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domenica 14 gennaio 2024

kameradschaft

Kameradschaft, traducibile in italiano come “Cameratismo” e per questo esportato all’estero con un meno compromesso “La tragedia della miniera” è il terzo film sonoro di G. W. Pabst, girato nel 1931, ma fa il paio col primo, Westfront 1918, dell’anno prima. Il film prende spunto da un fatto di cronaca del 1906, quando ci fu il crollo in una miniera al confine fra Francia e Germania, e una squadra di operai tedeschi passò il confine intervenendo volontariamente in soccorso dei francesi intrappolati. Pabst sposta l’episodio poco dopo la fine del primo conflitto, quando i rancori e le diffidenze fra i due popoli non sono ancora sopiti. La miniera crolla, i tedeschi intervengono, ma a un certo punto uno dei francesi intrappolati, in preda al delirio, confonde l’operaio tedesco in maschera sceso a salvarlo con uno dei tanti soldati nemici contro cui ha combattuto pochi anni prima e all’improvviso alcune scene di battaglia del film precedente vengono innestate in questo con un ritmo accelerato. L’effetto è devastante e splendido insieme perché mostra come non ci sia nessuna differenza fra soldati e operai, “siamo soltanto carne da macello” dice uno di loro a un certo punto. Come il precedente anche questo rifiuta qualsiasi colonna sonora preferendo esclusivamente i rumori d’ambiente delle macchine che scavano nelle gallerie e il taglio oggettivo delle riprese che confonde fiction e documentario.

martedì 6 ottobre 2020

parla da sé

Ieri sera leggevo un libro assai bello di Domenico Starnone, "Fare scene. Una storia di cinema" (minimum fax, 2013) che parla delle difficoltà che deve affrontare uno sceneggiatore, diviso fra istanze "artistiche" ed ego del regista ed esigenze commerciali del produttore. Nel libro, per ben tre volte, il regista e lui, che si sono innamorati di una causa: la storia vera di un operaio che per problemi sul lavoro si impicca, e vogliono raccontare quella storia, devono scontrarsi coi produttori (privati ma anche la Rai) che dicono loro: "A chi cazzo frega ancora degli operai, oggi?" oppure "Gli operai non esistono più!". Riesci proprio a immaginare le loro voci mentre affondano l'impresa in nome dei gusti del pubblico. Alla fine, dopo decine di incontri, litigi, pianti, tesi a trovare un compromesso degno, il copione, nell'impotenza e nel disgusto dello sceneggiatore, viene rimaneggiato, riscritto, il film tagliato, rimontato, fino a diventare un'altra cosa: una storia d'amore ambientata in fabbrica. Il pubblico decreta il successo del film. La critica, pur apprezzando l'interpretazione degli attori e il lavoro di regia, stronca la sceneggiatura come fatua e piena di falle e assurdità. Ecco, leggendola ho pensato che è una storia talmente vera e immediata nei suoi significati, che andava riportata così, senza commento.

lunedì 25 agosto 2014

viene da chiedersi

La cosa straordinaria di Cipputi, splendido fumetto di Altan, è che a leggerlo oggi ti dà l'idea di un grande affresco dell'Italia di fine secolo scorso, Italia ormai superata, dove però i suoi problemi sono sempre gli stessi (e infatti la sua carica satirica è ancora validissima) così come il suo protagonista, un operaio. Questo mette disagio perché l'operaio delle lotte sindacali, per quanto sia personaggio attualissimo in cronaca, nell'immaginario collettivo appartiene quasi al passato, alle lotte degli anni ’60 e ‘70. Viene da chiedersi: ma siamo noi lettori che ci siamo spostati altrove, o è l’operaio che ormai è irrimediabilmente sconfitto?


martedì 11 settembre 2012

fermata

Ho passato la giornata coi vecchi che aspettano la morte alla fermata del bus. Siedono sulle panchine davanti alla farmacia, in piazza, e per ingannare il tempo fanno la conta di chi passa, senza distinzioni, ragazzini brufolosi per cui tutto è ancora ritardo e non una corsa mancata, o belle matrone dai fianchi ondeggianti che i vecchi fissano senza vergogna e chiamano cavalle con le voci cavernose di chi ha già un piede nella fossa. Una volta si contendevano la fermata con gli operai di turno all’Ilva, e si perdevano con loro, nell’attesa della corsa, in gare di fumate e di scatarri. Oggi, con gli scioperi e i licenziamenti, sono gli unici a restare qui, sbadigliando, il tempo scorre un po’ più lento anche per loro. Se gli parli di questa nuova solitudine, sollevano le spalle rassegnati: “Eh, ne abbiamo viste tante!”

sabato 18 agosto 2012

scioperi

Talvolta i racconti di mio fratello sui comportamenti igienici nell’azienda alimentare dove lavora sono talmente agghiaccianti che davvero mi viene voglia di comprarmi un pezzo di terra e qualche animale e ricominciare a produrre da solo il mio cibo. Non è l’unico, anche il mio vicino e poi un nostro amico comune, che fanno uguale lavoro ma in aziende diverse, ripetono lo stesso copione con piccole varianti. C’è di tutto, da chi scatarra nella vasca del latte a chi architetta scherzi coi topi. Protagonisti assoluti dei racconti non sono mai i padroni, che immaginavo capaci di qualsiasi cosa pur di guadagnare, ma gli operai, gente semplice, di cuore, talvolta di buon senso, ma che in quella realtà fatta di turni al nastro trasportatore sembrano imbarbarirsi fino al punto di scordarsi persino di sé, e di chi consumerà i loro prodotti, per dar sfogo alla rabbia e alla frustrazione. Quegli operai, di cui conosco alla perfezione i nomi, pur non avendoli mai incontrati, sono adesso i primi a scendere in piazza, perché il loro posto di lavoro è minacciato dalla crisi e mi chiedono accorati, dallo schermo della tv mentre pranzo, una mano per salvaguardare il loro futuro e il loro diritto a una vita dignitosa.