe per eccellenza dei nostri tempi, il più appellato: pochissimo letto, anche se citato da tutti come massimo esempio di qualsiasi cosa abbia mai fatto, e per questo riciclabile all'occorrenza.

sabato 4 giugno 2022

memoria corta

Esce in questi giorni, per Progedit, un libro firmato da Nicola Fanizza (Araldo di Crollalanza, Un ministro all’ombra del duce) di cui un capitolo è incentrato sull’amicizia fra Gabriele D’Annunzio e Araldo Di Crollalanza, fascista barese della prima ora e poi Ministro del Lavori Pubblici sotto Mussolini, a cui il poeta venne mollato come una patata bollente perché il Ministro ne soddisfacesse ogni capriccio in merito alla costruzione del Vittoriale, comprando così il suo silenzio – certo indignato, ma comunque silenzio – sulla sempre più insoddisfacente e corrotta politica fascista che era nata con l’ideale di cambiare l’Italia con una rivoluzione – rubando molta della sua retorica proprio a D’Annunzio – e si era ritrovata, una volta al potere, a incarnare la più squallida dittatura. L’amicizia fra i due fu fredda, interessata e oltremodo formale, caratterizzata dalla vanità di entrambi che facevano a gara nel pavoneggiarsi. Mi tocca in un certo modo per il semplice fatto che io vivo in Via Araldo di Crollalanza, strada che si incrocia ironicamente con Via della Resistenza. All’incrocio delle due c’è casa mia, che di mestiere scrivo poesie. Quando D’Annunzio venne invitato in Puglia da Crollalanza fu ospite di un proprietario terriero amico del fascismo, Tommaso Cassano, che aveva partecipato all’omicidio di Giuseppe Di Vagno, sindacalista e primo parlamentare italiano ucciso dal fascismo, nel 1921, di cui campeggia in piazza nel mio paese una targa commemorativa. Quando poi, caduto il fascismo, si decise di procedere contro Cassano per quel delitto, non si riuscì a condannarlo per via dell’amnistia voluta da Togliatti. All’epoca si voleva soprattutto la pace e la ricostruzione, e si pensò che il tempo sarebbe stato galantuomo. Oggi sappiamo che il tempo ha la memoria anche troppo corta.

sabato 4 settembre 2021

scena

 

La mia scena preferita da Il cattivo poeta di Gianluca Jodice. Mussolini al balcone acclamato dalla folla dopo l'incontro con Hitler che preannuncia la prossima guerra, e D'Annunzio che, ormai impotente ma prevedendo cosa accadrà, abbraccia un soldato così come Nietzsche aveva abbracciato un cavallo inerme frustato dal vetturino. Bello il film e Castellitto grandissimo. La figura del Comandante che ne emerge è assai particolare. Può piacere o no come scrittore e personaggio pubblico, ma il film ribadisce chiaramente che D'Annunzio è stato sempre qualcosa di più della somma delle sue parti.

martedì 2 giugno 2020

intorno al nulla


Stamattina, rileggendo questa sua poesia, pensavo a D’Annunzio, idolatrato in vita e poi rifiutato in morte, e persino come scrittore ritenuto tronfio, vuoto e illeggibile soprattutto da chi i suoi libri non li ha mai nemmeno aperti. Io nemmeno li ho mai letti per intero e di lui conosco solo le poche poesie scolastiche, La pioggia nel pineto ad esempio, che forse è la poesia più parodiata del ‘900, segno forse che è molto meno fatua di quanto si crede se poi non riesci più a dimenticartela. Ma tutto D’Annunzio è così, insinuante e nascosto, e te ne accorgi soprattutto negli indizi lasciati fra le pagine da chi più lo ha tenuto a distanza, Malaparte e Pasolini, persino Montale. E pensavo anche al miracolo di quell’ultima poesia, Qui giacciono i miei cani, scritta nel 1935 e ritrovata fra le sue carte come un appunto, riemersa oggi, poco prima che venisse definitivamente relegato nei manuali scolastici come un residuo bellico, e invece citata apertamente, in tutto il suo puro nichilismo, da tanti nuovi autori come Magrelli (che la inserisce in un suo canone) e Trevi (che le dedica un libro). Si potrebbe mai dire di questi versi – che sono il corrispettivo novecentesco del quattrocentesco Trionfo della Morte di Palazzo Sclafani a Palermo – che sono tronfi e vuoti? All’improvviso D’Annunzio ritorna attuale e vivissimo proprio perché va fuori dal tempo e ancora di più, mi accorgo, c’è l’ironia di questo ex-poeta, a cui hanno tolto da tempo e con disprezzo lo status di vate, che viene salvato in extremis dal nulla, proprio da una sua poesia intorno al nulla che già si prefigurava.