Ombre ammonitrici, di Arthur Robison è un film muto del 1923. Tutto funziona “allo specchio” in quest’opera, persino il suo autore è un raro esempio di regista americano emigrato in Germania. Il film, da poco restaurato, ha perso nel tempo le sue didascalie restando completamente muto, senza nemmeno una battuta, ma questo ne aumenta il fascino. Tema dell’opera sono le ombre e le illusioni che da esse scaturiscono, che ingannano o rivelano. La storia si svolge quasi completamente in unità di tempo e luogo, durante una lunga notte in un castello dove convergono una serie di ospiti, uno dei quali è l’amante della moglie del signore del castello. Il quale li scopre, accidentalmente, attraverso le loro ombre che sembrano toccarsi: quello delle ombre è un inganno ottico che mostra però qualcosa di reale. Con la complicità di un illusionista il proprietario organizza, nella migliore tradizione shakespeariana, uno spettacolo di ombre cinesi – cinema nel cinema – attraverso cui svelare la tresca. Qui però, in una scena di grande fascino visivo, l’illusionista agitando il portacandele fa una vera magia, le ombre degli invitati prima si ritirano e poi si rovesciano, il filtro del film passa dall’ocra al violaceo, e gli stessi ospiti si ritrovano proiettati nei propri incubi dando corpo alle loro pulsioni sanguinarie. Il proprietario del castello, pazzo di gelosia, diventa coi suoi due servi l’aguzzino della moglie, mentre gli ospiti che fino a poco prima spasimavano per lei si fanno a loro volta suoi assassini. L’opera potrebbe già finire qui, ma per le convenzioni dell’epoca la notte finisce e tutto torna come prima in una sorta di pseudo riconciliazione dei due coniugi. Il colpo di teatro finale Robison lo dà negli ultimi minuti, quando rompe l’unità sopra accennata e il mattino dopo gli ospiti frastornati, dopo essere usciti dall’illusione del mago, escono anche dal castello, ritrovandosi proiettati nella realtà del mercato, dove uno dei contadini prova a vendere loro i suoi prodotti, un altro si lascia scappare un maiale che li travolge. Dal sogno notturno amplificato dalle illusioni del cinema alla realtà più prosaica del giorno.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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mercoledì 12 giugno 2024
mercoledì 5 giugno 2024
le mani di orlac
Fotogramma
finale di Le mani dell'altro, ovvero Le mani di Orlac, titolo italiano
di Orlacs Hände, horror del 1924 di Robert Wiene, già autore del
Gabinetto del dr. Caligari, che sarebbe di sicuro piaciuto a Kafka, le
atmosfere oniriche e claustrofobiche almeno sono le sue, e c'è persino
l'assassinio del padre avaro di cui viene accusato Orlac. Un artista in
un incidente ferroviario perde le mani e gliene vengono trapiantate
delle altre da un morto (un assassino) che si ribellano
contro di lui facendolo quasi impazzire. Da notare come il nome del
protagonista richiami quello del conte Orlok, protagonista di Nosferatu
di Murnau, girato due anni prima.
venerdì 19 agosto 2022
fantasma
Fantasma
(1922) di Murnau sviluppa in due ore circa una storia appassionante ma
che ha dell’incredibile. Giovane integerrimo poeta sogna – e le scene
oniriche sono il fiore all’occhiello del film – il grande amore e di
pubblicare il suo libro. Per questo va da sua zia che fa l’usuraio e
chiede un prestito per stampare il libro che la zia, desiderosa di un
riscatto sociale, incredibilmente concede. Ma il poeta, lasciandosi
corrompere dal denaro, scorda i suoi buoni propositi e spende
tutto con una puttana. La zia usuraio venutolo a sapere lo minaccia: o
restituisce i soldi oppure lo denuncia. Offre addirittura una terza
alternativa: chiede i diritti sulle vendite del libro, cosa che ti fa
chiedere quanto cacchio vendevano i libri di poesia ai primi del 900 in
Germania. Ma il poeta confessa che è stato tutto un bluff, non c’è
nessun libro, nessun riscatto sociale per la zia usuraio che si adira.
Il poeta e il suo complice provano prima a rapinare la zia di notte e
poi, scoperti, la uccidono, finendo in prigione. Insomma, in quella
sorta di confusione dei ruoli di cui il film è zeppo, viene fuori che
l’usuraio era quasi il buono e il poeta il quasi cattivo della storia.
Poveri poeti! Nota da segnalare, la sceneggiatura assai intricata e
piena di colpi di scena che rimandano al feuilleton è opera di Thea von
Harbou, moglie di Fritz Lang. Si vede e bisogna dargliene atto, perché –
a causa delle sue simpatie naziste – si tende a scordare il suo ruolo
fondamentale nell’evoluzione del cinema espressionista tedesco, e non
solo per aver scritto Metropolis.
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