Beh, sono quello che faccio. In fondo in Occidente, come tutti sappiamo, non è tanto importante chi sei ma cosa fai o meglio, si confonde spesso il chi sei con quello che fai e quello che fai col lavoro, inteso non come impegno e dedizione a una attività ma come attività che porta a uno stipendio, cioè a un potere di acquisto che tenga il sistema in movimento. Esisti, insomma, in quanto ingranaggio (un po’ come in Tempi Moderni di Chaplin). E se non ci stai? Se non fai così? Allora spesso non sei. Io ci ho provato a barare, a fare solo quello che sono col massimo impegno e una dedizione assoluta. Ma non essendo tutto ciò adeguatamente remunerato, non sempre funziona. Continuano a dirti, guardando il tuo operato: bello sì, ma dov’è il lavoro duro che fa di te qualcuno?, intendendo non certo il lavoro, ma lo stipendio. Come se a pensare qualcosa di non standardizzato o trasmesso ogni quarto d’ora in tv dalla pubblicità, non ci si fecesse comunque il culo. Dunque, chi sono io? E dove sto andando? E soprattutto, ma quando arrivano le ragazze? Sono quello che faccio. E cosa faccio? Fotografo, scrivo, racconto storie. Dunque? Dunque per Brunetta dovrei andare a cercarmi un lavoro vero. E certe volte, ammetto, lo penso anche io. Se non fosse che, se penso che a uno come Brunetta io posso stare sul cazzo, quasi quasi sono tentato di restare così per la vita.
Ma l'impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale.
Se ne andava Guerra con la sua giacca nera e lunga come un grembiule da bottegaio, se ne andava col suo gilè verde muschio e guance morbide da nonno e i baffi da uomo conviviale, se ne andava col suo amico russo e la sua moglie russa vistosamente a fiori, che lo trascinava via da noi e lo difendeva con orgoglio e forza e gentilezza, come fa il gatto col suo topo pasciuto.
Mi sono fatto largo in una calca di lettori, alla ricerca di un autografo o del tocco confortante del poeta. Io stesso desideroso di quello e senza il nuovo libro da proporgli per uno scarabocchio, mi feci a forza avanti per guardarlo negli occhi stanchi e pieni d’acqua. Gli misi sotto il naso la mia mano, la strinse e dissi allora tutto d’un fiato cosa mi premeva che sapesse, che a ogni momento buio della vita le sue poesie mi avevano aiutato, confortato un cuore debole e fraterno. Fissò davanti come se non mi vedesse, come se lo sguardo grigio mi passasse oltre, poi venne rapito da sua moglie, e sciolse la sua mano dalla mia senza che mai mi sia riuscito di toccarlo.
GIULIETTA Vuoi andartene? Non è ancora giorno. È stato l’usignolo, e non l’allodola a ferire il cavo sospettoso del tuo orecchio. È la notte che canta su quell’albero di melograno. Credimi, amore, era l’usignolo. ROMEO Era l’allodola, l’araldo del mattino, non l’usignolo. Guarda, amore, che strisce malvagie orlano quelle nubi che si dividono a Est. Le candele della notte son bruciate, e il giorno felice si muove in punta di piedi sulle cime nebbiose dei monti. Devo andare e vivere, o restare e morire. GIULIETTA Quella non è la luce del giorno, io lo so. È qualche meteora esalata dal sole perché ti faccia stanotte da torcia e ti illumini sulla strada per Mantova. Perciò rimani, non c’è ancora bisogno di andarsene.
Made in Heaven, ero un adolescente quando vidi questo film per la prima volta. E, come tutti gli adolescenti stupidamente romantici di questo mondo, rimasi incantato dalla promessa d’amore eterno, di un legame più forte della vita stessa e quasi simile al destino che questa bellissima storia prometteva. Anzi, in un certo modo sono quasi convinto, visto il modo in cui me lo sento ancora dentro, che tale film mi abbia in qualche modo fregato, o illuso, che là fuori, da qualche parte c’è la mia anima gemella ad aspettarmi e l’amore non sarà perfetto se non con lei. Idee molto pericolose da gestire, perché ad abusarne si finisce per rimanere soli. A raccontare a parole di cosa parla Made in Heaven, perde molto del suo fascino. È più un film di immagini lievi e sfuggenti, di stati d’animo puri, molto on the road se vogliamo, nel senso propriamente beat di ricerca di se stessi come unica via per la felicità. Gli attori sono Timothy Atton e Kelly McGillis, giovanissimi, che interpretano due anime che si conoscono, si innamorano e si sposano in Cielo, prima che lei venga spedita sulla terra a vivere la propria vita terrena. Incapace di stare lontano dalla propria sposa, anche lui farà una sorta di patto con un angelo secondo il quale potrà scendere sulla terra a cercarla ma, una volta rinati, nessuno dei due ricorderà dell’altro e la loro dovrà essere una ricerca del cuore, basata solamente sull’istinto e sul bisogno dell’altro. Alla fine, come in ogni love story che si rispetti, l’amore vincerà e i due si ritroveranno, per strada, il giorno del loro trentesimo compleanno. Per quel che mi riguarda questo film, oltre che condannarmi per sempre all’ideale della continua ricerca dell’amore perfetto, è stato anche il primo esempio di poesia visiva a cui ricordi di avere assistito (anche se poi, rivedendolo, ho in parte ridimensionato quella prima impressione), talmente forte da farmi piangere di commozione. A rendere ancora più forte questo stato emotivo è stata la colonna sonora, e un suo pezzo in particolare, intitolato We never danced, cantato da Martha Davis and the Motels, molto molto malinconico e con un arrangiamento tipicamente anni ’80, che mi sono portato a lungo nel cuore e che scoperto solo parecchi anni dopo essere stato scritto da quello che, nel frattempo, era diventato uno dei miei musicisti preferiti, Neil Young.
Finché cade il coltello e ti ritrovi un vecchio marinaio tatuato e bisognoso d’affetto portato per mano ai giardini.
Né più ricordi il respiro che freme in gola per la fuga o i morsi dei quartieri di Berlino né un solo nome che tu senta amico se ti scuote il corpo l’attimo
che balugina improvviso negli occhi e torna, male a fuoco alla mente com’eri alto e fiero nel giorno del tuo brindisi all’Europa, re barbaro.
È appena una voce, una brezza sottile il tuo sguardo si perde nel vuoto e annuisci con astuzia senile per tenere a distanza il ricordo di un altro.
2.Anima assente
Il buio ti ha preso la mente, riportato bambino calvo e innocente e sono convinto non bramassi salvezza se odiavi l’acqua come fanno i gatti.
Eri un esempio di libertà, letteratura fatta carne ora appari anche tu, anima assente raggirato dal fuoco e bruciato per nulla, anzitempo per sempre.
Ora mi sembra accettabile che il tradimento si avvicendi nel tempo a un tempo beatamente vissuto, quand’è inconcepibile anche solo contare sui bisogni inespressi per risarcire proprio il tempo dei buchi: quei vicoli ciechi che a caso possano precipitare noi naviganti come trappole alla fine del mondo, giù in cielo.
Ho conosciuto Paolo un paio di anni fa. Mi venne presentato allora da alcuni colleghi come “quello vero”, cioè un giornalista serio e non come noi che campavamo di piccola cronaca di provincia. Paolo era stato corrispondente di guerra per alcune delle maggiori testate nazionali per quasi vent’anni, poi nel ’94, in Bosnia, aveva dato di matto, detto basta a tutto quel sangue versato senza ragione e se n’era tornato in Italia. Si è preso casa a Cisternino, a 10 km da qui e si è messo in vacanza per circa dieci anni, fino a quando gli è tornata la voglia di scrivere ma tenendosi a distanza dall’orrore del campo di battaglia. Per cui alla fine ci siamo ritrovati a lavorare entrambi nel giornale di cui ora sono direttore. Con Paolo siamo amici. Lui dice che è perché “siamo due porci”, io invece credo perché ci piace scrivere e raccontare storie. Ogni volta che puntualmente mi consegna il suo pezzo la prima cosa che mi dice è: “i miei soldi?” e la seconda “bene, io sono in vacanza fino al venti!” Due settimane fa Paolo, che vive solo e soffre di depressione, a causa dei troppi anni passati a fare il cronista di guerra, fra morti feriti paura e assassini nati, è stato ricoverato di forza in una clinica specializzata perché si temeva per la sua incolumità. Semplicemente ha dato fuori di matto e l’hanno rinchiuso. Era da un po’ che si vedeva che non stava bene, abbiamo provato a dargli una mano ma non siamo stati abbastanza bravi. Ora è lì e ci deve rimanere per almeno altre due settimane. Né si può andare a trovarlo, senza essere suoi parenti. Non so perché ma nella mia testa mi sono fatto un’idea tutta mia di questo posto mutuata da un racconto di Carver, intitolato Da dove sto chiamando, in cui c’è questa clinica dispersa fra i monti, dove poter tagliare fuori il mondo e ricaricare le batterie, senza scocciatori o creditori intorno e ascoltando vecchie storie di Jack London che una volta è passato di lì. Roba un po’ troppo romantica per essere vera. Ecco, ero un po’ giù per questo fatto, e per il fatto che il numero di agosto sarebbe stato il primo in due anni senza la firma di Paolo quando l’altra sera ho ricevuto una sua telefonata. “Buonasera direttore” mi ha detto con la voce impastata, probabilmente dai farmaci. “Hai carta e penna? Oppure sei al computer?” Sono al computer, gli ho risposto. Ero seduto sul balcone, al tavolino, il cielo si stava scurendo e volevo godermi l’aria fresca mentre finivo di lavorare al giornale. “Allora prendi appunti” mi ha detto “questo va in prima pagina”. E mi ha dettato al telefono il suo pezzo, un articolo di circa duemila battute sull’anniversario della bomba su Hiroshima, dal titolo Noi non abbiamo paura della bomba, come la canzone dei Giganti. Un articolo cupo, notturno, pieno di violenza, di umanità e tristezza. Sentivo la sua voce strascicare al telefono, impallarsi per un paio di volte e poi sciogliere il nodo in gola con un nuovo flusso di parole e me la sentivo rimbalzare sottopelle, fra le ossa. Per un attimo mi è sembrato di rivivere in quei film di guerra, di cui Paolo è molto più esperto di me, in cui questo era l’unico modo per far arrivare una notizia dall’altra parte del mondo nel minor tempo possibile. Mi ha dettato il suo pezzo, poi si è raccomandato per la foto ed ha chiuso la telefonata. Una cosa incredibile. L’ho sentito ieri sera poi, mi ha chiamato perché dice di sentirsi solo e di annoiarsi a morte. Ha dei libri con sé ma non gli va di leggere, non gli va di fare niente. Vuole solo ricaricare le batterie. Mi ha detto che stare troppo fermo non fa per lui. È un fatto genetico. Suo padre e suo nonno, anche loro erano corrispondenti di guerra. “La mia famiglia ha vissuto tutti i conflitti del secolo passato. Non siamo mai riusciti a fermarci troppo a lungo in un posto”. E come diavolo sei finito qui, gli ho chiesto? “È un bel posto questo. Mi piace. E poi, anche viaggiando, ti serve sempre una casa a cui tornare. Serve a darti un punto di vista quando scrivi.” Ascolta, c’è qualcosa che posso fare per darti una mano? “Portami 10 grammi di hashish, magari.” Paolo, non mi fanno entrare. “E allora tu fammeli portare da Sandra.” Sandra è una delle nostre redattrici, dal carattere aggressivo e piuttosto sensuale, e dalle scollature parecchio generose. Io ho riso di gusto. Come no, Paolo. Vuoi che dica a Sandra di portarti qualcos’altro a parte il fumo? “Dille di lasciare a casa la rabbia, e di portarmi un bel sorriso invece.” Sarà fatto, capo. “Mi mancate ragazzi, davvero. Voglio tornare a casa.” Per questo, quando Paolo viene fuori di lì, anche se sarà incazzato nero perché ho messo il suo pezzo in decima e non in prima, gli ho promesso che compriamo una bottiglia di vino e festeggiamo il suo ritorno a casa, con una cena.
2
Io ascoltavo Paolo e, credo ispirato dal suo discorso, ho messo nel lettore Hejira di Joni Mitchell. Hejira è un disco importante per me. È stato ascoltandolo che ho pensato per la prima volta all’idea di opera come viaggio. Da allora, le grandi opere d’arte per me (che siano libri o dischi o film o che altro volete) devono essere prima di tutto e sempre un viaggio, non solo dell’autore. Mentre leggi o ascolti o guardi, devi sentire che ti stanno portando da qualche parte, non solo come flusso di idee ma proprio fisicamente, che ti assorbono, che così come ti danno del loro allo stesso modo si prendono qualcosa di te, che quella ruga nuova che troverai domani mattina sul tuo viso è anche il risultato del vostro toccarvi reciproco, così come le macchie d’unto delle dita sul cd o sulla copertina del libro, le pieghe agli angoli della pagina o le tracce del passaggio di biscotti sgranocchiati mentre leggi, le sottolineature a matita o i graffi sulla custodia del disco. Tante piccole cose che servono a dire che siamo vivi e che occupiamo uno spazio, oppure che lo spazio occupa noi, ci pervade. Altrimenti non vale, l’arte diventa una cosa astratta, non ha più niente a che fare con la vita. Quel tipo di arte, se c’è, non mi interessa. Lo so, mi direte adesso, ho scoperto l’acqua calda. Ma è che certe cose oltre a pensarle le devi sentire sulla pelle, ci devi credere. E io non ci ho creduto finché non ho sentito le dita di Jaco Pastorius sollevarsi dalle casse dello stereo, gonfiarsi come una grande bolla d’aria, nera e densa per la stanza, e arrivare a toccarmi e carezzarmi la pelle da quando il basso fa la sua comparsa su Coyote, brano di apertura di Hejira fino all’ultimo assolo di Refuge of the roads, il pezzo conclusivo, e passando per la mitica Black crow. Lo stesso tocco si ripete per quasi metà dell’album, unico ma mai uguale a se stesso, se non per il calore che senti risalirti in petto e commuoverti man mano che il viaggio fra le tracce procede con le ombre della sera. La Mitchell, parlando di Hejira, disse di aver composto tutti i pezzi on the road, in solitudine da una costa all’altra degli Stati Uniti e di averli incisi pur sapendo che mancava ancora qualcosa, che il suono che aveva in testa immaginando la musica non era ancora stato raggiunto. Capì cosa mancava solo quando ascoltò per caso Pastorius, che fino ad allora aveva suonato sempre e solo jazz, e prontamente gli chiese di sovraincidere il suo basso a quattro dei nove brani del disco. Queste sovraincisioni cambiarono per sempre il suono della Mitchell, che da lì in poi abbandonò il folk cantautorale dei primi anni per i nuovi sperimentali territori del jazz. A noi resta il diario di questo viaggio crepuscolare, fatto in giro per l’America, alla ricerca non solo di un suono ma soprattutto di nuovi stimoli e motivi, nuova libertà espressiva, di nuove strade verso il cuore per raccontarne le emozioni. Dopo Hejira, che la Mitchell ancora oggi reputa il suo lavoro più rappresentativo, nulla fu più come prima, di sicuro nulla fu più facile come un tempo. Quanto a me, da quel primo ascolto (è già passato qualche anno) ho applicato la mia teoria, intuita fra le tracce di quel disco, a tutte le opere che mi sono capitate sottomano e non mi sono perso mai più nel distinguere fra quelle da poter considerare un viaggio nella vita e quelle che, per quanto divertenti e meritevoli, erano semplicemente una passeggiata per me, e non bisognava dare loro troppa importanza. Fiesta, Tonight’s the night, Altri libertini, Terra di nessuno, Gli spietati o I fiumi di Ungaretti ad esempio, sono stati tutti dei viaggi fantastici, importantissimi. Altre cose sono passate non lasciandomi nulla. Altre le sto ancora vivendo e spero che non finiscano mai di attraversarmi. Da un po’ di tempo, sarà che il tempo passa e crescendo si diventa selettivi, ho cominciato ad applicare la stessa teoria alle persone. E funziona uguale, perfetta. Non me ne sono mai pentito.
In cerca d’amore e musica la mia intera vita è stata Illuminazione Corruzione e tuffarsi, tuffarsi, tuffarsi, tuffarsi tuffarsi giù a prendere ogni cosa che splende proprio come fa un corvo nero che vola nel cielo azzurro.
È già da un po’ che pensavo di scrivere qualcosa sull’ultima raccolta di Valentina Trio, La quinta Musa, edita da Il Foglio. Ci tenevo perché già molto prima della sua pubblicazione Vale mi aveva mandato il manoscritto chiedendomi cosa ne pensassi. Quindi mi pareva giusto, visto che ho letto il libro praticamente nel suo farsi, e prima ancora che di libro si potesse parlare, offrire il mio contributo. E poi glielo avevo promesso.
[…] El móvil me mira con una mueca de desprecio y el viento grita tu nombre y sus sílabas golpean mi ventana.
trad. […] Il celllulare mi guarda/ con una smorfia di disprezzo/ e il vento grida il tuo nome/ e le sue sillabe colpiscono la mia finestra.
La prima cosa che stupisce della poesia di Vale Trio è la lingua. Una lingua che, probabilmente per il fatto che l’autrice risiede in Spagna ormai da anni, è perennemente in bilico fra italiano e spagnolo, quasi un ibrido. All’inizio non ci fai caso, non subito. Senti che c’è un sapore diverso nell’uso delle parole, nello scorrere dei pensieri e delle immagini, ma è quando ti ritrovi davanti alle numerose poesie spagnole che si mischiano nella raccolta alle italiane e le completano, che ti accorgi che non c’è una reale differenza, che Vale scrive in italiano pensando in spagnolo e viceversa, che è riuscita a mediare un linguaggio suo fra due terre all’apparenza molto simili ma meno di quanto si creda. Una sorta di crossover linguistico insomma, com’è anche giusto ora che si parla tanto d’Europa. Parlo da italiano ovviamente, ma credo che questa sia una cosa che avverta anche uno spagnolo nei confronti dei suoi versi. La seconda notazione riguarda la materia trattata, ovvero l’amore. Tutta la poesia di Valentina Trio è pervasa di passione amorosa e velato ma persistente erotismo. Un erotismo e una passione però che, attenzione, sono pulsanti ma spesso irrealizzati. Quella di Valentina è infatti una poesia in cui il sentimento ha difficoltà a diventare azione. Una poesia frustrata dunque ma non arresa, talvolta rabbiosa per questa impossibilità dell’amore compresso nell’animo di scoppiare e farsi piena felicità. In questo credo che giochi in parte il suo background linguistico e in parte la sua biografia. In più di una occasione Vale ha affermato di sentire come maestra la Merini, di cui riprende tutto il tremendo slancio erotico, la volontà di passione senza limiti ma grazie a dio non la componente misticheggiante che nella maestra spesso si mischia a tale passione, ammorbandola. La poesia di Vale è molto più limpida, diretta, legata a un quotidiano che è comunque e sempre stemperato nell’erotico, come si evince da versi sublimi e così carichi di vita come (ne prendo uno a caso):
mi manchi […] quando butto via la rucola andata a male per una bocca sola…
o dalle notazioni diaristiche che in calce a ogni poesia ne scandiscono il tempo e i luoghi lungo l’anno di composizione dei versi (il 2009). Talvolta, poiché mi sembra che questa raccolta sia una sorta di punto di svolta, di libro di transizione o ricerca, o di affermazione di un linguaggio unico e personale che si sta facendo ora, la sua poesia non riesce a venire fuori dal sostrato letterario, dal canone poetico in cui Vale è cresciuta e si è formata, per farsi vera vita. È il caso delle prime poesie della raccolta, quando sembra tutto un po’ troppo letterario, quando il tu appare quasi un’entità impersonale, un tu inconcreto e la poesia sembra rigirarsi su se stessa e non aprirsi al mondo, rimanere ferma nel suo cerchio autoreferenziale. Più in là invece, a partire dalle poesie del mese di giugno, dalla bellissima Quasi tre settimane, la componente autobiografica sembra prendere il sopravvento, la poesia di Valentina si fa viva e davvero pare che stia parlando a qualcuno che c’è, che è lì vivo e pulsante, con tutti i suoi difetti e limiti e umanità, qualcuno che possiamo riconoscere o no ma che possiamo dire di capire, di sentire in noi. Sono quegli gli esiti più felici della raccolta, quelli in cui il sentimento si dispiega fino a coinvolgere il suo pubblico in una conversazione che non è più privata ma universale. Allora Valentina ci restituisce fiducia nella verità della poesia, nella possibilità che questa, come qualsiasi altra forma d’arte, possa afferrare la vita intorno a noi e restituircene il succo e l’anima, per rifarla nuovamente nostra.
[…] Ho imparato anch’io a sparire, ho imparato da te, e non saranno venti giorni.
In questo mi pare che l’apice della raccolta possa ritrovarsi in particolar modo nelle tre stupende poesie dedicate ad Alice Russo, così cariche di rabbia e aggressività e sferzante sarcasmo compressi in versi talmente perfetti da diventare quasi delle trappole pronte a scattare sulla loro vittima designata, togliergli finalmente la pelle e mostrarlo per quello che è: un uomo vile e indegno, incapace di restituire alla poetessa tutto l’amore donatogli, un amore assoluto, incondizionato, un amore senza compromessi né ripensamenti.
Non finisco mai di stupirmi degli infiniti casi (o svolte) della vita, delle storie che ti capitano di continuo sottomano. Sono qui che scrivo e ascolto l’ultimo disco di Bob Dylan, il mio preferito ormai, un disco di canzoni di natale che funzionano anche a luglio, col caldo africano che ti scioglie le ossa. Mi è stato regalato a gennaio, per il giorno del mio 33° compleanno da Martin e Dani, e lo ascoltavo in cuffia il giorno che ho detto addio a quella che è stata la mia musa per i quattro anni precedenti e di cui trovate così tante tracce nel mio blog. Per questo e anche per il suo senso nascosto è un disco che adoro alla follia. Nessun altro avrebbe potuto fare un disco così, con tanto sentimento del tempo e amore e disperazione per un’innocenza perduta ma tremendamente necessaria. Forse solo Tom Waits. Ci pensavo già l’altro giorno che stavo organizzando per agosto un incontro con Nicola Lagioia, scrittore pugliese che ha scritto un libro intitolato Riportando tutto a casa, traduzione del celebre disco di Dylan Bringing it all back home. Quanta strada è passata da allora e credo che nemmeno Dylan avrebbe mai potuto sospettare in quei lunghi giorni del ’65 che un giorno, per riportare di nuovo tutto a casa, al suo posto, avrebbe finito per incidere il suo disco più commovente, una raccolta di canzoni di natale buone per tutte le stagioni. Quanto a me, questa sera andrò a vedere Lagioia a Polignano, al Festival del Libro Possibile, tanto per farmi un’idea di cosa aspettarmi da lui come oratore e se ho fortuna conoscerlo. In programma, subito dopo Lagioia ho scoperto, c’è Jonathan Coe, scrittore che degli incroci perfetti ha fatto il suo marchio distintivo. A farmi leggere per primo Coe è stato Andrea, un caro amico che sognava di fare l’archeologo in Puglia ma che da alcuni anni è andato via per cercare fortuna a Pavia, come insegnante di italiano. Probabilmente ci andrà anche lui a vedere Coe. In questi giorni Andrea, che è qui in vacanza, esce poco di casa. Mi dice che non si trova più a suo agio a venire in piazza, di sentirsi spaesato, esattamente allo stesso modo in cui si sente spaesato a Pavia. Probabilmente è il destino di chi va, non sentirsi mai pienamente a posto in nessun luogo. Qualcuno la vive male questa cosa, come Andrea, o ci si abitua a fatica. Per altri è fantastico, si lasciano pervadere dall’estremo senso di libertà che ti concede il non avere mai un vero luogo di appartenenza. Immagino sia sempre e solo una questione di scelte, e di volontà. Una cosa è essere costretti ad andare via per campare, un’altra correre e bruciare fino all’estremo, per dirla come Iuri. Iuri era un mio amico di infanzia. Era scappato dal paese insieme a suo fratello Noa, in Inghilterra, ad appena 18 anni, e tornava qualche volta giusto per rivedere i genitori e i vecchi amici. Era quello che si potrebbe definire un punk e da punk, fra centri sociali e creste e aghi e furtarelli nei supermercati, tatuaggi dappertutto, anche sul viso e il mitico Kerouac nel cuore ha girato per tutta l’Europa e l’ultima volta che l’ho visto, due anni fa, meditava di attraversare l’oceano verso l’America. Poi non ne ho saputo più nulla fino alla settimana scorsa, quando l’ho rivisto, tutto pulito e rasato come mai, tranne che per i tatuaggi sul collo e sul mento, andarsene in giro per il paese, accompagnato per mano da un’assistente sociale, con lo sguardo fisso come un automa. Quando l’ho salutato non mi ha riconosciuto, non mi ha nemmeno guardato. Continuava a fissare lo spazio vuoto davanti a sé. Non so di preciso cosa gli sia successo ma, a quanto mi hanno detto, si è fritto il cervello con un acido. Dopo averlo visto ho avuto i brividi addosso e freddo per dei giorni, proprio come se fosse di nuovo gennaio. Mi sono guardato intorno e il mio cervello ha cominciato a macinare ansia e paura, solo per rendermi conto che si entra, per me, in quella fase della vita in cui, volenti o no, ogni scelta è definitiva, non si torna più indietro, non si può. Forse è questo lo spirito che ha animato Dylan nel suo ultimo disco, mi dico, questo senso di panico per il tempo che non può essere fermato, per tutte le scelte che non si possono più modificare. Perché io nell’album di natale di Dylan più che le campanelle allegre della festa ci sento i pianti per le campane che risuonano in lontananza a morto, per il numero di assenti che a ogni festa aumenta irrimediabilmente, e la voce arrochita da troppe notti perse da solo, a vuoto, fumando e bevendo e chiacchierando con le foto appese al muro, a convincersi che in fondo siamo esseri conclusi, è inutile starci male, che a dispetto di ogni nostro desiderio o speranza o senso di rivolta per noi c’è un inizio e c’è una fine. E che il dolore è necessario. Persino quando ci rifiutiamo di vivere e la vita preferiamo guardarla da lontano, o inutilmente riscriverla.