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martedì 6 luglio 2010

la lucciola

Me lo ha detto Pepecchio. Mi ha raccontato lui di averla vista, la lucciola. Se ne stava evidente, quasi un segno premonitore vicino a un muretto al parco giochi. E io, che non vedo più una lucciola da quando avevo sette, otto anni, quando l’ho saputo mi sono quasi commosso.
L’ultima volta che ci ho pensato è stato leggendo Norwegian Wood, romanzo di formazione di Haruki Murakami, incentrato sull’esperienza e l’accettazione della morte. La lucciola veniva liberata in un capitolo a metà romanzo, una notte, dal tetto di un palazzo sul mondo: “Anche dopo che era scomparsa, la sua scia luminosa restò ancora a lungo dentro di me. Nel buio totale dietro i miei occhi chiusi, quella piccola pallida luce continuò a vagare molto a lungo, come uno spirito inquieto”.
Mi piacerebbe credere, ora che scrivo, per quella sorta d’amore per gli incastri perfetti che hanno un po’ tutti i lettori di romanzi, che da quel tetto in Giappone la lucciola sia volata fin qui in Valle d’Itria, che per una volta nella vita, una delle poche, sia il mondo a conquistarci col suo abbraccio e non il contrario e che una piccola lucciola sia in grado, in virtù della sua sola fievole presenza, di lenire le nostre ferite, e i lutti. Di portare serenità negli animi inaspriti. E consapevolezza e la speranza che non solo oggi il cielo sia un po’ meno inquinato di ieri, ma che domani si prevedono altre e più importanti schiarite.