Selfie con l'ultimo libro che mi dicono è bello quindi finale migliore non poteva esserci.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
Lancio qui alcuni pensieri che mi ha scatenato la lettura di un libro che per certi versi si può considerate un divertissement, ma assai piacevole e ben fatto, com’è appunto Parole a Matita, di Massimo Klun per i testi e Maurizio Stagni per i disegni, edito nel 2020 da Samuele Editore.
Primo pensiero. James Joyce, che amava i versicoli, le canzonette, i doppi sensi anche scurrili, lo avrebbe di sicuro apprezzato. A lui sono, infatti, dedicate le ultime pagine del volume, in un dichiarato e doppio omaggio, 1) al grande autore che li ha ispirati con la sua carica più estrosa e giocosa, e 2) alla città di Trieste, dove i due autori vivono.
Terzo pensiero. Che succede in questo caso? Non solo il linguaggio visivo di Stagni, versatile e istrionico, è imprescindibile, ma buona parte del fascino del libro viene proprio dai suoi disegni e dal vivace dialogo coi testi. Di contro, la parte scritta nega schiettamente, pur essendo in versi, la propria dimensione di poesia, con Klun (che ha letto assai più di quel che dice e) che fa della propria sciatteria un vanto, a metà fra la più classica posa scapigliata e certo Bukowski alcolico (anche lui citato con affettuosa irriverenza).
Quarto
pensiero. C’è chi, leggendo Klun, certamente gli dirà: Ma tu non sei poeta!
A cominciare dalla scelta di un registro comico (HORRORE!), per poi accostarlo, per taluni risultati, ai vari Slam poetry, Instan poetry,
ecc. che ormai fanno corsi di scrittura
e vanno in TV. Klun, però, più furbo, si nega e risponde: Lo so che non
sono poeta, l’ho già detto nella prima poesia, così come nella seconda o nella
terza o nella decima, casomai ti fosse sfuggito prima. Ecco, confesso
che a me questo spirito goliardico è piaciuto. Caro lettore, proprio come
Cyrano, Klun se lo dice da solo e in quaranta modi diversi di non essere poeta, e se tu non sai dirlo meglio di così, il tuo sarà al confronto un pensiero moscio, e al fin della ripresa...
HAIKU
Unhaikufattodidiaciassettesillabeveroono?
Altre volte l’ironia si fa meno leggera e gli esiti non sono così felici.
Sarebbe ingiusto, però, per tutto quanto detto sopra, separare testo da immagine, leggerli separatamente. Si farebbe un torto all’opera, che non a caso già nel titolo vive tutta in quella A di congiunzione, quasi fosse un ponte fra due rive. Parole a Matita. Non solo va letto tutto insieme il libro, in barba ai Soloni della poesia, ma il vero crimine sarebbe proprio separare le due sponde del fiume, fare differenze fra i linguaggi.
Colpevolmente in ritardo mi ritrovo a leggere e a recensire questo piccolo libro di Nicola Simoncini (Cascina, 1975), Riflessi condizionati, edito da Samuele Editore. Dico colpevolmente per due motivi, non solo perché mi era stato consigliato già da tempo – ma i miei tempi di lettura sono parecchio dilatati –, ma anche per il vivo e sincero piacere che ne ho provato. Simoncini ha dalla sua la notevole capacità di dire le cose in maniera piana, spesso divertita, con una serenità inusitata nella poesia odierna tutta tesa o verso una drammaticità senza uscita, oppure tutta rintanata in se stessa e nelle proprie nevrosi, o più spesso combinando questi due elementi in un mix, alla lettera, micidiale, per quanto spesso affascinante. Già dall’incipit della raccolta invece, in quel “io non sono un Poeta” che rimanda alla lezione scanzonata, a tratti sperimentale del futurista Corazzini, c’è la chiara volontà di non prendersi troppo sul serio, non nel ruolo di vate, almeno; invece ritroviamo, di testo in testo, la conferma di una approccio gioioso per quanto romantico, alla vita, della visione tutto sommato pacificata di chi è venuto a patto coi suoi demoni. In più Simoncini, si vede, ha letto e letto molto e inanella citazioni con perizia estrema – ma senza mai risultare oscuro o appesantire i versi –, in poesie in cui la parafrasi stessa diviene elemento giocoso per quanto significante: “lo stillicidio di parole” che ritorna in ben due composizioni è un buon esempio di come si possa recuperare in chiave nuova persino l’abusata eredità di Montale, che d’altronde ha così poco a che a fare con la poetica di Simoncini. Il verso è sempre controllato, così come il vocabolario, ricercato ma nitido, l’uso della rima perfetto, mai banale, ma anzi spesso virato in chiave ironica, a stemperare la drammaticità di taluni passaggi. L’atmosfera che si respira in questo libro è sempre rarefatta, talvolta malinconica talvolta pungente, ma sempre colloquiale, mai ombrosa. Opera, insomma, che forse non assurgerà al capolavoro, ma sempre gustosa, irriverente e dolcissima, da leggere appunto nelle giornate di sole.