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sabato 5 dicembre 2015

possibili risposte ai tempi complessi che viviamo

Ieri ho visto un piccolo documentario su Infinite Jest prodotto dalla Rai. E a un certo punto nel documentario compariva Nicola Lagioia che, facendo il paragone con alcuni grandi scrittori americani precedenti a Wallace, Carver in testa, diceva che tempi complessi come il nostro (e senza nulla togliere a Carver e ai suoi racconti) richiedono romanzi complessi come quello di Wallace. Il che di per sé suona giusto, ma poi mi ha fatto pensare che ci sono decine di romanzi che, fin dall'800, possono assimilarsi per complessità al libro di Wallace. Per dire, non c'è quasi nulla del libro di Wallace che Proust non avesse già provato a fare (e non è il solo). Per cui, a un certo punto, mi sono perso, e ho cominciato a non capire più quali sono i tempi complessi e quali no. Però ho trovato una giustificazione al fatto che, se ho voglia di scrivere e pubblicare un libro di poesie complesso e lungo 200 pagine lo posso fare. E se qualcuno mi dice che un libro di poesie deve essere breve, conciso e ponderato (come andava molto bene nel '900, ma anche no al tempo di Dante, di Petrarca o di Tasso) io posso sempre rispondergli che tempi complessi come il nostro richiedono libri complessi (come ha ben detto Nicola Lagioia), persino di poesia. A patto che siano ben scritti, e se il pubblico li ritiene eccessivamente complessi, cazzi loro, si vede che non capiscono i tempi in cui vivono.

lunedì 29 ottobre 2012

la faccia degli uomini

“Poi digli di guardare da vicino la faccia degli uomini. Digli di stare perfettamente fermi, per un po’ di tempo, e di guardare in faccia un uomo. Sulla faccia degli uomini non c’è niente. Guarda da vicino. Digli di guardare bene. E non quello che c’è sulla faccia: le facce degli uomini non stanno mai ferme, sono come antenne. Ma l’unica cosa che fanno è spostarsi da una configurazione all’altra di pura inespressività. Digli che nelle maschere degli uomini non ci sono buchi dove infilare le dita. Digli come si potrebbe mai anche solo sperare di amare qualcosa su cui non si può far presa.”

(Davide Foster Wallace, da Piccoli animali senza espressione)