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sabato 15 marzo 2014

l’asola della giacca nuova

Certe sere i casoni di Montebotolino volano via e sembrano delle macchie rosa sopra una tela trasparente. D’inverno, se piove, restano coi piedi dentro le pozzanghere e l’acqua gli scivola addosso come se fossero delle rocce.
Il confessionale nella chiesa è una baracchetta d’abete pitturata di rosa, coi tarli che mangiano anche i chiodi. Io mi sono seduto per provare se il prete stava comodo. Era una domenica pomeriggio e un ragno dondolava in fondo al filo che scendeva da un imbuto di seta. E mi sono addormentato.
Poi mi è venuta voglia di conoscere il prete che per vecchiaia si era ritirato da tutte le funzioni e abitava in campagna vicino alla pineta di Ravenna. Volevo che mi dicesse qual era stata l’ultima sua confessione a Montebotolino. Aveva ottant’anni e le mani tremolanti erano farfalle che prendono il volo.
Senza nominare nessuno, ha detto che una mattina alle cinque, i piedi bagnati perché aveva camminato sopra l’erba imbiancata dalla brina, una vecchia si era subito inginocchiata al confessionale.
Con voce commossa gli ha raccontato che la sera prima di una festa aveva cucito l’asola della giacca nuova di suo marito perché non ci mettesse un fiore per fare lo sbruffone davanti alle altre donne. E adesso le dispiaceva.

(Tonino Guerra, da Il libro delle chiese abbandonate)

giovedì 17 dicembre 2009

in memoria

L’ultima volta che l’ho visto se ne stava disteso su uno scoglio, un po’ imbronciato con le mani dietro la testa e la pistola nella fondina. Poi ne ho sentito parlare una trentina di tavole dopo e se controllo la data sulla copertina della rivista non riesco a crederci: era il settembre del 1991. In quella tavola c’era questo suo amico/nemico, il suo antagonista di sempre, che diceva di lui: “Beh, è l’unico di cui non mi preoccuperei. Riuscirà sempre a farcela. È indistruttibile…” poi più nulla per quasi vent’anni. Fino a stamattina che accendendo la tv mi sono ritrovato a guardare un servizio di Gianni Bisiach sull’uomo da cui Hugo Pratt trasse il suo nome, il monaco nero Rasputin, di cui oggi 17 dicembre cade l’anniversario della morte, e a me è tornato in mente quel giorno di settembre del 1991 che lessi di lui e non sapevo che sarebbe stata l’ultima volta. A saperlo gli avrei fatto almeno un brindisi da marinaio, gli avrei detto addio con più attenzione. Ho sempre avuto una forte simpatia per il personaggio di Rasputin, uno che non ci metteva nulla a spararti se non gli servivi ma che poi si scopriva avere un suo codice d’onore tutto speciale, e poi un’ironia unica, di un cinismo assoluto. Tanto che, come Pratt ha preso il suo nome dal monaco nero, io ho preso da lui il mio per questo blog. Come fanno i bambini che cambiandosi il nome cercano in qualche modo di avvicinarsi al personaggio a cui vogliono più assomigliare.
Dal 1991 è passato un sacco di tempo. Molte cose sono cambiate. La morte ha fatto il suo bravo lavoro intorno a noi. E quello che non ha fatto la morte spesso ha fatto la distanza, una morte minore. La rivista su cui ho letto quell’ultima avventura ha chiuso i battenti nel 1993. Hugo Pratt è morto nel 1995. E quel particolare romanticismo di cui tanto spesso ci aveva raccontato per un attimo ha rischiato di finire con lui, o peggio di finire mutilato nell’orrido tritacarne delle mode da un’estate.
Del monaco nero Rasputin si può dire tranquillamente che fu un mistero fattosi carne. E per ucciderlo, se andate a guardare, ce ne volle eccome. Dovettero avvelenarlo, sparargli, bastonarlo, buttarlo in un fiume e poi dargli fuoco perché tirasse le cuoia. E a me piace pensare che, per il potere sciamanico conferito dall’assunzione di un nome, anche il personaggio Rasputin dei fumetti viva ancora immortale, indistruttibile, navigando assieme al suo amico/nemico di sempre e col suo ghigno strafottente sotto i baffi, nei nostri sogni di pirateria.