Non mi ero mai accorto di quanta vicinanza ci fosse, nell’immaginario musicale, fra due giganti della musica popolare come Thelonious Monk e Bob Dylan. Le frasi che ho messo insieme qui sotto (spesso luoghi comuni) sono state applicate nel tempo a entrambi, e sono a ben vedere intercambiabili fra i due, almeno finché non si approfondisce.
«È autore di bellissimi pezzi, spesso coverati (meglio) dai colleghi, ma di per sé è un pessimo interprete, inelegante e senza tecnica, al massimo con uno stile unico e assai personale, utile a dire ciò che deve.»
«Le cose che scrive sono fortemente legate alla tradizione, eppure sembrano spesso essere un passo in avanti rispetto al presente. A un primo ascolto sembrano sopra le righe, eppure facendo più attenzione, al secondo ascolto ogni cosa torna inspiegabilmente al suo posto.»
«Ha un pessimo carattere, non si capisce mai cosa pensa. Ora dice una cosa e poi si contraddice senza problemi. Le risposte che dà alla stampa sono spesso surreali, talvolta sgangherate. Suonare con lui invece è una impresa. Durante i concerti è spesso imprevedibile e pretende che tu lo segua per solo intuito, creando ansia e adrenalina nei suoi musicisti.»
«Nei suoi anni giovanili era cool e assai ammirato, per quanto vendesse relativamente poco, spesso molto meno dei suoi epigoni. Aveva grande capacità di gestire la propria immagine oltre che la propria musica. Il modo in cui vestiva era capace di generare delle mode, non solo nel pubblico ma anche fra i suoi colleghi. Invecchiano invece si è chiuso in un silenzio pieno di mistero, innalzando una sorta di muro invalicabile fra sé e il mondo.»
Mi sono letto la notizia su alcune testate, e devo dire che fra l'americana uccisa a Firenze e il senegalese che pare sia stato riconosciuto come suo assassino, quelli che fanno la figura peggiore sono gli italiani che hanno commentato la notizia, con la solita pletora di insulti gratuiti, sessisti, machisti, bigotti e razzisti, e, peggio ancora, da sottuttoio. Italiani brava gente, fino in fondo. Incredibile che riescano ancora a stupirmi.
“Profezia è un racconto di sole diciotto pagine. Non fatevi ingannare dalle dimensioni perché è un capolavoro...” Antonio D’Orrico.
Ecco, leggo cose come questa (nello specifico una recesione a un libro di racconti di Sandro Veronesi, qui) e mi viene da dire: ma tu che critico sei? O meglio ancora, ma che diavolo di critica fai? Quella che mentre cerca di salvare la scrittura dal luogo (ormai) comune che una storia è più bella se è più lunga, lo ribadisce all'infinito. Un capolavoro è un capolavoro e basta, che sia un racconto o un romanzo o una poesia, e le cose lunghe sono anche buone, ma ad altro. “Non fatevi ingannare dalle dimensioni” è, nel suo patetico tentativo di marketing spicciolo, un giudizio di fondo, un rimarcare a parole l'immaturità, o meglio ancora la regressione del lettore medio alle leggi del mercato (quello di strada) che predilige sempre, nei fatti, la quantità alla qualità, purché sia fiction.