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domenica 23 luglio 2023

il pollo

Sto prendendo il caffè con un amico editore quando mi arriva l’email di un’aspirante autrice che con toni entusiastici esalta la casa editrice, la bellezza della nostra linea editoriale, la mia innata simpatia social, e conclude dicendo che ci segue ormai da anni, che si sente come una di famiglia e proprio per questo deve assolutamente pubblicare con noi, non accetterà un no come risposta. Sedotto dal tono del messaggio lo mostro al mio amico editore per dirgli: “Hai visto?”. Lui allora, con nonchalance, tira fuori il telefono e mi mostra un’email identica, nel senso che è fatta col copia-incolla, arrivatagli dalla stessa autrice ma il giorno prima, cambiando giusto il nome del destinatario. Ho capito così che fondamentalmente ogni editore è un pollo, basta solleticargli la corda giusta e quello subito si lascerà intortare.

domenica 12 febbraio 2023

il salvagente

Devo confessare che professionalmente sono un gran sbolognone. Visto che non riesco e non mi va di pubblicare a oltranza, spesso quando mi mandano dei manoscritti che non sono brutti ma non ho la forza o la voglia di fare, dirotto gli autori verso altri editori. Li consiglio pure quando posso: guardi lei è perfetto per Samuele Editore, o Musicaos, c’è Terra d’Ulivi, c’è Fallone, Pièdimosca, madò ma ha scritto a Marco Saya, e a Interno Poesia, ecc. ecc.? Così, come se lanciassi un salvagente, mi salvo dallo scrupolo di non poterli aiutare e non gli tolgo la speranza di pubblicare, cosa che peraltro si meritano, ma se aspettano me stanno freschi. Poi stamattina mi chiama uno che vuole sapere come va la sua proposta e io come al solito provo a sbolognarlo a un altro, cioè a Interno Poesia. – Ma come, mi risponde quello piccato, non ha letto il post? Non è informato? Interno Poesia non accetta più manoscritti! L’ha scritto Andrea Cati su FB. – Che c’entra, faccio, pure io l’ho scritto che non accetto manoscritti, eppure me li mandano uguale. Anche lei, con me, non si è preoccupato di questo. – Ah sì, dove l’ha scritto? – È finita che ho scoperto che questo legge tutti i giorni i post di Interno Poesia (a cui sogna di arrivare) ma non sapeva manco che Pietre Vive ha una pagina FB. Insomma, il salvagente in questo caso ero proprio io.

venerdì 23 settembre 2022

il pro

Autore mi si propone dicendo di aver coniato un nuovo genere, la Proesia, chiamata così perché fonde prosa e poesia. Nel senso di prosimetro o di prosa poetica? Boh, anche perché la raccolta proposta è piena di poesie, ma nessuna in prosa. Non ero nemmeno intenzionato a scrivere questo post perché ho come regola di non svelare particolari che possano ricondurre agli autori che mi contattano. Se non fosse che parlandone col Corsi mi ha rivelato che di proeti è pieno il mondo. Infatti, cercando in rete mi sono accorto che di sedicenti creatori della proesia ce ne sono tantissimi. Ero il solo a non saperlo. Il Corsi addirittura mi rivela che per alcuni di loro il pro- è usato come premessa non alla prosa ma, prosaicamente, alla scorreggia.

giovedì 12 novembre 2020

l'artista

Mi chiama una donna. Non si presenta. Mi dice: Cioè io sono un’artista, ho anche fondato un movimento spirituale, cioè ho anche scritto un libro di barzellette, ma cioè non riesco a trovare un editore, cioè mi cercano tutti i soldi, cioè tu come fai? – Signora dipende, che intende come faccio? – Cioè mi cerchi soldi anche tu? Oppure mi dai il 7% sui diritti? Cioè secondo me così è uno sfruttamento, cioè se io sono un’artista e tu sei un editore, sei tu quello che fa i soldi, o no? E allora tu mi pubblichi e facciamo 50 e 50, cioè così è giusto, cioè la poesia è un dono, a me mi esce dallo spirito. Se no tu a che cosa servi? – E non lo so signora, è lei che mi ha chiamato… – Oh, oh! Chiude.

venerdì 29 maggio 2020

pubblicare con amazon o affini

Siccome mi capita spesso, lo do come consiglio generale, se c'è una cosa che non si dovrebbe fare è pubblicare il proprio libro con Amazon o affini e poi mettersi a cercare un editore per lo stesso libro. O meglio. Se fai i soldi con Amazon e ti viene a cercare Mondadori, allora sì va bene. Se come mi hanno scritto una volta: "ho pubblicato con Amazon e non è successo nulla, così ho pensato che mi serviva un editore" allora no, non va bene. Primo, perché un editore non è una ruota di scorta. E secondo, perché con Amazon così come con qualsiasi editore (piccolo o grande che sia) qualcosa succede solo se ti muovi tu per primo. E non è scienza editoriale questa, è la vita. La sola differenza, rispetto ad Amazon (e spesso al grande editore) è che col piccolo editore hai il bonus del suo numero privato e se hai bisogno di chiamare qualcuno per parlare, confidarti, sfogarti o anche riempirlo di insulti, il piccolo editore nella maggior parte dei casi ti risponde. Molti lo danno per scontato, ma quel numero non è cosa da poco.

martedì 5 novembre 2019

serietà

Leggevo stamattina il regolamento di una buona casa editrice che fra le istruzioni per l'invio di manoscritti dice: "Noi non siamo una casa editrice a pagamento, siamo editori seri, mica stampatori". E poi aggiunge, subito dopo: "Non accettiamo poesie, nemmeno se fossi il nuovo Mario Luzi ti pubblicheremmo". E allora ho pensato a come queste due frasi comunicano fra loro e a come, stando a questo ma anche ad altri regolamenti simili che leggo da anni, principio inalienabile per fare editoria seria, che non richiede contributi e vive sana e fiera di sé, è che non ci sia la poesia di mezzo, o che sia il più marginale possibile. Perché sotto sotto lo sai, lo sanno tutti che se pubblicassi poesia non ce la faresti a fare lo sborone così, saresti sempre in bilico, ancora più in bilico di come stai, e quindi per mantenere alto il tuo profilo editoriale è meglio barattare "l'arte e il canto" con il saldo attivo, evitarsi il problema alla radice, anche a costo di zittire magari la voce del nuovo Luzi o di un Sereni, che sono geni sì, ma vendono sempre troppo poco. Quello che gli resta ormai ai poeti seri, per gli editori seri, è lo stampatore.

martedì 11 giugno 2019

morale

Una lavoratrice – nel senso che lavora e fa la Lotta – mi dice: «Lillo, tu fai finta di non vederlo, ma non si può andare avanti come fai tu. Un editore senza capitale non è un editore serio/vero. Il vero editore è sempre imprenditore, è padrone, non compagno». Ma allora, le rispondo, stai dicendo che solo Mondadori può far libri. «No, ma la cultura non è una cosa democratica. Non puoi farla dal basso, sono ciarle. Devi avere i soldi per farla e farla bene. Se non hai i soldi, allora li stai chiedendo a me. Diventa una guerra fra poveri. Se non hai i soldi allora devi fare altro, inventati qualcosa se vuoi fare l’editore. Io non ho l’obbligo morale di comprare i tuoi libri, e a te non l’ha ordinato il medico di farli». Dopodiché mi informa con estrema nonchalance che anche lei scrive poesie – poesie di Lotta – e sta pensando di pubblicare un libro.

giovedì 31 gennaio 2019

il lettore saggio

Non ho nulla contro l'acquisto compulsivo di libri cartacei (figurarsi!) però stamattina su IBS ho visto che vendono gli ebook di Gli anni al contrario di Nadia Terranova a 0,99 euro e Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi a 3,99. Quindi, ahivoglia ad annusare romanticamente l'odore della carta, ma il lettore saggio che ha in tasca venti euro, sa quando bisogna approfittare del progresso e invece di accontentarsi di comprare due libri bellissimi e basta, il lettore saggio compra due ebook bellissimi + un libro cartaceo a scelta da 13 euro, meglio se di un editore indipendente!, e con le due euro che gli restano ci va a prendere un caffè al bar con la commessa della libreria.

domenica 11 novembre 2018

per i piccoli della poesia

Oggi riflettevo sul fatto che, almeno per i piccoli autori ed editori della poesia come siamo, (forse) i premi più seri sono quelli piccoli con quota di iscrizione. I premi grossi e gratuiti, infatti, tendono a premiare i soliti nomi che fanno curriculum per ricevere fondi. E questo mi faceva pensare a questa piccola contraddizione: al fatto cioè che, all’opposto, è ormai opinione comune che gli editori più seri in poesia sono quelli piccoli e gratuiti. Quindi che succede? Che molti piccoli autori cercano piccoli editori seri con cui pubblicare gratis per poi iscriversi a piccoli premi seri a pagamento e riceverne le conferme che dai premi grossi e gratuiti così come dalle grandi case editrici a cui ambiscono non riceveranno (forse) mai.

venerdì 18 maggio 2018

tipografi

Ultimamente sento spesso usare la parola tipografo in relazione alla figura dell’editore, quasi fosse un insulto. Tutti a dire che un autore ha bisogno di un editore (inteso come “colui che vende il libro per me”) e non di un tipografo (inteso come “colui che me lo stampa”), come se il lato tipografico della faccenda fosse un surplus, qualcosa che non riguarda il libro come prodotto commerciale, quasi che il libro si vendesse da solo, per opera dello spirito santo che aleggia intono al vostro nome. E ci si scorda di quanta cura mettono invece alcuni editori nella realizzazione di un libro. Poi certo, magari la cura non è tutto, ma io vi dico, da lettore esigente, che c'è tipografo e tipografo là fuori, e che il mondo dell'editoria è pieno zeppo, fino alla nausea, di libri brutti e fatti male che affossano gli scaffali delle librerie. Magari l’abito non farà il monaco, ma conta. Così non date per scontato questo aspetto perché, proprio come nella vita, se infili un libro bello (per contenuti) in una brutta confezione difficilmente conquisterà più lettori solo in virtù del genio di chi scrive o delle capacità commerciali dell’editore. E non lo dico io, lo dicono quelli che i libri li comprano, i quali che non sempre sono disposti a perdonare un brutto titolo o una copertina insipida.

lunedì 8 gennaio 2018

aspettando i servizi sociali

Me lo diceva poco fa Alessandro Canzian: bisogna inventarsi dei nuovi metodi per vendere i libri, perché non si può lavorare così, come se si chiedesse l'elemosina. Così mi è venuto in mente un tipo che la settimana scorsa, scherzando con quell'ironia tipica di chi un po' sfotte un po' vuole ferire, mi diceva che avrebbe dovuto lui chiedermi dei soldi per leggere i miei libri, perché alla fine chi le capisce le cose che pubblico? Sono difficili, e chi scrive difficile (spesso chi scrive in versi) non dovrebbe semplicemente pubblicare, perché fa una cosa socialmente inutile. Invece, quasi senza pudore, gli autori difficili continuano a pubblicare, spesso lamentandosi perché non è giusto che paghino per la pubblicazione, e io come faccio a dargli torto? I lettori però non dovrebbero essere costretti a leggerli se non li sopportano, ma se sono costretti a farlo dovrebbero essere almeno pagati per l'impegno. E io credo che in questa battaglia per la sopravvivenza della lettura come pratica civile, quotidiana, i piccoli editori dovrebbero essere esentati dal chiedere soldi agli autori, ma anche dal pagare gli stampatori, gli editor e i grafici, gli addetti stampa, i commercialisti ma anche le tasse, visto che si è capito che l'editoria ha più a che fare con il settore assistenziale che imprenditoriale, e quindi a tutta questa massa di poveri dovrebbero pensarci i Servizi sociali.

martedì 7 novembre 2017

il serpente che si mangia la coda (ovvero l'ennesima storia editoriale senza lieto fine)

Mi scrive un giovane poeta per informarsi meglio del concorso che stiamo promuovendo, Luce a Sud Est. Il bando dice chiaramente che si vince (se si vince) la pubblicazione. Ma lui mi chiede (se vince) se invece gli diamo un premio in denaro. Gli rispondo che no, da regolamento si vince solo la pubblicazione, che comunque per noi ha un costo in denaro. Lui mi dice che della pubblicazione, oggi che ci sono i social, non sa più che farsene, gli basta il suo profilo con più di 5000 amici, quindi preferirebbe avere, se si potesse, il corrispettivo dei costi di stampa in denaro. Infatti, aggiunge, lui ad oggi non ha ancora pubblicato un solo libro ma tutti i giorni pubblica una poesia che ha decine di like. Gli basta quello. Gli dico che va bene, ho chiara la situazione, rispetto le sue scelte, ma noi al vincitore diamo per regolamento la pubblicazione: io non posso fare eccezioni e lui può benissimo partecipare a un altro concorso. Ma lui non demorde, e mi risponde che si è scocciato, perché è convinto di essere bravo, come dimostrano le decine di like che prende per i suoi versi, e si meriterebbe di vincere premi più importanti di quelli che danno in genere ai concorsi per poeti inediti (se va bene 150-200 euro), cioè in soldini i premi che si danno ai concorsi grossi dove ci si presenta con una pubblicazione (dalle 1000 euro in su). Ma se prima non pubblichi un libro, gli dico, a quei concorsi non accedi, è un processo scalare, di crescita anche sul piano del prestigio editoriale. Lui però è deciso, pieno di fervore non vuole pubblicare, lo trova un sistema vecchio e poco democratico, anche perché i concorsi sono tutti truccati. Eppure, se per quello che scrive gli basta la conferma dei social, allo stesso tempo vorrebbe anche una conferma economica, senza però passare dalle librerie. Insomma, continuiamo a rigirare sulle stesse corde per mezz'ora circa. Poi si scoccia di sentirmi dire che non caccio un euro per il concorso (se lo vince) e smette di rispondermi.

domenica 15 ottobre 2017

tram

Lo rivela il rapporto sulla lettura in Italia stilanto dall'AIE. In un tram su cui ci sono 20 persone, statisticamente solo in 8, durante i 365 giorni precedenti, hanno avuto per le mani un libro. Di questi 8, 6 sono editori, gli altri 2 sono gli sfigati su cui si regge l'intero mercato editoriale (hanno espressioni tenaci ma imbarazzate). Dei 12 che non tengono mai un libro in mano, 9 sono aspiranti romanzieri e sognano di incontrare un editore, senza però sapere che faccia abbia un editore.