Tra i molti doni che la vecchiaia ha fatto a mio nonno, oltre agli acciacchi alle ossa e ai vuoti di memoria, c’è che è sordo come una campana e che la cataratta gli ha mangiato un occhio. In questo modo vede solo la metà del male nel mondo e, a meno che non si concentri, non lo sente proprio. In questo modo vive sereno e senza troppi problemi o, come dice lui, accontenta la vita. Non come mio padre, che ormai è costretto a prendere pillole su pillole per una digestione alla sfascio, in cui ogni nuova ansia, ogni cattiva notizia gli provoca veleno e notti insonni. Anch’io da un po’ ho cominciato ad avvertire il peso sullo stomaco, indefinito ma di continuo presente, e non so se sia il segno dei tempi o dell’avvenuta maturità, o ancora il richiamo del sangue, un male di famiglia che mi tocca come gli altri. Intanto, per difendermi, mi sono fatto crescere un bel paio di baffi, che servono a nascondermi e a dissimulare il mio sconcerto. Ma mio nonno li fraintende. Li chiama i baffi dello sceriffo. È proprio come quando eri bambino, mi dice, che ti avvolgevi in un grande mantello nero e volevi fare giustizia nel mondo con una stella.