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sabato 1 aprile 2023

libri per ragazzi

Di recente un nostro libro, “L’arte di allacciarsi le scarpe” di Alessandro Silva e Federico Galeotti, è arrivato in finale a un premio di letteratura per ragazzi, il Libro Aperto Festival di Baronissi (Salerno). Quando l’ho saputo ho fatto i salti di gioia, e allo stesso tempo mi è venuto un po’ da sorridere perché il libro in questione è uno di quei libri talmente stratificati da essere sempre sul limite della fascia d’età. E mi è venuto da pensare che quando ero bambino c’era mio padre che lavorava in ferrovia e ogni volta che tornava da una trasferta mi portava un libro e fra i tanti che mi ha portato quello che più mi ha segnato nella vita è questa raccolta di Oscar Wilde, che conservo ancora, "Il principe felice", che Wilde ha scritto per i suoi figli ma tutto direi essere tranne un libro “per ragazzi”. Mi ricordo che quando ho letto uno dei racconti in esso contenuti, “L’usignolo e la rosa” – con la storia di questo usignolo che si sacrifica trafiggendo il proprio cuore con la spina di una rosa per aiutare un innamorato in difficoltà e poi si scopre non solo che l’innamorato è uno stronzone ingrato, ma che il sacrificio dell’usignolo è stato vano, non è servito a nulla – io ho pianto, è stata la prima volta che ho pianto sopra un libro per l’ingiustizia del mondo. Oggi un libro così molti secondo me lo censurerebbero, perché non è per nulla consolatorio, anzi, è disfattista. Eppure l’uomo che sono sta qui anche per merito suo.

martedì 15 dicembre 2015

il fazzoletto

Ho fatto un sogno. Era il sogno mai sognato di una lunga partita a carte che si riavvolgeva su se stesso per parlarmi e lamentarsi del fatto che noioso com’era non sarebbe mai mancato a nessuno. Gli ho detto che se voleva poteva mancare a me, ché mi mancano già così tante persone che una in più non mi faceva troppo male. Allora il sogno mi ha detto grazie con il sorriso commosso di chi non è abituato alla gentilezza e sta per mettersi a piangere, così per dissimulare la cosa mi ha passato il suo fazzoletto e abbiamo cominciato a piangere in due. Era un sogno dalla lacrima facile. Ma mi dispiaceva che persino lui provasse nostalgia degli altri.

domenica 11 maggio 2014

nella villa di melfi

Ieri nella villa di Melfi mi veniva da piangere. Guardavo il Sud che si avviava al suo sabato sera con le sue pance e le sua paure, le sue vecchiaie ingloriose, le sue giovinezze senza gioventù. Non lo sa nessuno cosa è successo veramente nel mondo in questi anni, dove abbiamo deposto la bellezza e la sensazione di essere assieme. Ora vaghiamo smarriti alla ricerca di qualche incanto provvisorio. Non ce la facciamo a tenerci. La vita cade, non smette mai di cadere, è un bicchiere che si frantuma all’infinito. Ieri nella villa di Melfi ho sentito che forse sono arrivato troppo tardi in questo Sud o troppo presto. Dovevo stare a fianco di Rocco Scotellaro, dovrei stare a fianco dei poeti che ancora non sono venuti.
Ieri nella villa di Melfi sentivo un sud che vuole somigliare a tante cose e non somiglia a nessuna.
Non sapevo a chi avvicinarmi, non mi veniva neppure in soccorso la mia follia, non riuscivo ad avventarmi gioiosamente sugli esseri e sulle cose. Non sono riuscito a guardare neppure un albero, neppure un cane. Avevo il cuore come rubinetto rotto. Perdevo sangue e lacrime e perdevo anche la mia salute, sentivo che non potevo offrirla a questo Sud che passeggiava in un suo riposo coatto, un riposo che sentivo senza lietezza, un riposo inerte. Avevo nello zaino i miei volantini che non potevano volare da nessuna parte.

(Franco Arminio)

lunedì 1 aprile 2013

la vita di mia madre

è dovere e lamentela senza pace
pure guardandola ho capito
cos’è la devozione un giorno
in cui nutriva il corpo martoriato di mio nonno
contorto e annodato dalla malattia
che verso lei spingeva il becco.
Mia madre lo nutriva con premura
di mele cotte e d’acqua
pastiglie sminuzzate da inghiottire
col suo cucchiaio da brava madre.
Mio nonno la fissava ormai senza più voce
con occhi annacquati nel rimpianto
e nella sofferenza
nel suo amore che mi stringeva in gola
e mia madre gli chiedeva “è buona?”
con dolcezza asciugandogli il mento.

sabato 30 marzo 2013

pasqua senza lacrime

Ieri Enzo Jannacci, oggi Franco Califano. È come se tutta la musica di questo paese lo ripudiasse, o ne venisse spurgata, tenuta a distanza. Guardo il telegiornale. Questa notte due immigrati sono morti assiderati su un gommone in mezzo al Mediterraneo, in un tentativo estremo di realizzare il loro sogno di una vita migliore, il miracolo della Pasqua per loro non si ripeterà. Oggi uno dei presidenti peggiori della nostra Storia, certamente il più debole, ha consegnato il paese ai Dieci Saggi, come so fossimo nel Signore degli Anelli o in Harry Potter: sembra un gioco di società per nerd appassionati di magia, e sarebbe quasi comico se non fosse tragico, se non fosse un così palese inciucio. Persino Marco Travaglio, a questo punto, ha pubblicamente dato degli idioti (non in questi termini ma il senso era quello) al Movimento Cinque Stelle, che fino a ieri appoggiava. Io lo do a tutti senza complimenti. In pochi lo dicono, ma Cipro, in ginocchio, è il primo indizio del disfacimento dell’Europa democratica che tutti sognavamo. Intanto il Tg4 dedica un intero servizio alle vacanze della Merkel a Capri, per ricaricare le batterie prima dell’ennesima porcata: la Merkel, ci informano dal Tg4, non rilascia interviste e non vuole essere disturbata. Intanto gli italiani non vanno più in vacanza, denuncia Federalberghi preoccupata. In molti nel prossimo anno finiranno per strada. La Cina avanza senza dirlo, ce ne accorgiamo ogni volta che un operaio perde un diritto, che andiamo a fare la spesa e poi mangiamo carne di cane contraffatta. Non c’è conforto per nessuno, non c’è più amore, neppure quello semplice di una compagna, perché siamo tutti più poveri, più arrabbiati, incattiviti e senza speranze. Una volta la musica dei cantautori aveva un potere aggregante, serviva a farci sentire più vicini, a dare forma ai nostri pensieri di popolo, al sentimento, a una speranza. Oggi cantiamo le canzoni di Jannacci o Califano chiusi in casa, per noi stessi, nostalgici o per consolarci, comunque più cinici, induriti. Abbiamo fallito su tutti i fronti, amici miei. C’è tanto dolore senza scopo, ma nemmeno più una lacrima da piangere.