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mercoledì 27 marzo 2024

poesia civile oggi

Quando mi dicono che in Italia non c'è più spazio né modi per la poesia civile mi viene da rispondere certo che c'è: Altan, Marco Biani, Maicol&Mirco... fanno loro per tutti. E infatti i primi a condividere sono proprio i poeti. Riconoscono il respiro, anche se gli manca il verso.

mercoledì 25 agosto 2021

altri pensieri sparsi sulla "poesia civile" come sottogenere per la gente di merda

Ci penso da alcuni giorni. Probabilmente è vero che “poesia civile” è più che altro un’etichetta, una formula utilizzata per incasellare un sottogenere. Non sono d’accordo quando si dice che si rischia, con quella, di sfociare nella retorica. Visto che c’è anche una pesantissima retorica dell’amore, non vedo perché una poesia civile debba essere necessariamente più retorica di una qualsiasi poesia d’amore. Però è vero, non siamo più capaci di leggerla col giusto trasporto emotivo – senza ironie di sorta o imbarazzi – perché ce ne manca l’urgenza, persino nella situazione più estrema chi legge e scrive poesia, oggi in Italia, è per la maggior parte qualcuno che può permettersi di farlo, di investire tempo e soldi in questo vizio. Come fa, dunque, l’indignato contemporaneo, a scrivere di qualcosa che conosce a malapena, a immergersi in quel tipo di rabbia che inneggia a una giustizia portata al suo estremo? Guardo il TG e penso che così come oggi, qui, in molti ritengano che sia da ingenui abbandonarsi a quel tipo di rabbia e di versi, in altri luoghi com’è adesso Kabul – prendo una realtà spaventosa fra le tante – sarebbe altrettanto assurdo per chi scrive, se può scrivere, se sente l’urgenza di scrivere, pensare alla rima cuore-amore, al canto degli uccelli, ignorando l’orrore intorno, la rabbia cieca e la paura di chi subisce un sopruso a cui non può sottrarsi. Allora penso a una celebre poesia di Tonino Guerra che ridotto alla fame, uscendo dal campo di concentramento, vide un fiore e si commosse perché non aveva più desiderio di mangiarlo. Anche quella è poesia civile, perché si affaccia dalla propria fine verso la vita, si aggrappa alle pareti del pozzo e risale tenacemente verso una luce. Noi quel tipo di sensazione l’abbiamo provata, lo so, eppure adesso la teniamo a distanza come se fosse posticcia, una posa falsa. Perché? Perché, se la poesia nasce dal bisogno, e noi siamo troppo ricchi, troppo grassi, troppo sazi, troppo tutelati, allora non siamo credibili, stiamo di sicuro mentendo, non abbiamo le palle né il fegato per farla, non abbiamo il pedigree, la patente, la voce giusta. Un po’ è vero, e un po’ credo che siamo diventati anche sordi e ciechi alla voce degli altri, che il nostro stesso cinismo si infili nelle orecchie come tappi di cera da malpensanti. C’è una piccola parte di noi, là fuori, che è invisibile, che probabilmente ha quell’urgenza nelle mani – giovani precari, immigrati, disperati senza futuro e senza salute –, che vive sulla propria pelle i problemi insanabili legati alla nostra società storta, persone lacerate che si sbattono in fabbrica o nei campi, nei centri diurni, che manifesta in piazza e reagisce anche coi versi, scrive il proprio male. E c’è un’altra parte, più vasta, di lettori che li ignora, quasi con paternalismo, che se ne vergogna, che non li legge, non sono interessanti, che li giudica senza capire, che dice “Non ci sono più gli incazzati di una volta!” mentre santifica poeti morti da più di ottant’anni, che non compra i loro libri, non investe in loro, non crede alle loro parole, li giudica falsi e spenti, li guarda dall’alto in basso e se gli passa accanto fa finta di non vederli come si fa coi mendicanti. C’è uno stacco profondo fra chi vive e chi scrive e un altro stacco altrettanto profondo fra chi scrive e chi legge. Io vedo questo. E dunque, all’estero non va meglio che da noi perché hanno voci più sane e più forti, ma soltanto perché quelli che vivono, che scrivono e che leggono stanno immersi tutti insieme nella stessa merda, con la merda che gli arriva alle ginocchia e che sale a vista d’occhio, quindi si guardano negli occhi e parlano la stessa lingua, che è la lingua della merda che devono ingoiare. Qui da noi, la verità è che alcuni mangiano merda e altri no, ma tutti pretendono di dirti la merda che devi mangiare tu. E nessuno ti chiede scusa se ti rifiuti di mangiarla. E se non la mangi fanno finta che non ci sei.

lunedì 26 agosto 2019

la poesia civile

La poesia civile non esiste mi rimbrottano da anni.
Il poeta è puro e chiuso in se stesso
non può cedere alla truffa di un impegno
che scavalchi il verso il suo problema posturale
se chinati sullo schermo.
Di fronte al mondo che incalza
a furia di botte e va a fuoco
alla gente che sommersa concima
il futuro dei pesci Loro
sono qui che rivendicano il Loro
diritto di scrivere i sospiri del Core – Core disperato di sé
per questa vita che c’è e non c’è che c’è e non c’è
e se c’è si fotta!
Parlare del mondo la sentono come una truffa
il più banale svilirsi con gli altri e gli altri si sa sono sporchi
immersi come sono nel letame
ma prosaico quotidiano e puzza! non certo quello d’oro dei poeti
dove la merda è merda per principio di parola
perché la merda è pura ed il letame
un compromesso della storia. Ma
l’impegno ripeto l’impegno viene prima del verso
è una mano tesa agli altri. L’etichetta
non è infamia è il mio bisogno
di dire che ti vedo: io ti vedo e so che accade
e non so come possa offendere
sentirsi dire «civile» con lo scherno nella voce
quasi fosse un insulto.
Ma il poeta civile non esiste è vero
non esiste un uomo solo
che non abbia insieme in sé la rabbia e tutti i palpiti del Core
il dolceamaro sapore
di chi mastica la terra dall’infanzia.
Ma c’è ed è in me e non la rinnego
la poesia civile.
È il mio sguardo diritto su di voi.
Il mio dirvi che nel mio sguardo
e nello sguardo che voi girate a me
nessuno è solo.

martedì 11 dicembre 2018

la poesia civile

Riporto questo pensiero di Stefano Dal Bianco che non sono sicuro di aver capito in pieno (per metà mi sembrano cose molto sensate e intelligenti e per metà stronzate), ma che mi pare c’entrare molto con alcuni discorsi che abbiamo già affrontato in merito alla poesia civile: 
«La cosiddetta poesia civile, quella più implicata con il mondo dei significati, ha poco senso perché nel migliore dei casi ci dice ciò che già sappiamo, e questo mi pare un compito ben povero per una poesia. Soltanto chi non ha niente da dire si preoccupa di quello che scriverà. La poesia vera non può che nascere da un mondo soggettivo talmente saldo nei suoi presupposti psichici che non ha bisogno di pensare o badare a se stesso, come non ha bisogno di dire “io sto qui e non li”, oppure “io penso questo e non quello”, ecc. Soltanto chi ha già tutto può permettersi il lusso (necessario) di essere generoso. I poeti assillati dal bisogno di dire qualcosa sono quelli cui manca qualcosa di fondamentale: soggetti non risolti che non sono in grado di provocare una crescita della realtà ma subiscono le proprie idiosincrasie e i propri squilibri. Questi vanno in cerca di qualcosa di troppo effimero e di troppo soggettivo per esserci utili veramente: non escono da sé stessi.» 
Su una cosa però sono molto d’accordo con Dal Bianco: che non è poesia civile quella che nasce dalla voglia di “dichiarare” dove si sta; ma è poesia civile quella che nasce da un bisogno assoluto e sempre assai personale, dall’intima necessità di denunciare una ingiustizia talmente grande che ti si aggrovigliano le viscere e ti pervade la rabbia sorda di chi e non puoi star zitto, ma allo stesso tempo questa rabbia è fredda, metodica, la incanali in versi, la esprimi in canto, fino a farla diventare, se il canto è buono, voce di tutti. Non sono chiacchiere mie, la nostra storia è piena di esempi. Ma chissà dove è finito questo tipo di rabbia nella poesia civile italiana di oggi.