mercoledì 14 giugno 2017

sto scrivendo una storia

Ogni anno, quando finisco un corso, c’è sempre un ragazzo o una ragazza che poi mi chiama per dirmi: Sto scrivendo una storia, ho bisogno di consigli, ti va di leggerla? E io sono contento, perché vuol dire che ho fatto bene ciò che dovevo, cioè instillare l'amore per le parole. Quando lo racconto c'è chi mi dice che il mondo non ha bisogno di nuovi scrittori, ma, se è per questo, il mondo non ha nemmeno bisogno di vecchi scrittori. Il mondo ha bisogno soltanto di persone che amano le parole, da leggere e da scrivere, ma soprattutto che hanno voglia di parlarne.

martedì 13 giugno 2017

sincerità (?)

Oggi ho fatto un errore da principiante. Mi ha contattato una ragazza che ha da poco pubblicato un libro di poesie e mi ha dato una copia, e parlandone le ho detto che almeno lei è carina e venderà. Lei all'inizio se l'è presa. Mi ha detto che sono come tutti gli altri, che nel momento stesso in cui le dico che è carina non rispetto tutto il suo impegno nella scrittura e nego la bellezza dei suoi versi. E qui ho fatto l'errore. Perché, proprio per rispetto di quell'impegno, ho voluto essere onesto sui suoi versi come in genere non sono mai, e le ho detto cosa penso delle sue poesie ribadendo che ALMENO è carina e quindi delle copie del suo libro si venderanno, il che secondo me non è un aspetto trascurabile della faccenda. A quel punto, ferita, se n'è andata. E a me è venuta in mente una frase che diceva il personggio di Philippe Gaston a metà di Lady Hawke, che cioè "i momenti più belli della mia vita me li ha dati la menzogna". E visto che la poesia conta poco o nulla alla fine, magari me la potevo risparmiare la mia sincerità. Potevo dirle sorridendo che è tutto a posto, è tutto bellissimo, vai avanti eccetera e tornarmene sereno a farmi i cazzi miei, e forse adesso stavamo tutti un pochino meglio di quello che stiamo.

lunedì 12 giugno 2017

tentativo di approccio

Si parla di film. Una ragazza (molto molto carina!) si gira verso di me e mi fa: Lillo, se fossi un film tu chi saresti? La mia risposta intelligente (alla maniera di Cochi e Renato): Hai presente Quattro matrimoni e un funerale? Ecco, io sono quello del funerale. Lei ride. Che scemo! Ti dico di sì, quello con la barba che balla, beve e fa rumore tutto il tempo, poi muore a metà e gli leggono una poesia bellissima, quello sono io! Dal suo sguardo penso di aver dato una risposta brillante. Invece interviene l'amica (la solita amica acida-finto simpatica che interviene sempre a questo punto) e getta un'ombra di dubbio sulla faccenda. Ma non era gay quello? La ragazza ride, io rido, poi pian piano la ragazza si gira dall'altra parte e torna ai discorsi suoi con l'altra. Fine del tentativo di approccio. Così imparo, mi dico, mai toccare il cinema nei propri discorsi, se non si è almeno sicuri della sessualità dei personaggi che ti scegli come alter ego, e soprattutto se c'è un'amica in giro.

sabato 10 giugno 2017

la benda

Capita che dopo pranzo mi appisolo e sogno di venire investito da una betoniera sulla strada di casa. Nello scontro miracolosamente non mi faccio quasi nulla ma perdo l’uso dell’occhio destro. Così metto la benda da pirata come Bianciardi e tutti mi dicono che sono più bello e cattivo. Il fatto è che io per davvero ho cambiato carattere, sono diventato cattivo. E così, intanto che mi fate complimenti per la benda, io che sono cattivo faccio piani malefici per uccidervi tutti. State attenti!

una storia vera (e poetica) che ho appena letto

La storia si svolge su una nave italiana chiamata Saturnia, partita il 21 ottobre 1929 da Trieste e diretta a New York. Sulla nave si incontrano tre uomini in partenza dall’Europa. Uno di loro è un avventuriero greco chiamato Stavros Karlpoupolos che si muove di continuo fra New York e Patrasso. È lui, il più intraprendente, che fa amicizia prima con un altro greco assai timido stipato in terza classe, Konstantinos Kavafis, e poi lo presenta a un misterioso ingegnere portoghese che si presenta come Alvaro de Campos. I tre passano un’intera giornata assieme, cercando di riempire, attraverso le loro storie, il tempo del loro lungo viaggio pieno di fantasmi, di speranze e di rimpianti. Ma solo quando Kavafis, prendendo finalmente coraggio, rivela agli altri due di essere un poeta, il portoghese dichiara all’improvviso di chiamarsi Fernando Pessoa, di essere anch’egli un poeta e di non aver mai conosciuto alcun Alvaro de Campos in vita sua. Kavafis, a detta di Karlpoupolos che non ci capisce più niente, prende la notizia con una naturalezza assoluta e sconcertante. Le parole allora cominciano a volare sul ponte con una leggerezza vertiginosa. Eppure è solo un attimo, l’unica giornata insieme di due uomini schivi, che poi si eviteranno, ciascuno rifugiato nella propria solitudine. Arrivati a Londra, li raggiunge la notizia che nel frattempo c’è stato il crollo di Wall Street e che New York è nel delirio, insanguinata da rivolte popolari. I due poeti decidono a quel punto di non proseguire il loro viaggio e scendono lì, dove si perdono di vista per sempre, pur chiedendo entrambi l’indirizzo newyorchese di Karlpoupolos, a cui invieranno mesi dopo le proprie poesie. Nessuno dei due lo chiederà invece all’altro, come per una forma di pudore reciproco. L’avventuriero, in risposta a entrambi, proporrà di fare da tramite fra i due, ma non ci sarà mai risposta. I due moriranno poi a due anni di distanza (nel 1933 e nel 1935), uno ad Alessandra d’Egitto, l’altro a Lisbona, senza realmente sapere chi fosse l’altro incontrato. Karlpoupolos appunta questa storia nei suoi diari, senza che nessuno li legga fino al 2007, quando vengono ritrovati per caso in un monastero greco, mentre si fanno ricerche per un documentario su Kavafis.

venerdì 9 giugno 2017

il corpo di chi scrive

La scrittura che non dice il corpo di chi scrive, che non dice la luce che risalta sull'opacità del testo rendendolo possibile, che cosa potrà mai rivelare?

[Alessandro Carrera, I poeti sono impossibili, Sossella 2016]

mezza età

Sono due giorni che ho visto Trainspotting 2 e ancora non mi passa la sensazione che mi ha dato di essere diventato vecchio assieme a lui e soprattutto abbruttito dal tempo, come le facce dei suoi protagonisti, ma soprattutto come lo stesso film. Fra il primo e il secondo passa la stessa differenza che c'è fra un giovane brillante, matto e paraculo, e la copia ponderata ma senza smalto, vagamente inutile, di uno che arranca confuso intorno alla mezza età.

il morso

Stamattina trovo Mao tutto contento in giardino perché ha acchiappato una lucertola. Gioca con lei con la crudeltà tipica dei gatti e io mi allontano in casa per non vedere che scempio ne farà. Invece, poco dopo lo sento miagolare forte, quasi gridare di dolore. Corro fuori pensando al peggio, ed è la lucertola che gli si è attaccata a una zampa e morde con tutte le sue forze. Lui prova a morderla a sua volta, a scrollarsela di dosso ma quella resta lì attaccata e pinza come un’ossessa. Alla fine, a furia di agitarsi, Mao riesce a staccarsela di dosso e corre verso di me per farsi consolare. La lucertola guerriera resta immobile al centro del giardino, senza più la coda ma con la bocca ancora spalancata e pronta a dar battaglia al mondo. Io prendo la scopa e con un colpo secco la scaccio verso la siepe, dove si nasconde. Mao mi corre dietro spaventato e zoppicante. È la prima volta che vedo un gatto adulto perdere contro una lucertolina, ma devo dire che è una lezione istruttiva. Siamo così abituati a pensare che contro i potenti non c’è storia, che ci soverchieranno in virtù della loro forza immensa, della differenza di peso, che ci scordiamo come un bel morso dato con tutte le nostre forze, con tutta la rabbia e la disperazione che abbiamo in corpo, non solo è lecito, ma è nell’ordine naturale delle cose e delle volte persino funziona.

giovedì 8 giugno 2017

affezioni

Sono sincero, quando leggo sui forum i commenti a libri che non c'entrano nulla col romanzo, di tipi che dicono che non hanno amato quel libro perché preferiscono il romanzo, e preferiscono il romanzo perché vogliono "affezionarsi" ai personaggi, mi scatta dentro come una molla crudele e avrei voglia di rispondere: Ma cercarti una persona in carne ed ossa per scopare ogni tanto, no? Poi torno il signore che sono e taccio, ché tanto io del romanzo non ho bisogno.

mercoledì 7 giugno 2017

beneficenza

«Questa è una casa editrice, non facciamo beneficenza». Appena sentita in un telefilm. Mio fratello scoppia a ridermi in faccia, senza alcuna pietà.

martedì 6 giugno 2017

un sogno molto kafkiano

Ero anziano e vicinissimo alla morte. Mi assegnavano un grosso premio letterario per il coraggio e l’ampiezza del mio lavoro poetico scritto a metà della mia vita, già passata da un pezzo. Ormai decrepito, piegato, quasi cieco e sordo, andavo a ritirare il mio premio. Salivo sul palco commosso e mi inchinavo in lacrime, ringraziando la giuria per quell’ultima attenzione, quasi un ravvedimento in extremis sulla bontà del mio lavoro artistico, frustrato da anni di indifferenza. Ma uno dei giurati a quelle mie parole correva a fermarmi, a togliermi dall’imbarazzo: «No no, ma che dice, stia sereno. Lei non ha capito, lo sapevamo tutti che era bravo, lo abbiamo sempre saputo, anche quando era un giovane ambizioso». «Io non capisco, non ho capito, ma perché, se sapevate, perché tanta crudeltà? Perché un tale spaventoso silenzio?». Lui sorrideva. «Non capisce? Ma era tutto uno scherzo il nostro, per farla rosicare un po’, renderla umano. L’abbiamo burlata due volte. La prima perché ha vissuto una vita intera nel dubbio se meritasse o meno il successo. E la seconda perché alla fine il successo lo ha meritato, ma non avrà il tempo di goderselo, poiché è scritto che morirà domani. Poco importa, visto che ormai non ha più nulla da dire, il successo non le serve a nulla».

statistiche

Ho letto una recente statistica per cui oggi, in Italia, ci sono circa due milioni di poeti (due milioni!). Ancora meglio: due milioni di persone che hanno pubblicato almeno un libro di poesie, senza contare tutti quelli che non pubblicano, che pubblicano solo su riviste o sui siti, che fanno slam, insomma una marea di imboscati del verso. Quando leggi una cosa così, ovviamente, la prima cosa che pensi da editore di poesia è che se ognuno di questi fenomeni letterari comprasse almeno un libro di un collega, il mercato del libro non solo non sarebbe in crisi, ma anzi sarebbe più sano di quello del romanzo. Eppure la cosa davvero straordinaria di questa ricerca è stata scoprire che di questi due milioni di poeti (due milioni!) circa 700.000 (settecentomila!) sono in Lombardia! Una calca immensa! Ma tu immagina le invidie, le maldicenze dietro i sorrisi amichevoli, le lotte spietate per il controllo del territorio. Immagina la paura in metropolitana, quando ti guardi intorno sospettoso e pensi che magari sei circondato da altri poeti e non lo sai! E io che ingenuo chiedevo a Carlo Tosetti come avesse fatto, lui milanese, a venire giù da noi in Puglia. Invece, lui furbissimo, cercava scampo prima che qualche altro poeta lo accoltellasse nel buio per rubargli il posto auto.

complimenti

Mio padre, che aveva avuto esperienza di fabbrica in tempi duri, negli anni Cinquanta, mi diceva che quando il tuo padrone ti dice che ti vuole bene, quello è il momento in cui sta per licenziarti. Il padrone non ti deve voler bene, ti deve volere al lavoro. E l'editore non ti deve fare i complimenti, ti deve pubblicare. 

[Alessandro Carrera, I poeti sono impossibili, Sossella 2016]

venerdì 2 giugno 2017

bucato

Tre giorni che porto la stessa camicia. Mia madre mi dice: Tonio vedi che la gente ti taglia, dice che sei poeta ma anche poco igienico. Cambiati quella camicia! Le rispondo che stavo aspettando il temporale che porta oggi pomeriggio per lavarla... Mia madre, che non sempre mi capisce quando scherzo, mi guarda del tipo: Che ho fatto di male a Gesù?

giovedì 1 giugno 2017

darsi un compito

Mi è appena tornato in mente il ricordo di quando Luca Arnaudo, che scrisse la postfazione al mio Viva Catullo, mi disse che secondo lui ero talmente disperato ed emotivamente vuoto in quei giorni che avrei potuto uccidermi da un momento all'altro senza problemi. Possibile? Mi ha salvato la scrittura. Non la mia, che anzi all’epoca mi servì a ben poco; o come mi disse Lino Angiuli a proposito di quel libro: “non chiedere alla poesia di fare qualcosa che non le compete”. Mi ha salvato la scrittura degli altri, quando ho deciso di fare l’editore e darmi un compito. Certi giorni sono persino felice. Lo ripeto con gratitudine, ma forse non lo dico abbastanza. Sono felice. Anche quando faccio i conti col mio conto o mi vien voglia di picchiare qualcuno con un tubo. Sono felice, mi dico, e tutto passa in mezz’ora circa.

mercoledì 31 maggio 2017

fucili

La domanda delle domande che le anime più innocenti mi fanno di continuo: Ma tu quando lo trovi il tempo per leggere? Rispondo senza scompormi: In genere sul vaso. Sono innocenti e insistono: Eh, ma quanto tempo ci stai sul vaso, per leggere? Non sanno, poverini, che siamo come fucili, armi in dotazione alla Parola, già carichi e pronti a dar battaglia. Più leggo e più produco, gli dico. Applaudono entusiasti.

pastiche

Come ogni volta che mi capita di ritrovarmi davanti a una poesia da 100 poesie d’amore a Ladyhawke di Michele Mari, mi sale la sensazione che non è vero che il pubblico non vuole la poesia, ma che piuttosto il pubblico vuole il pastiche, cioè la poesia già frullata così risparmia tempo e fatica mandibolare. Una operazione che in qualche modo ha a che fare coi passerotti nei nidi che aspettando che la mamma rimescoli nel becco il vermino del giorno, o all’opposto coi pazienti di un reparto di geriatria in attesa costipata della loro mela cotta. Tutta salute insomma. 

Verrà la gnagna e avrà i tuoi occhi 
questa gnagna che ci accompagna 
bollente e bianconera. Er poeta 
se la magna, poi se fa subito sera.

martedì 30 maggio 2017

come mi sento vecchio

Mi chiama ieri la figlia di una mia amica per chiedermi informazioni su un vecchio cantante che ha sentito da una sua amica e visto che io ascolto musica molto vecchia di sicuro lo conosco. Le dico: Va bene, come si chiama? E lei: Elvis... Elvis Presley? dico io. No, più vecchio. Come più vecchio? Sì, fa jazz. Elvis che fa jazz? Mi canticchia il pezzo che le piace. She. Elvis Costello! dico io. Quello, sì. Ma Elvis Costello è un cantante punk. Come punk? (dubita di me o del punk?) Vabbe' fa nulla, tanto è morto. Ma no che non è morto, avrà 60 anni. Ma sei sicuro?, cantava una cosa jazz. Ma che c'entra? Vabbé dai, fa nulla, però mi piace quel pezzo. Sta nella colonna sonora di un film con Julia Roberts. Ah, capito! Poi ti passo il link e qualcos'altro, ok? Va bene, grazie, le cose più belle per favore. Niente punk! Va bene (si vede che dubitava del punk). Le linko alcuni pezzi un po' più commerciali dell'ultimo Costello più altri da un disco che a me piaceva alla sua età, a fine anni '90. Il disco, bellissimo, è suonato da un quartetto d'archi e i testi sono composti da lettere d'amore e d'odio: The Juliet Letters. Secondo me le piace. La risento poco fa. Allora, ti è piaciuto Elvis Costello? Veramente no, l'ho trovato noioso. Come noioso? Sì, pesante. Basta, io mi arrendo. Come mi sento vecchio adesso, nessuno lo può capire.

la tentazione della disciplina

La poesia non sarà salvata dal suo pubblico. Posto che valga la pena di salvarla, neanche fosse Venezia sotto l'acqua alta, lo sarà da quei pochi che partiranno in spedizione notturna per andarla a godere in segreto, come si gode qualunque cosa che ci è davvero preziosa. Le scuole di scrittura creativa stanno purtroppo facendo uno splendido lavoro. Incoraggiano ogni minima scintilla di talento che incontrano per via, non ammettono anime perdute, sono peggio dell'Esercito della Salvezza. Non insegnano la cosa più importante: che scriviamo ciò di cui ci vogliamo liberare, ma leggiamo solo ciò che ci dà piacere. Non ci sono sensi di colpa che tengano, siamo come i ragazzi in visita al museo. Ci possono somministrare tutte le lezioni che vogliono, ma noi sappiamo che non c'è storia più grande della nostra, di noi che non abbiamo storia. L'insegnante si sgola, cerca di convincere i suoi studenti che la poesia è come uno sport che l'adolescente deve praticare se vuole crescere sano. Ma la poesia non fa crescere sani. La poesia fa impazzire. È come il vento d'alta montagna o la notte artica che dura sei mesi. Non è una cura e non è una malattia: è la tentazione di una malattia, la più incurabile di tutte, quella che ha nome disciplina. 

[Alessandro Carrera, I poeti sono impossibili, Luca Sossella 2016]

sabato 27 maggio 2017

menzogna

Stamattina, coi miei soliti tempi rallentati, ho finalmente capito cosa è successo a Flavio Insinna, e mi è venuto da ridere perché il suo mi è sembrato il classico linguaggio di chi fa teatro. Chiunque abbia visto cosa succede dietro le quinte lo sa, bisogna avere le spalle larghe. Se la gente non ci è abituata o si scandalizza per così poco è perché ha creduto alla menzogna diffusa che chiunque può fare spettacolo, che comunque vada sarà un successo, e semplicemente non è vero.