C’è un momento esilarante e allo stesso tempo tragico nella lunga carriera di Molière di cui parla Cesare Garboli nel suo ultimo libro (Il «dom Juan» di Molière, Adelphi, 2005), ed è quando all’apice del successo come commediografo e impresario teatrale, dopo aver creato una maschera nuova e inaudita, quella di Tartufo, il servo che vuole farsi padrone e che deruba il proprio protettore di ogni suo bene attraverso l’astuzia e l’inganno – perché diversamente dai vari Arlecchino e Pulcinella, servi sciocchi che sanno stare al loro posto, Tartufo è una maschera modernissima, già borghese ed inserita nelle lotte di potere e che per di più indossa la tonaca, si dice in contatto con Dio! – al punto da creare uno scandalo a corte con la censura dell’opera e la richiesta da parte del re in persona, Luigi XIV, di una riscrittura che porta il copione originale da tre a cinque atti dove la nobiltà ingiustamente usurpata riesce a ribaltare la situazione e riprendersi il maltolto, restaurando (ancora per poco) l’antico regime; dopo questo scandalo, cercando di mettere una pezza alla programmazione dissestata della prossima stagione teatrale, Molière scrive in quattro e quattr’otto una nuova commedia in cui non crede molto nemmeno lui, attorno a una maschera spagnola giunta in Francia attraverso l’Italia, quindi per nulla originale, quella del libertino Don Giovanni, dunque non un servo ma un padrone stavolta, riadattandola qui è lì ma in modo tale da farne, quasi inconsapevolmente, lo specchio di una nobiltà orrendamente libera, arrogante, vuota di valori e priva di onore e peggio ancora di religione, più volte apertamente derisa, insomma qualcosa che la nobiltà dell’epoca avrebbe potuto essere se fossero caduti tutti i veli cerimoniali e le imbellettature dietro cui si nascondeva. La commedia è un successo strepitoso di pubblico presso la classe cittadina, ma dà di nuovo scandalo a corte, viene intesa come una satira del potere dunque in piena continuità col Tartufo, al punto che Molière, ormai considerato un sovversivo, ne viene quasi rovinato e addirittura processato. Ed è qui che sta il lato esilarante della faccenda, perché Molière non era un sovversivo, ma un autore di successo strettamente legato agli ambienti di corte da cui dipendevano le sue fortune, non aveva alcun interesse a irriderla e tutto questo, infatti, succede contro la sua volontà, senza che lui ne capisca davvero le ragioni, in quanto personalità come la sua non si inventano a tavolino “lo scandalo”, non ne hanno bisogno, lo danno semplicemente esistendo, respirando, pensando, facendo ciò che vogliono fare senza troppe esitazioni, ma solo perché “funziona in scena” dunque rende più forte lo spettacolo. Ci dice Garboli: “La vera accusa, che precede quella di empietà e di offesa alla religione, è di «dare scandalo», cioè di portare in scena e di mettere davanti agli occhi del pubblico ciò che le regole della decenza vogliono seppellito, sussurrato o taciuto. […] Quando Molière si difende dall’accusa di empietà invocando i diritti della professione, non mente affatto e non fa affatto l’ipocrita. Dice proprio la verità. Solo che, nel medesimo istante, difende il proprio diritto a dare scandalo. Difende il suo diritto di inventore del teatro moderno”. Molière insomma voleva solo fare arte, realizzare un’opera che facesse ridere gli spettatori, ma captando gli umori del tempo e usandoli a vantaggio della propria opera fa molto di più, scuote nel profondo la società dell’epoca punzecchiandola nelle sue ipocrisie. E tale fu l’onda di risentimento che lo sommerse che rimase solo, perse ogni amico, compagno, perse addirittura la moglie, al punto che poi riversò il suo malumore in un’opera dedicata alla falsità e alla volubilità degli affetti, il Misantropo, presentandolo come la fine di un periodo (e forse della vita), e non sapendo che ne avrebbe aperto un altro.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
domenica 24 marzo 2024
mercoledì 28 luglio 2021
scandalo
Leggo di quelli che si scandalizzano della Grafica Veneta che usava degli schiavi per stampare i libri delle maggiori case editrici italiane e ora dicono autofustigandosi: io non sapevo, immersi nel loro sogno dell'editoria come nuovo paese delle meraviglie. Intanto i libri li compravano su Amazon, dove usano altre forme di schiavitù, ma lì le cose si sapevano e bene e fondamentalmente ha ragione Walter Siti: essere scrittori impegnati in un mondo dove sapere o non sapere le cose non fa nessuna differenza, non cambia un cazzo di nulla nel nostro modo di vivere e migliorare il mondo, è fiato sprecato. Meglio scrivere e farsi i cazzi propri che avvellenarsi la vita per loro.
giovedì 14 novembre 2019
la pietra dello scandalo
venerdì 12 ottobre 2018
scandalo
venerdì 13 dicembre 2013
tre epigrammi sulla letteratura alla moda
A notte ci accompagnano
lo scandalo e gli eccessi
di giovani asservite dall’Amore
per un pubblico più attivo dentro ai cessi.
2
Con eccessiva supponenza mi dice:
“Non leggo poesia, non mi piace.” Rispondo:
“È un tuo limite, non un mio problema.”
3
Ognuno sta solo nel cuor della doccia
trafitto dal gettito d’acqua:
e di te rinnega ogni traccia
mercoledì 20 febbraio 2013
cos'è uno scandalo
Giuro che è più forte di me. Più vado e più Giannino mi sta simpatico. Mi stava simpatico anche prima, ma ora di più. Sarà che ho un debole per chi ci prova e perde. Sarà che, truffatore quanto volete, a me personalmente non mi ha mai rubato nulla né ha mai provato a restituirmi nulla. Sarà che io la mia laurea non sono nemmeno mai andato a ritirarla e il posto più intelligente in cui ne ho vista una è sulla tazza del cesso di una mia amica a Roma (figurati dove, per me, ti puoi infilare un master). Però Giannino mi sta simpatico. Certo, è vero, qui si parla di trasparenza. Ma quando diciamo trasparenza in politica di che stiamo parlando? Del fatto che sei più o meno bravo a nascondere la tua cacca agli elettori.