mercoledì 24 marzo 2021

alcuni pensieri su parole a matita

Lancio qui alcuni pensieri che mi ha scatenato la lettura di un libro che per certi versi si può considerate un divertissement, ma assai piacevole e ben fatto, com’è appunto Parole a Matita, di Massimo Klun per i testi e Maurizio Stagni per i disegni, edito nel 2020 da Samuele Editore.

Primo pensiero. James Joyce, che amava i versicoli, le canzonette, i doppi sensi anche scurrili, lo avrebbe di sicuro apprezzato. A lui sono, infatti, dedicate le ultime pagine del volume, in un dichiarato e doppio omaggio, 1) al grande autore che li ha ispirati con la sua carica più estrosa e giocosa, e 2) alla città di Trieste, dove i due autori vivono.


Secondo pensiero. Che libro è, questo? Pochi giorni fa, parlando con la redattrice di un blog di poesia fra i più seguiti, lei stessa si lamentava di quanto a volte sono conservatori, nei gusti, i Soloni della poesia. Non solo nella predilezione di un registro monocorde e spesso drammaticamente esistenstenziale, ma anche nella forma stessa del libro. Un libro di versi con le immagini (foto o disegni che siano) è già di per sé, nell’accezione comune,un libro a metà, dunque al ribasso: se l’immagine non è più solo di contorno, allora il libro puzza di contaminazione, di meticcio, di qualcosa che forse (atroce dubbio!) senza quell’immagine non funzionerebbe. Questo si pensa e allora si punisce il libro nella sua interezza, per punire il poeta che ha barattato la purezza della Parola per prestarsi all’espediente frivolo della illustrazione.

Terzo pensiero. Che succede in questo caso? Non solo il linguaggio visivo di Stagni, versatile e istrionico, è imprescindibile, ma buona parte del fascino del libro viene proprio dai suoi disegni e dal vivace dialogo coi testi. Di contro, la parte scritta nega schiettamente, pur essendo in versi, la propria dimensione di poesia, con Klun (che ha letto assai più di quel che dice e) che fa della propria sciatteria un vanto, a metà fra la più classica posa scapigliata e certo Bukowski alcolico (anche lui citato con affettuosa irriverenza).

Quarto pensiero. C’è chi, leggendo Klun, certamente gli dirà: Ma tu non sei poeta! A cominciare dalla scelta di un registro comico (HORRORE!), per poi accostarlo, per taluni risultati, ai vari Slam poetry, Instan poetry, ecc. che ormai fanno corsi di scrittura e vanno in TV. Klun, però, più furbo, si nega e risponde: Lo so che non sono poeta, l’ho già detto nella prima poesia, così come nella seconda o nella terza o nella decima, casomai ti fosse sfuggito prima. Ecco, confesso che a me questo spirito goliardico è piaciuto. Caro lettore, proprio come Cyrano, Klun se lo dice da solo e in quaranta modi diversi di non essere poeta, e se tu non sai dirlo meglio di così, il tuo sarà al confronto un pensiero moscio, e al fin della ripresa... 


Quinto pensiero. Ma allora quelle di Klun sono o non sono poesie? Qui si deve essere obiettivi. Lì dove la carica ironica e giocosa è dosata a dovere secondo me si ottengono anche dei risultati molto apprezzabili. Come in questo caso:

HAIKU

Unhaikufattodidiaciassettesillabeveroono?

Altre volte l’ironia si fa meno leggera e gli esiti non sono così felici. 

Sarebbe ingiusto, però, per tutto quanto detto sopra, separare testo da immagine, leggerli separatamente. Si farebbe un torto all’opera, che non a caso già nel titolo vive tutta in quella A di congiunzione, quasi fosse un ponte fra due rive. Parole a Matita. Non solo va letto tutto insieme il libro, in barba ai Soloni della poesia, ma il vero crimine sarebbe proprio separare le due sponde del fiume, fare differenze fra i linguaggi.

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