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mercoledì 2 luglio 2014

un uomo arrugginito

Quest’uomo si era preso per i capelli e si era buttato fuori da tutti, laggiù in un mulino abbandonato in fondo a un viottolo ripido come una cascata di sassi che rotolano per il dirupo.
Lui sempre solo e con gli orecchi, nelle notti di neve, ad ascoltare i lamenti delle volpi e a guardare le orme dei cinghiali. Finché ha scoperto che tanti oggetti più arrugginiti di lui erano dispersi per le strade, rifiutati dall’umanità. Allora si è messo a raccoglierli e a radunarli attorno a sé. Camere ormai piene di questi relitti accatastati anche negli armadi scuri che grattano il soffitto con le creste di legno fradicio o dentro bauli sgangherati che racchiudono boccate d’aria di vecchi indumenti.
Sul pavimento sporco di calcinaccio e sul piano della stufa economica coperta di liquami induriti: bottiglie, chiodi, tappi, sveglie senza più controllo del tempo, trappole, coperchi, catini sfondati e roba purchessia. Oltre la scala di legno, il letto carico di un lenzuolo attorcigliato a una coperta densa di sudori militari. Con le pareti attorno macchiate di muffa e coi santi che spariscono dai quadri sbilenchi appesi sopra il comodino che regge una lampadina fulminata piena di aria polverosa.
Ogni sera tutti questi poveri resti gli erano attorno solidali quando il camino riempiva di fumo anche gli occhi delle zanzare e lui era seduto, avvolto nell’impermeabile di tela cerata, e pensava a tutti gli animali che stanno chiusi nelle tane della terra.

(Tonino Guerra, da Il vecchio con un piede in Oriente)

domenica 7 ottobre 2012

nebraska

Questa casa è un inferno senza silenzio e senza riposo, in cui le ore tranquille, per scrivere, sono quelle notturne. Tengo il mio quaderno sempre vicino, sul letto vuoto accanto al mio, quello dove un tempo dormiva mio fratello, che ora vive in città e lavora in fabbrica, e qualche volta torna a casa per il fine settimana per un bel pranzo di famiglia, dove ci si racconta sempre come va. Qui si parla tutti di partire ma l’unico ad andare finora è stato lui. Una volta suonava il piano, gli piaceva cantare. Poi ha trovato il coraggio di prendere i suoi sogni e chiuderli in una valigia, li ha issati sulle altre scatole nel ripostiglio e si è trovato un lavoro. Ora ha una bella busta paga ed è per nulla più infelice di prima. Vive con poco, mette da parte, e se potrà, dice, un giorno passerà quella valigia a qualcun altro per fare il viaggio che a lui non è riuscito. Se potrà a quel qualcuno gli pagherà pure il biglietto.

martedì 18 settembre 2012

passami la pistola

nell’intervallo fra la birra e il conto
nel roteare lento in cui si avvolge il tempo del tuo piede
semianguilla
anche di fronte a un discorso senza uscita
nel sorriso luminoso di chi nega
ogni precedente silenzio.

Sono un attimo nella tua vita ma stupendo mi dici
mai più onesto di come sono stato
nella piega del tuo orecchio confessando
di fronte a un lavandino
che sei tu la mia città sommersa
il centro del mio sogno
Parigi conquistata
a metà.

E credevo fosse il meno
per chi crede
che una storia è fatta solo di occasioni
ago e filo e tu ne cuci i pezzi
insieme.

Eppure mi distrugge ora sapere
capire così alla perfezione
che mi era destinata una fetta e non l’intero cuore
e mi accorgo di come
non posso più fare a meno del resto
proprio quando ti perdo
e non ti seguo.