Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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domenica 30 dicembre 2012
martedì 6 luglio 2010
la lucciola
Me lo ha detto Pepecchio. Mi ha raccontato lui di averla vista, la lucciola. Se ne stava evidente, quasi un segno premonitore vicino a un muretto al parco giochi. E io, che non vedo più una lucciola da quando avevo sette, otto anni, quando l’ho saputo mi sono quasi commosso.
L’ultima volta che ci ho pensato è stato leggendo Norwegian Wood, romanzo di formazione di Haruki Murakami, incentrato sull’esperienza e l’accettazione della morte. La lucciola veniva liberata in un capitolo a metà romanzo, una notte, dal tetto di un palazzo sul mondo: “Anche dopo che era scomparsa, la sua scia luminosa restò ancora a lungo dentro di me. Nel buio totale dietro i miei occhi chiusi, quella piccola pallida luce continuò a vagare molto a lungo, come uno spirito inquieto”.
Mi piacerebbe credere, ora che scrivo, per quella sorta d’amore per gli incastri perfetti che hanno un po’ tutti i lettori di romanzi, che da quel tetto in Giappone la lucciola sia volata fin qui in Valle d’Itria, che per una volta nella vita, una delle poche, sia il mondo a conquistarci col suo abbraccio e non il contrario e che una piccola lucciola sia in grado, in virtù della sua sola fievole presenza, di lenire le nostre ferite, e i lutti. Di portare serenità negli animi inaspriti. E consapevolezza e la speranza che non solo oggi il cielo sia un po’ meno inquinato di ieri, ma che domani si prevedono altre e più importanti schiarite.
L’ultima volta che ci ho pensato è stato leggendo Norwegian Wood, romanzo di formazione di Haruki Murakami, incentrato sull’esperienza e l’accettazione della morte. La lucciola veniva liberata in un capitolo a metà romanzo, una notte, dal tetto di un palazzo sul mondo: “Anche dopo che era scomparsa, la sua scia luminosa restò ancora a lungo dentro di me. Nel buio totale dietro i miei occhi chiusi, quella piccola pallida luce continuò a vagare molto a lungo, come uno spirito inquieto”.
Mi piacerebbe credere, ora che scrivo, per quella sorta d’amore per gli incastri perfetti che hanno un po’ tutti i lettori di romanzi, che da quel tetto in Giappone la lucciola sia volata fin qui in Valle d’Itria, che per una volta nella vita, una delle poche, sia il mondo a conquistarci col suo abbraccio e non il contrario e che una piccola lucciola sia in grado, in virtù della sua sola fievole presenza, di lenire le nostre ferite, e i lutti. Di portare serenità negli animi inaspriti. E consapevolezza e la speranza che non solo oggi il cielo sia un po’ meno inquinato di ieri, ma che domani si prevedono altre e più importanti schiarite.
giovedì 25 febbraio 2010
giovedì 28 gennaio 2010
l’ultimo capitolo era già scritto
Ecco tutto quello che sono disposto a raccontarvi. Probabilmente potrei dirvi quello che feci quando andai a casa, e come mi sono ammalato e via discorrendo, e a che scuola dovrei andare in autunno quando sarò uscito di qui, ma non ne ho voglia. Sul serio. Ora come ora, queste cose non mi interessano molto.
Un sacco di gente, soprattutto questo psicanalista che c’è qui, continuano a domandarmi se quando tornerò a scuola a settembre mi metterò a studiare. È una domanda così stupida, secondo me. Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate? La risposta è che non lo sapete. Credo di sì, ma come faccio a saperlo? Giuro che è una domanda stupida.
D.B. non è tremendo come gli altri, ma anche lui continua a farmi un sacco di domande. L’altro sabato è venuto in macchina con quella bambola inglese che prenderà parte al nuovo film che lui sta scrivendo. Era una posatrice fenomenale, ma bella da morire. Ad ogni modo, quando a un certo momento è andata alla toletta delle signore, che sta a casa del diavolo nell’altro reparto, D.B. mi ha domandato che cosa ne pensavo io di tutta questa storia che ho appena finito di raccontarvi. Non ho saputo che accidenti dirgli. Se proprio volete saperlo, non so che cosa ne penso. Mi dispiace di averla raccontata a tanta gente. Io, suppergiù, so soltanto che sento un po’ la mancanza di tutti quelli a cui ho parlato. Perfino del vecchio Stradlater e del vecchio Ackley, per esempio. Credo di sentire la mancanza perfino di quel maledetto di Maurice. È buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.
Un sacco di gente, soprattutto questo psicanalista che c’è qui, continuano a domandarmi se quando tornerò a scuola a settembre mi metterò a studiare. È una domanda così stupida, secondo me. Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate? La risposta è che non lo sapete. Credo di sì, ma come faccio a saperlo? Giuro che è una domanda stupida.
D.B. non è tremendo come gli altri, ma anche lui continua a farmi un sacco di domande. L’altro sabato è venuto in macchina con quella bambola inglese che prenderà parte al nuovo film che lui sta scrivendo. Era una posatrice fenomenale, ma bella da morire. Ad ogni modo, quando a un certo momento è andata alla toletta delle signore, che sta a casa del diavolo nell’altro reparto, D.B. mi ha domandato che cosa ne pensavo io di tutta questa storia che ho appena finito di raccontarvi. Non ho saputo che accidenti dirgli. Se proprio volete saperlo, non so che cosa ne penso. Mi dispiace di averla raccontata a tanta gente. Io, suppergiù, so soltanto che sento un po’ la mancanza di tutti quelli a cui ho parlato. Perfino del vecchio Stradlater e del vecchio Ackley, per esempio. Credo di sentire la mancanza perfino di quel maledetto di Maurice. È buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.
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