È morto oggi Nico Naldini, che fu cugino e biografo di Pasolini. Naldini era fra quelli che sostenevano che Pasolini non fu vittima di una congiura ma semplicemente dei propri vizi. Ho sempre pensato che, proprio per questo, fu tra quelli che più soffrirono per la sua morte. Perché gridare "me lo hanno ammazzato!" come faceva Laura Betti, in parte assolve da colpe, lanciadole fuori, all'esterno, come pietre; mentre, all'opposto, persino il più rassegnato "si è fatto ammazzare" sottintende quasi sempre, con furore autopunitivo, un opprimente "...e io non ero lì a salvarlo".
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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mercoledì 9 settembre 2020
martedì 5 settembre 2017
ci vuole la rabbia
La verità, ci disse Laura mentre la primavera greca, ai bordi della strada, faceva di tutto per mostrarci le sue bellezze e i suoi sogni di oblio, «la verità è che si invecchia sempre male, e se qualcuno vi dice il contrario mente, ma io a mentire non ce la faccio, non ho la vergogna di ammetterlo, possono avere un’aria più o meno decorosa, ma all’interno le persone della mia età sono tutte come me, i nonni felici sono solo alla tv». Mentre guidavo, questa stupefacente visione dell’umanità si impadronì della mia mente ammirata: ebbene sì, non ci sarebbe stato che da invecchiare per sentirla crescere dentro, la propria Pazza personale. Si poteva fare del moto, mangiare poco, smettere di fumare, trovarsi una persona con cui passare il resto della vita. Oppure no: semplicemente, fare come Laura. Far coincidere l’esterno con l’interno. E adesso tocca a voi, aggiunse: avete i vostri dieci, i vostri quindici anni di fronte. «Siete giovani, siete paraculi, potete farcela. Ma per farcela davvero, ci vuole la rabbia. Pier Paolo a un certo punto lo aveva capito, la rabbia è più importante del talento, il talento lo può avere qualunque borghesuccio, la rabbia no, la rabbia è un dono raro, bisogna coltivarlo, è come avere il cazzo grosso, o la testa fina, o tutti e due – che è sempre meglio, dico bene?»
Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte alla Grazie
venerdì 15 maggio 2015
una questione di stile
Ho appena finito di leggere Breve vita di Pasolini di Nico Naldini (Guanda), un libro lungo 130 pagine che costa 13 euro, in cui dati biografici si mischiano con aneddoti famigliari. Di per sé un libro carino che mette ordine alle molte vicende di una vita intensa, e poi scritto da Naldini il quale, in quanto cugino di Pasolini, aveva accesso a una serie di ricordi spesso intimi. Quello che lascia perplessi del volume è il finale. Non tanto perché Naldini si dice convinto che il delitto Pasolini sia stato un omicidio omosessuale di cui l'unico colpevole è Pelosi, e prova a dimostrarlo con qualche incertezza per spiegare una tale furia omicida da parte di un ragazzetto il quale prima si sarebbe spaventato per le avance di Pasolini e poi avrebbe infierito all'inverosimile sul corpo martoriato dello scrittore. Ma, fin qui, ognuno è libero di avere le sue idee. Mi rende perplesso, invece, l'ultimo capitolo, in cui Naldini rievoca quanto accadde in casa Pasolini alla notizia della morte. In un libro i cui capitoli sono lunghi in media 3 pagine, Naldini ne spende 16 per attaccare tutta una serie di persone che a suo dire si sarebbero "impossessate" di quella morte a proprio vantaggio, a cominciare dalla povera Laura Betti su cui Naldini ironizza più volte e pesantemente, dal valore delle sue capacità artistiche ai suoi problemi di peso, spinto da un'evidente antipatia nei suoi confronti. Cosa che, visto che si parla di una persona ormai scomparsa e dei cui sentimenti di affetto verso Pasolini lo stesso Naldini non dubita, avrei evitato. Almeno per una questione di stile.
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