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domenica 5 luglio 2020

proposta

Ho appena avuto questa idea che se mai un giorno toglieranno la statua di Montanelli dalla piazza di Milano, forse potrebbero sostituirla con una di Sgarbi che è a suo modo una delle massime sintesi dell’italiano medio ma un po’ fuori dal comune che abbiamo oggi in Italia, quindi abbastanza medio da essere uno-di-noi ma anche abbastanza fuori dal comune da meritarsi una statua che è sempre summa e simbolo di una collettività. Quindi prendi quest’uomo rissoso per amore della rissa; colto e istrionico ma arrogante; egocentrico al punto che spesso e volentieri si fa riprendere in bagno (seduto sul cesso come Frank Zappa); uno che si dice “libero” perché non ha una precisa collocazione politica – tanto da avere anche delle uscite anticonformiste e felici quando meno te lo aspetti – ma comunque tende a destra; uno che ama le donne ma senza rispettarle, che ne fa spesso oggetto di apprezzamenti sessuali bassi o volgari; che tratta le istituzioni come le donne; che pur essendo nato con la TV privata è stato completamente assorbito dai social, tanto che vive con un telefonino in mano sempre, persino quando è ospite di una trasmissione televisiva; che vive nel telefono e attraverso il telefono, in una continua autorappresentazione che ha avuto il suo ultimo apice – uno dei tanti – nell’immagine di Sgarbi trascinato via dalla Camera come in una deposizione rinascimentale. Ma per me l’immagine sua più bella rimane quella in cui divora con ferocia una granita da un chiosco notturno romano mentre conversa amabilmente, con partecipazione umana, con l’immigrato del Bangladesh che lo gestisce: amabile e ingordo insieme, come un bambino, e sempre tenendo in mano il telefono. Inoltre, pensando a questa eventuale e impossibile sostituzione di statue, e di tutto ciò che direttamente e indirettamente rappresentano, mi è venuto da pensare che siamo ironicamente passati dall’epoca gloriosa della Olivetti – che imbracciava Montanelli nella foto storica da cui hanno ricavato la statua a Milano, simbolo di un’epoca in cui industria e cultura si sposavano nel nome del progresso italiano – a quella del telefonino di Sgarbi che è probabilmente prodotto di importazione, Taiwan o affini. Sgarbi seduto sul cesso mentre scrolla il telefono. Non è forse la cosa più vicina all’immagine stessa dell’italiano – quando non muore di fame – che c’è oggi in giro? E se non ci mettiamo Sgarbi, chi ci mettiamo? Franca Viola, come mi piacerebbe anche? E chi la conosce? (“È sui social?” mi chiedeva un ragazzo l’altro giorno e vi assicuro che è stato triste, anche se non era colpa sua). Un calciatore, magari di quelli acquistati dall’estero, così riscattiamo i neri? Uno scrittore vero, di quelli che magari hanno vinto lo Strega (ma non scherziamo)? E come ci accertiamo che sarà meritevole di tanto onore? Per la qualità sempre discutibile delle sue azioni? Per la media del numero di like che fa tendenza?


domenica 14 giugno 2020

anche le statue sentono dolore

Questo, credo, sarà l’ultimo post che scrivo su Montanelli e la statua, un po’ perché mi sono rotto di tutte le polemiche in merito e un po’ perché sapevo già come andava a finire e quindi è inutile continuare. Però volevo dire un’ultima cosa, e cioè che spesso per le cose che diciamo/facciamo ci sono anche altri motivi che non vengono subito in superficie, ma stanno un po’ più a fondo e magari toccano solo in parte il nocciolo delle questioni. Così, leggendo le tante opinioni in merito, mi sono chiesto anch’io perché per certi versi mi toccasse così tanto questa faccenda della statua di Montanelli. E credo succeda anche perché quella statua non mi dice nulla come simbolo istituzionale, ma piuttosto mi parla come immagine. Tu guardi quella statua e pensi “Ecco Montanelli, fascista, colonizzatore africano, che comprò e stuprò una bambina”; io la guardo e non ci vedo un uomo che stupra una bambina (forse servirebbe Cattelan per quello), ci vedo solo l’immagine di un uomo seduto – come sul cesso – che sta scrivendo sulla macchina da scrivere, che potrebbe essere anche un pc. Lo so che manco di fantasia, e che qui vale un po’ il fenomeno del quadro di Magritte, “Ceci n’est pas une pipe”: poiché io ti scrivo sotto che quello è Montanelli tu ci infili dentro tutta la vita di Montanelli, e se è un’altra cosa tu penserai che è un’altra cosa, ma io non ho tutta questa fantasia e quindi se mi metti davanti un uomo seduto che scrive, anche se sotto ci scrivi “Montanelli” oppure “Filippo” oppure “Elefante a pois in volo”, io vedo solo un uomo seduto come sul cesso che scrive. È un mio limite. Ed eccone un altro: poiché io faccio la stessa identica cosa ogni singolo giorno per dieci ore al giorno, stare seduto come sul cesso a scrivere, inevitabilmente mi identifico in quell’immagine, che diventa una metafora della mia vita. Gli altri, più furbi di me, hanno delle vite, dei lavori, una famiglia, una identità alternativa alla scrittura, scrivono nei ritagli di tempo e sperano in uno spazio di attenzione che li risollevi dalla quotidianità. Io faccio solo quello dalla mattina alla sera, sto seduto a scrivere, dedicando tutta la mia vita alla scrittura mia e degli altri, pieno di dubbi e circondato da gente che ogni singolo giorno mi chiede: “ma è possibile, è reale, riesci davvero a viverci?” perché in fondo sono tutti convinti, anche chi mi vuol bene, che sto sbagliando, che sto peccando di presunzione. Ogni volta che qualcuno mi fa quella domanda io sorrido, farfuglio una battuta per stemperare il fastidio, ma in fondo mi sento come quella statua che si prende una secchiata di vernice in faccia. Un po’ come Montanelli, in cui non mi riconosco, ma che bene o male ha dedicato tutta la sua vita al giornalismo e si era illuso che questo bastasse a cambiare il giudizio della storia su di lui; anche io mi sono illuso che a furia di fare soltanto una cosa, stare seduto come sul cesso a scrivere, ne avrei fatto un’arma utile, sarei stato in grado di cambiarmi la fedina di fallito, almeno a posteriori. Invece proprio Montanelli ci insegna che non funziona così, che quello è destino di pochi eletti, tutti gli altri verranno ricordati per ciò che hanno fatto quando non scrivevano e resteranno, chi più chi meno, soltanto degli stronzi. "Ma che dici, tu sei bravo, tu non hai mica stuprato una bambina" mi direte. Ma nemmeno quella statua lo ha fatto. Quello che ha stuprato la bambina ora sta in un cimitero. La statua sta seduta in un parco e scrive e si prende le secchiate per tutti, proprio come sto facendo io. E anche se lo so che forse sto dicendo un mucchio di fesserie e non capisco la gravità dei peccati di Montanelli, probabilmente mi ha fregato il mio amore per “Il principe felice” di Wilde, che è il primo libro che mi ricordo di aver letto, regalo di mio padre, e con cui ho imparato che anche le statue sentono dolore.