venerdì 17 febbraio 2017

disgusto

Tre minuti ho visto della nuova trasmissione della Clerici solo per rendermi conto, con vero stupore, di come sia riuscita a scendere ancora più in basso di quanto avesse mai fatto finora. In una sola trasmissione è riuscita a mettere insieme il peggio dei format della televisione italiana che tanto piace agli abbonati Rai: i bambini canterini messi in mostra come carne da macello, i talent buoni per tutti ma con la giuria pagata apposta per spezzare le gambe, e le amate storie di disperazione famigliare che tanto ci commuovono perché ci fanno sentire buoni e fortunati insieme. Praticamente la latrina in cui sguazza questo Paese riassunta da una donna furba e arrivista che ha fatto della parola ipocrisia sinonimo di qualità. Sono disgustato.

il giudizio più triste che ho letto su paterson

Già odio la mia quotidianità grigia e senza scampo. Perché dovrei amare un film che fa del suo centro la stessa quotidianità che vivo io, dicendomi che in essa v'è racchiusa una poesia che io non sono in grado di vedere?

un altro

Stanotte ho sognato di riscrivere da capo un mio libro, Rivelazione, un insieme di prose poetiche e novelle inframmezzate da una manciata di poesie, e di farne invece un romanzo riempiendo le falle fra le sue molte storie. La cosa fantastica, nel sogno, era vedere le reazioni dei lettori alla sua uscita. Tutti mi dicevano: Ecco, così è più bello, ora sì che si può leggere. Ma alla fine non vendeva una sola copia in più della versione precedente. Mio fratello, da bravo grillo parlante, a commento della cosa mi diceva: Il problema non è la storia in sé o come viene raccontata, ma chi la racconta. Se al posto tuo c'era un altro il libro aveva più successo.

mercoledì 15 febbraio 2017

sabato 11 febbraio 2017

modernità di leopardi

Scrive l'editore Luca Sossella sulla sua pagina Facebook: 

Baudelaire usa il termine flâneur (con valore simbolico) su Le Figaro nel 1863 e Benjamin lo riprende nei Passages dal 1925… Nel 1995, quando organizzai con Ferruccio Montanari, Patrizia Novajra, Aldo Busi, la famiglia Leopardi di San Leopardo la comunicazione della mostra Il giovane Giacomo, la prima delle tre a Recanati, poi seguirono Giacomo e la scienza e Giacomo e la memoria, ho scoperto un testo scritto da Leopardi nel 1832 che raccontava la volontà di progettare una rivista, "Lo Spettatore fiorentino", (che non vide mai la luce). 
 Nel preambolo presentato per ottenere la licenza di pubblicazione Leopardi scrive: «Se in italiano si avesse una parola che significasse quello che in francese si direbbe le flaneur, quella parola appunto sarebbe stata il titolo sospirato: perché sottosopra il mestiere dei futuri compilatori del nostro Giornale, è quello che si esprime col detto vocabolo francese. Ma nella lingua italiana, benché ricchissima, non si trova mai una parola di questo genere.» 
Mi chiedo, come gli è venuto in mente, come mai Giacomino ha pensato il termine così "moderno", e intraducibile, flâneur nel 1832, dove lo ha letto con quel significato così “metropolitano"? 
Ho chiesto un parere al raffinato filologo leopardista Claudio Colaiacomo, ma ne sa quanto me; ipotizziamo, presumiamo che Leopardi non lo abbia sentito da nessuna parte, e sia frutto del suo straordinario intendere veggente e della sua conoscenza profonda della lingua francese. L'etimo, è risaputo, deriva da "flane" che in norvegese significa bighellonare senza scopo, ma ciò che mi interessa è sapere come mai Giacomino usa il termine con rara consapevolezza trent'anni prima di Baudelaire. Chi lo sa faccia un passo avanti, di grazia.

giovedì 9 febbraio 2017

commozione

Oggi mi è arrivata la raccolta di poesie di un ragazzo, talmente ben fatta che come l'ho aperta ho letto una decina di testi e mi sono detto: Questa la voglio pubblicare. Senza un dubbio. Mi capita così di rado che quasi mi sono commosso.

uno senza voce

A chi interesserà quello che sono
se sono defilato dalla folla e non richiedo
il plauso o la carezza che asseconda
dal pubblico-padrone? Non credo
verrò mai celebrato se non da generosi
nel difendermi: non uno della massa lui
ma ancora uno dei tanti difettosi
uno senza voce perché fuori dal coro.

mercoledì 8 febbraio 2017

requiem per un gattino

L’anno passato abbandonarono un micino sulla porta di casa. Era malatino ma dolce, così ho deciso di curarlo mentre gli cercavo una casa. Il micino è guarito ed era bello e vivace quando alla fine se lo è preso un cugino di mio padre per tenerlo in campagna. Oggi il cugino di mio padre mi ha detto che il gattino è morto durante l’ultimo gelo. Così ripubblico, per ricordarlo, queste due poesie che avevo scritto per lui.

1

Un piccolo tutt’ossa nero di sfortuna
mi si stringe alle calcagna
cercando in me il fratello: stipula
un patto famigliare
rifiutando di mangiare se io
sono lontano. È il patto
di un compagno per la vita
santificato nel latte del mattino
che strofina sul mio pollice grato
col musetto che gli sanguina d’amore.

2

Mi stringe in gola il sangue.
Mi sanguina dal cuore.
Ogni tua cellula perduta si fa
goccia che risale. Sale e soffoca
dal cuore ma non passa.
Ristagna e secca
negli occhi senza pianto.
E brilla il mio rimorso.
Inumidisce il canto. Perché ti perdo?
Perché non ti ritrovo?

martedì 7 febbraio 2017

e sono quasi scomparso...

Ho letto oggi della morte di Enzo Mazza, poeta splendido che ho conosciuto, e gliene sono grato, attraverso la tesi di Daniela Gentile a lui dedicata. Chissà quanti ce ne sono di poeti così nel mondo, bravissimi, colti, ma in posizione defilata rispetto al clamore editoriale dei salotti, dei festival e dei premi. Gente che vive dell'amore di pochi toccati dalle loro parole e che poi se li assumono, come testimoni di un passaggio, discreto ma necessario. 

Io sempre ti ho voluto un bene
quasi celeste (e il quasi è solo un limite
posto dalla mia fede prima
vacillante, poi spenta). E sono quasi
scomparso, ritiratomi dal mondo
per mia scelta dolente, irreversibile.
Non me ne pento, e mai riprenderei
costumi disusati. Se non ho
toccato la saggezza, poco
m'importa. Vivo come posso
e come devo a te, a me stesso.
Ma il bene viene prima
d'ogni altra cosa: è l'ultimo mio fuoco.

[Enzo Mazza, inedito del 1990]

incontro con vittorino curci

Molta narrativa oggi mi annoia. Leggo 50-70 pagine di un libro e poi lo abbandono per noia. Mi pare che gli scrittori di oggi abbiano, quasi tutti, una carenza di ambizioni nei confronti della parola. Parlano tutti della storia, la storia, o della psicologia dei personaggi, come se la storia o la psicologia fossero le uniche cose che contano in un libro, e si dimenticano o ignorano volutamente la materia, la possibilità che ha la parola di dare, o di ridare, una consistenza tattile al mondo, ruvida o morbida che sia, un volume, una terza dimensione. Poi se glielo dici tutti ti rispondono che questa ricerca nel loro lavoro c'è stata, ma io non la vedo. Le loro storie, i loro personaggi spesso sono bidimensionali, affrettati, basati su una buona intuizione che spesso non viene sviluppata. Te ne accorgi perché i loro mondi non si staccano da loro. La grande letteratura la riconosci dal grado di autonomia di un personaggio dal suo autore, dalla sua capacità di vivere e di muoversi oltre l'autore, di crearsi uno spazio tutto suo dove l'autore è costretto a spingersi anche suo malgrado. Io sono per formazione un poeta, lo capisco quando chi scrive tocca le parole con mano, le modella con cura, ci ritorna sopra di continuo. Ed è un lavoro che può richiedere anche anni. Se leggi Thomas Bernhard, ad esempio, lo senti questo lavoro sulle parole, riconosci questa ambizione, questa grandezza che riesce ad annientarti, che annienta lo stesso Bernhardt, che era stato appunto un poeta... Per questo ultimamente leggo preferibilmente libri di poesia o di saggistica, opere che possano aprirmi nuove direzioni. In questi giorni, ad esempio, sto leggendo Il canone occidentale di Harold Bloom. Leggo quello e poi rileggo Shakespeare, Re Lear, tenendo conto di quanto vi è scritto, ed è per certi versi una lettura nuova e appassionante.

domenica 5 febbraio 2017

the gipsy

“…quando gli ho chiesto di suonare The Gypsy, che è un brano che lo stesso Parker ha suonato una sola volta nella seduta storica e drammatica di Lover Man, Massimo non lo aveva mai sentito. Glielo feci sentire io in studio, una volta sola, e lui l’ha suonato subito dopo ad orecchio, l’ha suonato incerto come quello di Parker, due versioni entusiasmanti. Parker suonò a stento la melodia di The Gypsy perché stava male, la suonò usando appena le note fondamentali del tema, era al minimo delle sue possibilità ed al massimo della sua creatività. Ho tenuto presente quella seduta di Parker. Massimo suonando quel pezzo, ha accettato la sfida e si è messo nella condizione psicologica di Parker. Erano tutti e due in un momento di impedimento: Parker non aveva facoltà mentali giuste in quel momento, Massimo non conosceva il pezzo; entrambi hanno fatto un capolavoro di un brano che non avevano mai suonato.” 

[Paolo Piangiarelli]


Da JAZZ FROM ITALY.

paradossi

Facebook che mi suggerisce di chiedere l'amicizia a questo tipo cupo coi capelli verdi che poi scopro essere mio fratello (e in effetti mi ricordo la foto gliela ho fatta io) e mio fratello non dà l'amicizia nemmeno ai suoi stessi amici figurati se la dà a me, che poi io e mio fratello tecnicamente ci vediamo tutti giorni, quindi nemmeno ci serve essere amici.

paesaggio urbano nel primo pomeriggio

allarme

Alla faccia della Buona Scuola i nostri studenti non sanno scrivere in italiano. I professori universitari lo scrivono allarmati al Governo. L’Istat dice oggi che in Italia ci sono 3 milioni di lettori in meno. L’Espresso diceva due giorni fa che invece in Italia si registrano 3 milioni di poeti. Mi chiedo: saranno forse gli stessi? A giudicare da quello che ci arriva spesso in redazione fra manoscritti e proposte di collaborazione, sarei quasi propenso al sì.

sabato 4 febbraio 2017

faust

Al terzo libro che compro questa settimana senza potermelo permettere, mi dico basta ed esclamo: Ok, è finita! Questo è l'ultimo che compro quest'anno! 
La mia libraia mi risponde: Ci vediamo dopodomani.

carezza

Stamattina, riguardando il mio conto in banca che si assottiglia, pensavo una cosa: che per quanto possa sforzarsi (e non si sforza) l'Editoria tutta non potrà mai restituirmi tutto quello che le ho dato. Intanto la gatta tenta di strapparmi un dito con una unghiata e mi dice: Lillo, è sempre tempo per una carezza. Vale più quella sulla mia testa che uno stupido libro che pende sopra la tua.

venerdì 3 febbraio 2017

incontro con paolo rumiz

Quando ero bambino la maestra mi diceva che scrivevo coi piedi, e questo mi faceva arrabbiare, ma non perché la considerassi una offesa, quanto perché già allora, secondo me, le uniche storie degne di essere raccontate erano quelle legate al cammino. Si deve scrivere coi piedi. Il cammino è narrazione. La narrazione è canto, attraverso il respiro, attraverso il battito del cuore, a come si adegua al paesaggio intorno, al proprio passo. E il canto si fa scrittura attraverso l'oralità, che ha un ritmo tutto suo a seconda del cammino intrapreso. Tanto più è orale la storia tanto più è efficace. Talvolta il piacere del racconto orale è tale che ogni forma di scrittura mi sembra inadeguata. Mi è capitato ad esempio con La cotogna di Istanbul, dove parlavo di una mia storia personale, la morte di una donna amata, ma ogni volta che la raccontavo a voce questa storia cresceva con me, tutti mi chiedevano di scriverla, ma io non sapevo come fare. E alla fine è stato il canto a cercarmi, per fissare la storia sulla carta in versi, in endecasillabi. La poesia è il mezzo di consolazione più efficace mai inventato dall'uomo. Forse perché necessita di una astrazione tale da richiedere una più forte elaborazione del lutto. Le parole pronunciate svelano di sé una energia che la parola muta non ha. Per questo i libri andrebbero letti sempre ad alta voce. Oggi il libro ha bisogno di tornare ad essere il regno della voce. Io e mia moglie, ad esempio, ogni sera leggiamo l'uno all'altra un pezzettino del libro che stiamo leggendo. Mia moglie ascoltandomi si addormenta serena, forse perché ho una voce che si presta bene al sonno. 

Riporto qui a memoria alcune cose dette da Paolo Rumiz durante la presentazione di Appia.

appetiti

Aloha, adorato!
Eccomi qui, molto carina e interessante.
Mi piace leggere, cucinare, ascoltare musica.
Mi piace il mare così come l’animale.
Spero dunque di trovare uno sfogo
a questi miei appetiti, a questo vuoto
a questo cieco desiderio d’incontrarti
mio allegro, mio gentile, mio sincero e caro
amico, perché tutto finalmente appaia
perfetto o quasi. Vediamoci presto, dunque
ho bisogno di un uomo a cui credere
ho bisogno di un nuovo amico come te
che curi la mia fame.
Ma se non incontrerò il mio amore
ci sarà sempre un uomo che non torna
sulla strada per la mia felicità.
Ciao, adorato
ti aspetto qui (clicca sul link)

Sweet Alexia

giovedì 2 febbraio 2017

una carità senza nome

Ciao,
ti tocco oggi come fossi vero
o finché nulla impedisca questo gesto
da parte mia.

Il mio nome è MATHIEU
nato in Francia
ma per ragioni speciali esiliato qui
alla ricerca di un ambiente più sereno
dopo la morte di mio padre JEAN PIERRE.

Il motivo che mi spinge a contattarti è il seguente:

Vorrei passare attraverso il canale
di una carità senza nome
scavata in un letto di pianto
per miglia
dal mio reparto senza uscita al tuo amore.

E soffro di una malattia orfana di compassione:
un inguaribile cancro alla gola
che s’apra, vorrei, a questa tua carità
se l’Utente finale
accetta la mia preghiera.

È un dono in qualche modo che ti chiedo
e ammonta alla somma detraibile
di euro novecento-
settantacinquemilaquattrocento.

Se ti va ora, passato lo stupore
dimmi pure il tuo nome.

Il tuo amico più lontano
Mathieu