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mercoledì 20 aprile 2022

touché

Ieri credo, non ricordo su che testata, Nicola Lagioia diceva una cosa molto intelligente in un articolo che pure parlava d’altro, l’orribile guerra e come la viviamo/vediamo. Diceva, come chiusa del pezzo, che oggi in Italia abbiamo una lunga schiera di candidati a nuovi Pasolini ma nemmeno un Calvino. Touché. Ho questa sensazione che Calvino sia un po’ passato di moda, anche se un paio di libri suoi (Palomar su tutti) sono sempre bellissimi, ma nemmeno Pasolini è così letto come sembra. Più che altro, con lui, è forte la tentazione del j’accuse, con quella punta di masochismo privo di vera ironia che agli italiani – in fondo tutti cattoliconi fin nel midollo – piace così tanto. Ecco che stamattina, come cura per tutto questo, mi è capitato fra le mani il più elegante e perfido Flaiano, spesso rassegnato ma per questo mai violento, anche nei suoi momenti di massima infelicità. Flaiano puoi leggerlo in bagno senza perdere il filo del discorso e permette sempre di cavarsela con una battuta che per brevità puoi rivenderti su twitter. Meno Pasolini e più Flaiano, dunque? Ne verremo certamente migliorati. Questa, ad esempio, l’ho letta poco fa: “Ma è in questa solitudine prossima al delitto che nascono i pittori e i poeti della domenica” (da Diario degli errori).

martedì 29 dicembre 2015

piani inclinati

Ieri Nicola Lagioia ha rilanciato sulla sua bacheca Fb una intervista di Alessandro Baricco sul Fatto Quotidiano in cui Baricco, partendo dalla sua idea di storytelling riesaminava la situazione italiana in maniera talvolta approssimativa talvolta assai affascinante, perché in sostanza Baricco (e questo da sempre) dà l’idea di filtrare tutta la realtà su un piano fortemente, quando non esclusivamente, letterario, che ad alcuni può piacere ad altri no, ma è il suo modo di affrontare la vita e va rispettato. Lagioia suggeriva a Baricco di cambiare punto di vista, adottando il metodo Steinbeck, ovvero tastare con mano la realtà di cui si parla, spingersi in profondità nelle piaghe sociali e ritrovare in esse una umanità che sarà pur sempre letteraria ma fatta di carne e sangue. È un contrasto vecchio quanto la storia, quello che vede gli artisti scegliere di muoversi su un piano verticale, come Steinbeck, i cui estremi toccano insieme cielo e terra in un continuo saliscendi teso a superare le distanze, i limiti, toccare insieme fango e stelle, ovvero un piano orizzontale, come Baricco, sospeso fra cielo e terra in perfetto equilibrio formale e sensualmente spirituale. Non è che uno sia migliore dell’altro, perché ognuno soddisfa dei palati e delle esigenze diverse, visioni talvolta opposte. Tommaso Pincio, molto giustamente diceva che quello di Baricco è linguaggio da salotto (salotto borghese che nulla ha a che fare con le strade polverose di Steinbeck) proprio come possono esserlo i film di Woody Allen o i romanzo di Proust, il che però non è un titolo di demerito, c’è dell’ottimo salotto in giro così come dell’ottima strada, eppure salotti e strade che è meglio evitarsi. Ciò che mi è venuto da chiedermi, però, affacciandomi anch’io su questi discorsi, è dove sto messo di preciso, e se sono più un poeta di strada o da salotto, o invece un ibrido, un bastardino da salotto. Certo è che il salotto mi appartiene, ma credo sia inclinato, non sta precisamente in equilibrio e nemmeno in verticale, né saprei definire quali sono i gradi di pendenza che mi caratterizzano. E anche se di Baricco mi importa assai poco come compagno di stanza (ma di Allen sì, ad esempio) tutta questa storia nata per caso ieri sulla bacheca di Lagioia, mi affascina parecchio, perché mi racconta di nuovo della continua ricerca, letteraria e personale, che ciascuno di noi deve affrontare per definirsi umano.

Mi ha risposto Tommaso Pincio: Ho tirato in ballo la questione del salotto perché avevo visto un film di Allen la sera prima. Pur restando un aspetto pertinente, può risultare depistante rispetto al nocciolo della questione che resta per me il fare di ogni cosa materia di storytelling, ovvero non oggetto di conoscenza (come nel metodo Steinbeck auspicato da Nicola) ma strumento di persuasione, seduzione, creazione di consenso. Questo era il punto, per me.

sabato 5 dicembre 2015

possibili risposte ai tempi complessi che viviamo

Ieri ho visto un piccolo documentario su Infinite Jest prodotto dalla Rai. E a un certo punto nel documentario compariva Nicola Lagioia che, facendo il paragone con alcuni grandi scrittori americani precedenti a Wallace, Carver in testa, diceva che tempi complessi come il nostro (e senza nulla togliere a Carver e ai suoi racconti) richiedono romanzi complessi come quello di Wallace. Il che di per sé suona giusto, ma poi mi ha fatto pensare che ci sono decine di romanzi che, fin dall'800, possono assimilarsi per complessità al libro di Wallace. Per dire, non c'è quasi nulla del libro di Wallace che Proust non avesse già provato a fare (e non è il solo). Per cui, a un certo punto, mi sono perso, e ho cominciato a non capire più quali sono i tempi complessi e quali no. Però ho trovato una giustificazione al fatto che, se ho voglia di scrivere e pubblicare un libro di poesie complesso e lungo 200 pagine lo posso fare. E se qualcuno mi dice che un libro di poesie deve essere breve, conciso e ponderato (come andava molto bene nel '900, ma anche no al tempo di Dante, di Petrarca o di Tasso) io posso sempre rispondergli che tempi complessi come il nostro richiedono libri complessi (come ha ben detto Nicola Lagioia), persino di poesia. A patto che siano ben scritti, e se il pubblico li ritiene eccessivamente complessi, cazzi loro, si vede che non capiscono i tempi in cui vivono.