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domenica 30 dicembre 2018

kukkétte

Kukkétte parève citta citte 
invece jère na radio. 
Mu sò sunnéte ca passève pu kéne 
a i duò de notte i me kiamève: 
“Nà! líscete kèsse, ca te pièsce. Jè sópe a vìte!” 
I jère na poesíje ca s’à purtéve mpólte da trent’ànne 
sèmpe a stèsse. Jí m’à lescève agne volte 
i può ce respunnève: “Franco, 
nna sò capíte nudde. Ma me pièsce”. 
Kukkétte redève citta citte i può 
ne sce cukàvene. 


Traduzione.

Cucchetto pareva zitto zitto
invece era una radio.
Me lo sono sognato che passava col cane
alle due di notte e mi chiamava:
“Nà! Leggiti questa che ti piace. È sulla vita!”
ed era una poesia che si portava in tasca da trent’anni
sempre la stessa. Io la leggevo ogni volta
e poi gli rispondevo: “Franco,
non ci ho capito nulla. Ma mi piace.”
Cucchetto rideva zitto zitto e poi
ci andavamo a coricare.

lunedì 21 agosto 2017

una poesia di sergio pasquandrea

Gironzola per Loco
a caccia di un bel seno
un placido sileno
che ha nome antoniolillo:
non gli guastate il gioco,
lasciatelo tranquillo!

Dal blog di Sergio Pasquandrea

sabato 9 aprile 2016

feccia

Di Gianni Priano

Giovanni Bonfante vive nell’entroterra ligure, in un paese nel quale – in inverno – non si contano più di quaranta persone. Ha studiato dai preti (lui dice: “da prete dai preti”) fino ai vent’anni. Dopodiché si è trasferito in Francia impratichendosi di vari mestieri tra cui il fornaio, il vivaista, la guardia notturna ed il conducente abusivo di taxi. Ritornato in Italia – nel 1996 – all’età di trentacinque anni vi è rimasto qualche settimana – vagabondando per le strade di Torino e di Savona – finché si è imbarcato per l’Algeria (“facendo vita grama e passando anni brutti” mi dice). Ritornato in patria (chiamiamola così) nel 2014 si è piantato (“come una fava”, cit.) nel paese della nonna materna. Scrive sotto pseudonimo e vive (“mica vivo, sottovivo”) con una pensione di invalidità (“e cinquantamila euro sotto il materasso, finché durano”) in una piccola casa rurale a cui gioverebbe una consistente ristrutturazione, a poche centinaia di metri da una splendida faggeta. Non ha telefono, né computer, né automobile. Scrive a mano su fogli protocollo che mi consegna, periodicamente, pregandomi di distruggerli dopo avere ricopiato e pubblicato su fb le sue poesie. In casa, disposti su uno scaffale della cucina ha i seguenti libri (da sinistra a destra): La malora, Il mestiere di vivere, Religione e futuro, La Bibbia, Il Corano, Il silenzio di Dio, Promessi sposi, Odissea, La Peste, Moby Dick, La Nausée, Les Mots, I fratelli Karamazov, Histoire de l’oeil, Le Petit, Le Mort, Ma Mére, Tutte le ore feriscono, l’ultima uccide. Georges Bataille: l’estetica dell’eccesso, Aden Arabia, La Conspiration, Le Cheval de Troie, Pianissimo, La vose de la sera, I fiori del male, Lavorare stanca, Le Occasioni, I Colloqui, La via del rifugio, Un po’ di febbre, Marco e Mattio, La notte della cometa, Mareblu, Sangue e suolo, La chimera, Tempo di massacro, L’arrivo della lozione, Abitare il vento, La vita agra, La cognizione del dolore, La Madonna dei filosofi, Frammenti eraclitei, La Gaia scienza, Ecce Homo, Genealogia della morale, Così parlò Zarathustra, Le categorie del politico, Nemesi medica, Essenza del nichilismo, Mexico City Blues, La malattia dell’altrove, Esercizi di Verbo, L’odissea del nichilismo, Fame, Il cappotto, Zibaldone, Lenta ginestra, L’anomalia selvaggia, Compagna luna, La sirena delle cinque, Scorciatoie e raccontini, Danubio, Il voltagabbana. Un libro è aperto sul tavolo, accanto ad un mezzo panino con margarina spalmata e acciughe. Il titolo è Quaderno d’ Israele.
Altro dirvi non posso perché Bonfante me lo ha proibito.
Ecco, di seguito, la sua poesia.

Salivamo, in Bachernia
la faccia sui mattoni
e le ginocchia al mento.
Sotto i bei glicini
a ridosso di una palma
non il nome segnavo
ma una cifra.
Per cadere da me
fare finalmente parte
togliermi una pelle
solo mia.
Arrancavo, in Bachernia
tenendomi al corrimano
come i vecchi.
Immaginando i muli
quassù: dove i ricchi hanno casse
di liquori e fogli di antiche case
mappe catastali, ricevute di ritorno, tessere
del Partito liberale italiano, del Movimento sociale
della Diccì, del Partito Monarchico
e il santino di Craxi, che tiene il segno
perduto in Moby Dick.
Venivamo qui la sera tardi. Specie
di primavera. A scrivere assassini
boia borghesi ancora pochi mesi
la rivolta non molla
vi schiacceremo il capo
vi attaccheremo al muro
vi appenderemo all’ingiù.
Sbucavamo, in Via Chiodo
e Ivan scrisse FECCIA
a caratteri cubitali, in nero
perché il rosso, mioDio, era finito
come la primavera e la sera.
Sopraggiungeva l’estate dell’ 81.
Con Proudhon a languire
e benedire (insieme a Garibaldi)
nelle tasche di quello
che per l’ultima volta chiamammo “il potere”.
Era tempo di saldi.

(Giovanni Bonfante)

mercoledì 8 febbraio 2012

ritratti: lisetta carmi

Lisetta Carmi ha vissuto troppe vite in una per essere sintetizzata con un solo termine. Nata donna ed ebrea, in un periodo storico che poneva le donne e gli ebrei in una posizione di inferiorità sociale, ha caratterizzato la sua intera esistenza alla ricerca di una propria inderogabile indipendenza e nella difesa delle minoranze, dei poveri. È stata pianista, poi fotografa. Ha utilizzato la fotografia come mezzo di lotta sociale e di conoscenza. Celebri molti suoi reportage, fra cui vanno assolutamente ricordati quello, assai contestato, sui transessuali di Genova e poi il ritratto di Ezra Pound. La sua continua irrequietezza l’ha portata in Israele, in America Latina, per documentare la condizione dei più deboli e poi in Asia, dov’è avvenuto il fondamentale incontro col maestro induista Babaji. Alla fine degli anni ’70 si è definitivamente trasferita a Cisternino, dove ha fondato l’ashram, il primo in Europa, che ha diretto per quasi vent’anni. Nel 2010 il regista Daniele Segre ha girato un film sulla sua vita.



Come molti sapranno, Lisetta Carmi vive nel centro storico di Cisternino, in una casa che domina la piazzetta di sotto e per arrivare alla quale è necessario arrampicarsi per una ripida scala, attraverso un esercizio per lei quotidiano di fatica e determinazione, che porta a quello che può sembrare il rifugio di un’alta torre da cui si può osservare, staccandosene, il mondo di sotto. Eppure la Carmi, che pure apprezza il silenzio scende ancora di sotto, nel mondo, si mischia con gli altri, si dedica a loro in base alle proprie forze. È più di un mese che cerco di incontrare la Carmi per un’intervista. “Sono famosa!” ammette, con un pizzico di orgoglio quando glielo faccio notare. “Non che mi importi molto ma tutti mi cercano, tutti mi chiamano, mi vogliono. Ho lavorato molto, senza mai fermarmi. E adesso, a volte, sono stanca.” Riesco finalmente a incontrarla a casa sua, ai primi di gennaio. Mi appresto a tirar fuori il registratore e il foglio delle domande per poterla intervistare, invece la Carmi mi sorprende. Esordisce così, mentre mi fa sedere di fronte a lei:
“Ieri non sono stata bene, sono molto stanca oggi, per cui niente interviste. Ti ho fatto venire perché volevo parlare un po’ con te, conoscerti meglio. Per cui, siediti, spegni quel registratore e metti da parte la macchina fotografica. Adesso ti faccio io qualche domanda.”
Ha preso dalla scrivania un volume di foto che ho pubblicato con questa rivista un anno fa e ha cominciato, foto per foto, a farmi delle domande, sulle mie motivazioni, sul modo che ho di raccontare la vita, una storia, con il mezzo che l’ha resa tanto celebre. Quindi ha ripreso la parola, e parlandomi per circa un’ora, con chiarezza e schiettezza estreme, mi ha detto questo.



Lezione di fotografia

Antonio Lillo, se vuoi fare il fotografo, ricorda che non sono d’accordo con quello che scrivi nel tuo libro, e a cui sembri dare tanta importanza. Tu scrivi che la fotografia nasce prima di tutto nella tua testa, ma io ti dico che in tanti anni che ho fatto foto non ho mai “pensato” l’immagine. Avevo delle idee, certo! Ma io arrivavo lì, mi guardavo intorno, e fotografavo quello che c’era! Ho sempre cercato di fotografare l’anima delle persone e non solo il loro viso. Cerca sempre di fare in modo che una foto dica tutto quello che c’è da dire senza doverle per forza aggiungere altro, né titolo né didascalia. Che parli a chiunque, anche a chi non ti conosce, ma senza che il tuo sguardo sia banale. Questa foto che tu intitoli Il futuro è luminoso, perché l’hai intitolata così? C’è un vecchio coi bastoni che si trascina per strada. Io l’avrei chiamata semplicemente Vecchiaia, senza ironia. Questa coi bambini mi piace, quest’altra con questa bella ragazza pure. È anche vero che le nostre strade sono piene di vecchi… Io non ho la televisione. Così nelle belle serate mi piace scendere di sotto e sedermi sulla panchina a osservare la gente che passa. Sto lì seduta e mi immagino quante splendide foto farei, se fossi ancora fotografa, se ancora mi interessasse fotografare. Io farei delle foto alle ragazze con quelle belle scarpe colorate, coi lacci che fasciano loro le gambe, ai bambini troppo eleganti e ripuliti all’eccesso, a questi ragazzi che passano tutto il loro tempo attaccati ai telefonini e non si guardano mai in faccia, mai!


Attilio Carmi con sua figlia Lisetta
Genitori e figli

Nella mia vita ne ho fotografati a migliaia di bambini, di ragazzi, di tutte le condizioni sociali, e dovevi vedere come mi si donavano quelli più poveri, come si aprivano quando li riprendevo! I giovani di oggi invece mi irritano e allo stesso tempo mi preoccupano. Eppure io me la prendo coi loro genitori. Mio padre era severissimo con me e i miei fratelli, ma anche molto intelligente, e dava una grande importanza al lavoro. Ci diceva sempre ‘per l’istruzione e la salute tutto, tutto!, ma per il resto dovete vedervela voi!’ e ci ha insegnato che se volevamo qualcosa dovevamo conquistarcelo con le nostre forze. Perché solo così si forma il carattere. La mia prima auto me la sono comprata a 35 anni, a rate, in ventiquattro mesi. Era una 600, ma quando la guidavo mi sembrava una Ferrari, perché era una mia conquista. Quando ho visto che era così facile guidarla mi sono messa al volante e con quella macchina sono andata in Palestina, poi ho girato tutto il mondo. Oggi appena fanno diciotto anni i genitori comprano subito la macchina ai figli. Comprano loro dei bei vestiti, un sacco di roba inutile. Come possono sperare che non vengano su dei deboli, viziati. I veri colpevoli sono proprio quelli idioti dei genitori!



Tornate a lavorare la terra!

Tu che sei direttore di un giornale, ti chiedo: perché il tuo giornale non ha il coraggio di fare qualcosa in più? Parlate dello scempio paesaggistico che stanno facendo ai nostri paesi! Del modo in cui offendono il lavoro così intelligente di chi ha costruito queste case della fine dell’ottocento o i nostri trulli. Vendono quelle vecchie case e le ristrutturano col cemento, le distruggono senza capire. Ditelo ai ragazzi che le mani sono fatte per lavorare! Dite loro di lasciar perdere il lavoro dietro una scrivania, e di tornare a lavorare la terra, nei campi! Io con queste mani ho sempre lavorato, sempre! E a più di un contadino ho baciato le mani. Spesso il contadino si stupiva, diceva: ‘Lisetta mi ha baciato le mani!’ Ma io gli dicevo: ‘Le mani che lavorano sono benedette!’
Sono sempre stata comunista, lo sono ancora, anche se il comunismo non esiste più, e lo sono perché il mondo è ancora pieno di ingiustizie. Perché il potere economico è nelle mani del 5% dell’umanità. Il 95% che rimane non ha nulla o quasi. Ma si deve capire che se una volta il potere del denaro si reggeva sull’oro, ora è diventato un’idea astratta, il denaro è carta straccia. Arriverà il giorno che il denaro non varrà più nulla e allora l’unica soluzione sarà tornare alla terra.
Ovviamente non sono una sciocca, so che oggi non si può vivere solo coltivando il proprio orto, ma ci sono delle alternative, si possono costituire cooperative, realtà che sul rispetto della natura, sulla produzione di prodotti buoni, sani, biologici, possono permettere a un giovane di vivere degnamente. Non serve tanto per vivere. Io ho sempre vissuto con poco, ho sempre lavorato tanto. E sono contenta. Ora vivo qui, in questa bella casa, ma la mia vita è semplice, le pulizie in casa le faccio ancora io. Quando mangio lavo il mio piatto da sola. Vivo serenamente la mia quinta vita, quella che Babaji mi aveva indicato come la mia vita di totale libertà.
Le altre, lo saprai, sono state il pianoforte, la fotografia, il lavoro con Paolo Ferrari e poi l’incontro con Babaji. Lui era straordinario. Io non sono mai stata una devota nel senso classico del termine. Ma lui mi ha chiamata e io sono andata da lui perché mi aiutasse a capire, a migliorarmi. Mi ha permesso di fotografarlo in centinaia di scatti che ne rivelano la gentilezza, il modo in cui riusciva a guardarti dentro, ad aiutarti a capire delle cose di te, e di questo gli sarò sempre grata.



(Pubblicato su Largo Bellavista n°56, gennaio 2012)