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venerdì 21 luglio 2017

canicola

Mi pare che della morte di Pino Pelosi non abbia scritto nessun blog che conti, gli stessi blog pieni di grandi pensatori e interpreti del mondo che l’anno passato ci hanno ammorbato con tutto il possibile su Pasolini. Invece di Pelosi, che pure del romanzo Pasolini è un pezzo imprescindibile, nessuno ha detto niente, salvo i giornalisti di cronaca e i giornali che di lui si sono nutriti e in cui si è consumata la sua breve vita di personaggio secondario. Non è la scelta del silenzio, ma pigrizia. Come se più ancora che l’imbarazzo fosse scesa sul pensiero l’ombra annoiata della canicola estiva. Pasolini però su questa morte ci avrebbe scritto eccome, magari un capitolo nelle sue Lettere luterane che mettesse in connessione l’intima tragedia di Pelosi – vittima e non proprio vittima delle circostanze – e lo Stato sociale e giudiziario che quella tragedia ha avvelenato, prima infischiandosene alla carlona, poi tramutandola in una barzelletta sporca e infine prendendola con quel pizzico di serietà necessaria quando ormai non c’era più niente di serio da fare. Pelosi che muore nel giorno della chiusura del processo a Mafia Capitale, nel giorno dell’insulto a Carlo Giuliani da parte di un esponente del Pd: sono segni, avrebbe detto Pasolini, che vanno messi in connessione e interpretati. Io lo so, ma tant’è, la canicola s’è presa anche me. Dicono che ora quel delitto non avrà più soluzione, ma questo silenzio alla fine fa comodo a tutti e chiude in qualche modo una vicenda che, fin dall’inizio, non voleva essere conclusa. È bello così questo caso, come tutto ciò che in Italia è stato toccato dalla cultura della Chiesa. Se c’è mistero allora è sacro, e a noi Pasolini piace un poco santo e un poco peccatore, così facciamo felici tutti, come l’ostia ce n’è sempre un pezzetto buono per chiunque.

venerdì 15 maggio 2015

una questione di stile

Ho appena finito di leggere Breve vita di Pasolini di Nico Naldini (Guanda), un libro lungo 130 pagine che costa 13 euro, in cui dati biografici si mischiano con aneddoti famigliari. Di per sé un libro carino che mette ordine alle molte vicende di una vita intensa, e poi scritto da Naldini il quale, in quanto cugino di Pasolini, aveva accesso a una serie di ricordi spesso intimi. Quello che lascia perplessi del volume è il finale. Non tanto perché Naldini si dice convinto che il delitto Pasolini sia stato un omicidio omosessuale di cui l'unico colpevole è Pelosi, e prova a dimostrarlo con qualche incertezza per spiegare una tale furia omicida da parte di un ragazzetto il quale prima si sarebbe spaventato per le avance di Pasolini e poi avrebbe infierito all'inverosimile sul corpo martoriato dello scrittore. Ma, fin qui, ognuno è libero di avere le sue idee. Mi rende perplesso, invece, l'ultimo capitolo, in cui Naldini rievoca quanto accadde in casa Pasolini alla notizia della morte. In un libro i cui capitoli sono lunghi in media 3 pagine, Naldini ne spende 16 per attaccare tutta una serie di persone che a suo dire si sarebbero "impossessate" di quella morte a proprio vantaggio, a cominciare dalla povera Laura Betti su cui Naldini ironizza più volte e pesantemente, dal valore delle sue capacità artistiche ai suoi problemi di peso, spinto da un'evidente antipatia nei suoi confronti. Cosa che, visto che si parla di una persona ormai scomparsa e dei cui sentimenti di affetto verso Pasolini lo stesso Naldini non dubita, avrei evitato. Almeno per una questione di stile.