A ripensarci oggi con più calma, trovo davvero straordinario che molti dei detrattori di Zelensky che in merito all’incontro dell’altra sera gli hanno rimproverato di non essere un politico esperto, o di essere un comico da poco, o la sua carenza d’inglese, o l’incapacità di gestire una situazione di tensione, o di essere comunque un ladro e un fascista, un asservito agli americani, poi fondamentalmente in patria siano elettori di Cinquestelle e Lega, o addirittura seguaci di quel destrorso di Marco Rizzo. I Cinquestelle – che intendiamoci votava pure mio padre – sono un partito fondato da un comico, nato contro i politici di professione, legato da sempre a un’idea di naïveté intesa come purezza dalla sporcizia del potere – infatti quando erano al governo hanno fatto tanti di quegli errori, tradendo moltissime promesse elettorali, che adesso non li vota più nessuno – con un livello linguistico spesso assai più imbarazzante di quello di Z. e tutt’altro che liberali – spesso quelli che definiscono Z. come un repressore dei diritti del suo popolo sono gli stessi che ancora oggi piangono a gran voce per gli “anni bui” del lockdown, dimenticandosi che al potere allora c’era il pacifista Conte! – mentre i Leghisti sono quelli che ancora oggi devono restituire 49 milioni rubati allo stato, che in nome della sua efficienza sono a favore dello sfascio dello stato, che in nome della sua sicurezza sono a favore di uno stato di polizia, che quando si tratta di omosessualità e migranti stanno appena un gradino sopra i comuni assassini, e senza dimenticarsi la loro posizione su Gaza dove sono fra i pochissimi a non stare zitti e infatti appoggiano apertamente la politica di Netanyahu, guidati da uno come Salvini che è talmente asservito agli americani da riuscire addirittura a scrivere che i dazi americani sono una bella opportunità per l’Italia! Di Marco Rizzo e dei suoi non dico perché li muove esclusivamente un sentimento d’odio per l’Europa che ormai è fuori tempo massimo ed è l’espressione di un manipolo di vecchi nostalgici che quando potevano cambiare il paese, e l’Europa stessa, facendo pesare il loro voto hanno pensato soltanto a coltivare il proprio orticello, fregandosene del futuro dei loro figli, e adesso se la prendono con chi l’orticello glielo sta togliendo. Io li guardo, leggo ciò che scrivono, e trovo che siano stupefacenti queste persone che gridano fuori “Al lupo! Al lupo!” e poi lo votano in patria senza riuscire a fare 2+2.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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domenica 2 marzo 2025
martedì 13 maggio 2014
campagna elettorale
Seguo da alcuni giorni l’accorata e per certi versi disperata campagna elettorale di Franco Arminio. Una campagna che, almeno leggendo i suoi bollettini dal fronte, mi commuove e mi rattrista insieme. Capisco il senso profondo della sua battaglia, la ricerca di una dignità e di una appartenenza a una terra che in molti non sentono più, se non come una condanna. Apprezzo la sua battaglia e probabilmente voterò per lui. Se potessi, ma non posso, donerei anche qualcosa alla sua campagna elettorale. Oggi, riflettevo, se chiedi soldi ti accusano di essere uno scroccone. Allo stesso modo nessuno vuole più i finanziamenti pubblici ai partiti. La colpa è ovviamente dei partiti, a cui auguro tutto il male possibile. Eppure ha ragione un mio amico quando dice che non si può pensare alla bellezza del paesaggio se hai fame. E allo stesso tempo è anche vero che cibo ci sarebbe stato, se avessero trattato meglio anche il paesaggio, se qualcuno non se lo fosse venduto per un tozzo di pane, un condono, un appartamento in una nuova palazzina omologata. Invece l’unica cosa a imperare è la volgarità. La volgarità e la rabbia senza direzione, perché ovviamente è più facile lamentarsi che agire, spalancare la bocca in un profluvio di parole ronzanti e lasciare che le vibrazioni riempiano l’aria. Anche questa, per certi versi, è un’eredità dei vecchi partiti. Ecco io leggo questi reportage di Arminio e penso che forse non lo voglio salvare questo sud, non così, non a queste condizioni e con questa gente che non sa nulla di nulla ma pensa sempre di sapere qualcosa più di te. Preferirei distruggerlo un sud così, una volta per tutte e ricominciare dal nulla, ripartire da zero, tornare a sentirmi pulito. Preferirei davvero vederlo morto il Sud, che aggrapparmi ancora all’idea di qualcosa di meglio che non potrà mai esserci.
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