Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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giovedì 12 settembre 2019
mercoledì 30 agosto 2017
virilità poetica
Ho appena letto, sulla sua pagina, l'ennesimo articolo di un sedicente poeta contro Guido Catalano. A me Catalano come autore non dice moltissimo, allo stesso tempo non posso far finta di non vederlo. Però nemmeno capisco quelli che devono parlarne male a oltranza. Voglio dire che certe volte mi par quasi che lo si accusi di rubare spazio agli altri e invece no, lo spazio è quello che è, e lui, secondo me, fa solo le sue cose al meglio che può. Le fa bene, le fa male, cazzi suoi. Piace più lui di me? Buon per lui. Io non mi sento invidioso. Faccio le mie cose anche io, al meglio che posso, e se mi leggono meno persone vuol dire che sono per pochi. Capirei se si discutesse di etica della scrittura, ma la sensazione che si ricava da certi articoli in cui lo si accusa di essere un fallito senza cognizione di causa e letto da altri falliti incapaci di esprimere gusto è quella della sottile invidia di chi ce l'ha più piccolo e si attacca ai massimi sistemi dell'arte e del canto per ostentare sicurezza. Ecco, non vedo e non vedrò mai l'utilità di parlar male di un altro per affermare la propria virilità autoriale. Chi lo fa un po' rosica, almeno questa è l'impressione, e non è bella né virile.
giovedì 18 febbraio 2016
ad esempio
Un giorno, io me lo sogno, il presidente del Consiglio, parlando di qualcos'altro a qualcun altro, leggerà ad esempio dei versi di Guido Catalano, ma farà un errore di attribuzione e leggerà dei versi miei, e nessuno capirà che sta dicendo e allora tutti penseranno che è poesia.
mercoledì 22 gennaio 2014
scusate il disturbo
Quando leggo i post di scrittori veri come Mario Desiati o Luca Bianchini (che piace tanto a mia zia) o Guido Catalano o certe volte anche di mostri come Aldo Nove, mi rendo conto che io non sono e non sarò mai come loro. Non me ne frega nulla di andare a fare le presentazioni in giro per l'Italia, di leggere i miei versi ai reading, di stare sui giornali o di vendere un racconto per farci un film. Cioè se capitasse non ci sputerei sopra, ma perché capiti bisognerebbe che facessi tutta una serie di cose che non mi ingolla di fare, anzi ne sono quasi spaventato. Solo il pensiero di tutto quel movimento mi atterrisce. Come dice un mio amico, la verità è che sono un cazzaro. Tutto ciò che mi importa davvero e starmene seduto al mio pc e grattare sui tasti, scrivere e che qualcuno legga ciò che scrivo, quello sì. Il che ammetto è molto romantico e bello e giusto e blablabla, ma da un punto di vista strettamente editoriale è un totale fallimento. Uno scrittore non è questo, lo so io come lo sanno loro. Essere scrittori oggi ha più a che fare con le strette di mano, i bei sorrisi, i gruppi di lettura che ti fanno domande imbarazzanti, Fabio Fazio o le rubriche intelligenti sugli inserti settimanali dei quotidiani nazionali. Io mi sentirei male se dovessi stringere la mano a Fabio Fazio, che magari mi fa una domanda del cazzo tipo "Ma perché oggi la gente non legge più poesia in Italia?" "Che domanda mi fai, Fazio? Io la poesia la leggo, che ne so perché non la leggono gli altri? Chiedilo a Saviano, magari ti legge una poesia della Szymborska così Adelphi è contento". Tuttavia pubblicare un libro non è così bello come leggersi il libro di un altro. Insomma, sto maturando l'idea di smetterla. Pubblicarne un altro solo, quello per mio nonno e poi fregarmene e starmene qui a scrivere versi grattando sui tasti. Ho il mio pubblico affezionato in fondo. Poi ovviamente la mia è tutta invidia e blablabla, è per questo che ho scritto tutta 'sta roba. Me le portavo in gola già da un po'.
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