martedì 9 marzo 2021

oppure no

 Parlando di bellezza, quella vera, mi contatta una donna bellissima che scrive anche poesie. E mi dice: «Ho già deciso che tu sarai il mio editore». Io, soggiogato dalla sua bellezza, ma cercando di darmi un minimo di contegno editoriale, le rispondo: «Certo, vediamo». Intendendo: fammi giusto vedere che ci sono due frasi scarabocchiate sul quaderno, ma poi ti dico sì lo stesso. Lei mi risponde: «A me non si dice vediamo. Si dice sì». «Oppure no» le dico io, scherzando. Non mi scrive più.

sabato 6 marzo 2021

l'influencer

Se c'era un figura professionale di cui il mondo dei libri aveva proprio bisogno è quella degli Instant Influencer senza nessuna influenza. Come quello che mi scrive oggi per chiedermi se gli posso spedire a mie spese quattro libri che lo interessano, di cui poi pubblicherà la foto col suo gatto sul suo profilo privato. Non solo uno dei titoli che mi indica non è mio, ma lo ha pubblicato un altro editore, ma il suo profilo conta soltanto 200 follower. Glielo dico: Guarda che se è per fare la foto al libro col gatto, anche io ce l'ho un gatto. Sì, mi risponde, ma al mio gli ho insegnato a stare fermo quando lo fotografo. Touché.

giovedì 4 marzo 2021

contrappasso


Visto che siamo nell’anno dantesco, cercavo poco fa su Google alcuni versi di Claudia Ruggeri, poetessa leccese morta nel 1996, forse l’ultima autrice italiana ad avere attinto con più forza alla lezione dantesca, tanto che tutto il suo Inferno minore (Musicaos, 2018) non è in fondo che una rilettura postmoderna di Dante. Cliccando sulla barra di ricerca però mi è comparsa l’altra Claudia Ruggeri, la più famosa e formosa modella che di recente, mi dicevano i titoli, ha spopolato sul web con le sue foto senza reggiseno. Del resto è la legge del contrappasso, e se per ogni Giuseppe Conte poeta c’è pronto un Presidente del consiglio, per una poetessa come la Ruggeri doveva esserci da qualche parte una femme fatale che dava scandalo. Eppure mi sono rattristato a pensare a tutti coloro i quali cercando tette e culi (che pure fanno bene alla salute, chi lo nega) si ritroveranno per questa strana omonimia sul sito della giovane poetessa in bianco e nero e, senza alcun contrappasso nella loro vita, non ne verranno illuminati e nemmeno incuriositi, semplicemente cambieranno canale per nulla toccati da tanta grazia, perché per cogliere certi fiori serve qualcosa in più che allungare le mani.

(e quindi e quasi quasi mi misi
in viaggio e col baleno che salva
l'odore mi chiusi nella pelle

del traghettatore: e volli
il ‘folle volo’ cieca sicura tuta
volli la fine dell'era delle streghe volli

il chiarore di chi ha gettato gli arnesi
di memoria di chi sfilò il suo manto
poggiò per sempre il libro

ed ha disimparato il trucco
per fare il suono mago nel giardino
dell'idem che è perduto…

mercoledì 3 marzo 2021

il solito pezzo pieno di domande senza risposta

L’editoriale pubblicato oggi su Poesia del nostro tempo mi ha scatenato, come sempre riescono a fare, una serie di pensieri assai poco rasserenati. La redazione ha contattato una settantina di librerie per inserirle in una mappatura delle librerie che vendono poesia in Italia e nessuna ha risposto all’appello. Cosa significa? Che le librerie italiane – si parla sempre per grandi numeri qui, e non per singoli casi – non sono interessate alla pubblicità derivata dalla poesia, sia pure promossa da un sito che ha una certa visibilità, perché non la vendono o ne vendono talmente poca di poesia, ai loro lettori abituali (persone in carne ed ossa che comprano libri) che non hanno interesse a promuovere e promuoversi, perché anche promuoversi richiede tempo, e il tempo è denaro. Aggiungo una cosa a riprova di questo dato: di recente mi è arrivato, dal mio distributore, il bollettino coi libri più richiesti (che serve a orientarsi sui generi che vanno per la maggiore): nel bollettino non c’è un solo titolo di poesia. Poi vedi le classifiche e ti accorgi che il pubblico compra sì dei libri di poesia, ma sono appunto, nella maggior parte dei casi, autori “di cassetta”, che non piacciono o non convincono quasi mai gli addetti ai lavori (e non sempre per invidia). A me pare ci sia un grosso scollamento, nel settore, fra autori, editori e librai, su cosa vogliono, su cosa è realmente e dovrebbe essere la poesia oggi, e su chi sia il pubblico della poesia. E soprattutto sulle spalle di chi dovrebbero ricadere, senza falsi moralismi, il peso di questa crisi. Mi chiedo: perché gli autori, pur ammettendo candidamente che i libri di poesia non si vendono (né spesso loro per primi li comprano) poi invocano di continuo che la poesia rientri e si giustifichi in un sistema di mercato, dichiarando che un intero comparto editoriale debba sostenersi sulla vendita ai lettori, che non ci sono, e incolpando gli editori della loro incapacità di attrarli? Perché io editore mi ostino a pubblicare autori che ritengo all’altezza di un certo discorso culturale, spesso per semplice “posa” (se intanto ho le pezze al culo) quando poi lo stesso sistema culturale con cui mi confronto mi ignora bellamente, facendo leva proprio su meccanismi del mercato: “quanto vendi? di chi sei figlio/amico? chi ti hai recensito? E cosa mi puoi dare in cambio di una recensione?”. E perché i librai, in nome dei più alti valori della cultura, invocano dallo Stato maggiori attenzioni e garanzie rispetto alle prepotenze del mercato (vedi la questione della scontistica bloccata) quando poi applicano rispetto a libri, generi e case editrici, l’identico sistema mentale di utilità del mercato? In un sistema di mercato, visto che parliamo di cultura ma la cultura è anche egemonia, la cultura la fanno gli autori meglio diffusi e pubblicizzati, quelli che arrivano a un pubblico più vasto, il quale solo al raggiungimento di una certa fama dell’autore darà ascolto e credito a quella voce: i discussi casi della Merini o di Arminio, che i colleghi poeti guardano storcendo il naso, fanno oggettivamente più cultura di un bravo poeta recensito su un blog. Se la poesia di Arminio non piace ma scatena discussioni, anche in negativo, da parte di chi lo denigra, per definire il luogo dove dovrebbe invece essere la cultura, già in quello Arminio sta scatenando un discorso culturale che è doveroso affrontare, ma lo fa in virtù della sua visibilità raggiunta. Con me non capiterebbe mai, perché il mio limite culturale è nella mia insignificanza sul mercato. E dunque, in assenza di un mercato e di una cultura che mi consideri necessario (e degno) al suo discorso, in nome di chi o che cosa dovrei vivere/campare? Del mio ideale? Della mia dignità? Dei miei libri presi per se stessi, come puri oggetti estetici (e non a caso mi definisco, preferibilmente, un artigiano)? Per la poesia, è risaputo, ogni regola è sovvertita, e nella maggior parte dei casi il fruitore ultimo del libro non è più il lettore, ma l’autore stesso (che pure lo nega per orgoglio). Già da molto tempo, mi chiedo, ma me lo chiederò sempre: ma io per chi realizzo i miei libri? Per il pubblico dei lettori, talmente ridotto che le librerie ritengono sia una perdita di tempo pubblicizzarli? Per i siti di settore che li recensiscono e sono oramai, nella loro gratuità amatoriale, l’unica piazza di circolazione-discussione di un libro, specie se l’autore è ancora in vita (altro discrimine: morto un poeta ‘non’ se ne fa un altro, perché da morto il poeta vale doppio sul mercato)? O per gli autori stessi che, più o meno indirizzati dagli editori, comprano un tot di copie e le regalano ad amici e colleghi in un discorso che sempre più si fa autoreferenziale e solipsistico, per iniziati (ci manca solo un segno di riconoscimento come i massoni e siamo a posto)? Ma davvero è questa la “cultura” a cui ambivo partecipare? Non lo so, a parole non ci credo, ma a fatti è tutto ciò che abbiamo e a cui pare siamo destinati.

lunedì 1 marzo 2021

metafora

Di recente, visti i tempi che corrono, una delle letture che mi mette più allegria è quella riguardante la rubrica inaugurata da Valentina Nappi nelle sue storie IG, dove il pubblico può farle domande e lei risponde a quelle che preferisce. Le domande sono di vario genere, molte sono spinte ma non tutte volgari, e la Nappi risponde spesso con ironia e garbo, tanto che sono convinto che presto ce la ritroveremo a condurre un programma in TV. Ma se c'è una cosa che ho notato è che l'argomento di maggior richiamo, quello che più interessa e incuriosisce il suo pubblico, riguarda il sesso anale. Ecco, io lo so che oltre ai più sani pruriti (Tinto Brass docet) c'è qualcosa di fortemente metaforico legato a tutto questo, ma se me lo immaginavo prima che gli italiani erano a tal punto curiosi sull'argomento, mi attrezzavo per farci una collana ad hoc. Ci ho anche pronto il titolo: Cul-de-sac. Oppure, forzando espressivamente verso Patti Smith, che puzza di Manzoni: La Mer(de).

il maratoneta

Ieri, come un piccolo maratoneta, ho passato la giornata guardandomi di fila Il mistero del falco, Il grande sonno, L'infernale Quinlan, Il terzo uomo e Il lungo addio. Alla fine, oltre ad avere un cerchio alla testa e una gran voglia di fumare, vedevo il mondo in BN e vi immaginavo già tutti assassinati da uno sparo nel buio, oppure avvelenati in una trappola per topi. Sempre meglio che morire di noia, ha detto il cinico detective che nel frattempo si era incistato in me, prima di finire al tappeto.

venerdì 26 febbraio 2021

il logo

Mi scrive un autore alle prime armi (ma tutt’altro che sprovveduto) il quale, oltre a mandarmi l’opera già corretta e provvista di prefazione e postfazione, cinque illustrazioni interne, note per la quarta e immagine di copertina, pensando di portarsi avanti col lavoro ha già ordinato, come privato, il codice ISBN. Gli dico che quello che gli serve non sono mica io, ma un tipografo, e gli chiedo a questo punto perché mi ha scritto. Mi risponde che gli piaceva il nostro logo, che si accordava bene con la sua copertina.

giovedì 25 febbraio 2021

15 poesie di carlo levi


Traggo queste poesie dal volume Versi, a cura di Silvana Ghiazza, pubblicato nel 2009 da WIP edizioni con il contributo della Fondazione CARICAL. Un lavoro enorme (quasi 700 pagine) che fa onore alla casa editrice, che ripercorre l’intera produzione lirica di Carlo Levi (1902-1975), più conosciuto per le sue opere in prosa e pittoriche. Quella che faccio è una scelta ampia per un blog, ma non affatto esaustiva, considerato che il primo testo dell’antologia è datato 1919 e l’ultimo 1974. La poesia, insomma, accompagna fedelmente tutta la vita del nostro, ne registra ogni movimento. La stessa sua abitudine di datare ogni singolo testo la dice lunga su quanto sia consuetudinario questo rapporto. Rapporto di grande pudore, aggiungo, visto che la stragrande maggioranza di questi testi è rimasta in gran parte inedita fino a una dozzina di anni fa. La scelta – per gusti miei personali – è ricaduta sulla seconda parte della sua produzione, escludendo la prima, più marcatamente formale e incentrata sull’uso quasi assoluto del sonetto. E anche qui, registrando una più ampia varietà di stili e temi (moltissimi, ad esempio, i componimenti di tipo satirico o morale legati all’attualità sociale e politica del Paese nel dopoguerra), si è preferito mettere l’accento su quelli a carattere più intimo, o esistenziale, o legati ai rapporti umani. Ne emergono dei bellissimi ritratti: su tutti quello di Rocco Scotellaro, che Levi definiva “fratello”, quello di Linuccia Saba, di cui Levi fu compagno per più di trent’anni e per la quale scrisse bellissime poesie d’amore, quelli di Giulio Einaudi e Giorgio Bassani, in rappresentanza del rapporto quasi sempre conflittuale che Levi ebbe col mondo editoriale italiano; ma ancora, qui esclusi, ci sono quelli bellissimi di Piero Gobetti, di Umberto Saba, di Amelia Rosselli, di Cesare Pavese o quello assai salace di Giovanni Giudici.


1

In te ritrovo
il viso antico della mia famiglia
ed il candido rosso di mia Madre
ed il mio viso. Ma ora il tuo mi è nuovo
fatto più grande e più adulto, nell’età
come di quarant’anni: il naso
affilato di Leopardi.
Non più volto alle cose, non le guardi
dietro il chiuso cancello delle ciglia.
(figlio, come aggio a fa’)
Troppe vite ad un tempo, ladre
di te, mia uva puttanella. Era
amor di somiglianza, non un caso.
(figlio, come aggio a fa’)
Altri per te guida giustizia nera.

Roma 4 gennaio 1953


2

Trasite, dice la vedova, dal vello
bianco di pecora affamata
cento volte tosata
in cerca d’erba e spini tra le pietre.
Trasite, favorite, e il Sant’Antonio
suo dalla faccia seria
porta in braccio, ravvolto
nella tela di sacco, col cordone
alla vita, che il male ed il demonio
tengon lontano. Ignote persone
t’apron fraterne le porte, le tetre
case, l’antica comune miseria.

6.12.53


3

Queste pietre, chi le getta?
Queste parole, chi le capisce?
In pace con gli dei, parola detta
è una pietra che il mondo costruisce.

24.11.55


4

L’intelligenza del cuore
e la grazia dei sensi
sanno, per forza d’amore
più di quello che pensi.

(1958)


5

I panni che tu hai stesi
in ordine d’amore
come nei nostri paesi
son le bandiere del cuore

Chiudono la cucina
nel verde, nell’ombre nere
del bosco; il ferro non stira
il loro candore,
ma lenti segnano vere
cose, le tue nostre ore –
                       dolci tue ore

I panni che tu hai stesi
con l’ordine del cuore
son le bianche bandiere
del paese d’amore.

16/10/58
Sul verde nell’ombre nere
del bosco, nella cucina



6

Squilla il tuo ritorno
improvviso come la stagione
che porta il verde e l’azzurro
ruggente come il leone
tenero come il burro
sul pane uscito dal forno.

(1961)


7

Oroma!

O Roma! (come romba
quel nome, di trombe
retoriche, tromboni, trombette,
fischetti della Befana
di leoni, fontane, campane
di rovine di curve barocche
di rocchi, di rocchetti
di rosari, di corone, di trofei
croci crocette crocioni
di borghi di borgate, di borghesi di romei
di rondoni sui cornicioni
di roboni, cordoni corruzioni
di aromi, di orazioni, di oremus
di rotonde e rosoni, di roche
voci e coraggio robusto,
di busti, di Romoli e Remi)
di bronzo, di portoni, di porte
Oroma, oroma, o Morte!

19.8.1960


8

Non valeva la pena

Non valeva la pena
di ammazzare tanta gente
alla Banca di Agricoltura
per niente
altro che per riportare al Governo
la spazzatura.

16.12.1969


9

DISSE BASSANI NEL SUO PARAGONE

Anche tu sei dei nostri, anche tu
sei un mediocre, un vile,
un sicario, che non sa più
uscire dal tuo-nostro cortile.

Come noi sei un avaro,
un essere senza passione
reale, anche tu un amaro
fratello della nostra generazione.

Che tu sia un altro lo contestiamo
(se no, ci faresti terrore):
sei noi, come noi, lo vogliamo
per non essere costretti all’amore

per noi mortale. Fratello
e correo, ti apriamo le porte
se accetti le nostre misure, l’orpello
letterario, la nostra interna morte.

Carlo Levi

Roma, 14 anni dopo, il 2 marzo 1964


10

FIGLIO DI RE

Nel corridoio, senza un ruga,
cashemir e pipa, Giulio
fuma (dolcissima concia).
Gli parlo affettuoso del Padre
sepolto, di Tino che porta
l’olivo (argomento concesso).
Ma perché a un tratto una porta
tacito schiude, si cela nel cesso,
non torna, scompare? È una sconcia
ritirata (Aldrovandi), una fuga,
un pasticcio, un imbroglio, un intruglio
di coscienza divisa, una svastica
rovesciata, una paura scolastica,
una censura infantile?
                                                     O mio Sire
superbo, mio bel principe, dagli occhi
azzurri, non piegare i ginocchi,
e, per tremante orgoglio, non fuggire!

Treno Torino-Roma, 12 gennaio 1966


11

[A Chungking, nel giardino dove era il Comando di Mao,
nel sentiero, l’erba del mattino, chi poteva vederla?
]

La poesia è degli imperatori.
Non si può essere poeta se non si ha vinto:
grande o piccolo, nel grande mondo o nel piccolo mondo
solo il vincitore possiede la parola.

(1967)


12

Gli alberi della clinica

Con macchine fabbricate
il climi d’ossigeno, inutili
gli alberi, gli antenati,
guardiamo nel giardino della Clinica
come al museo i residui futili
dei fiori, della Natura
soppressa, aspettando con cinica
virtù, la sepoltura.

7.7.69


13

È questa la vecchiezza?

Sempre meno dagli occhi
ma vengono dall’interno
da un centro che trabocchi
al di là del suo cerchio
forme e parole, specchio
dalla sola esistenza.

Se vedessi ancora il carrubo
come un carrubo
l’olivo come un olivo
(e te come una donna)
sarei giovane d’anni, forse vivo.
Ma in te vedo soltanto te
e ancora te nel carrubo e nell’olivo
un te che è un io e un altro. Un vivo, un vecchio?

23.9.71
scendendo la strada


14

Mettere in trono una contadina,
è, Giotto, inventare la verità
ma è anche salvare il cielo, il trono
in sua nuova terrestre autorità.
È cenere il trono. Il tuono
segue il fuoco del fulmine. Rovina
il trono, opera ingombra.
Resta la contadina: neppure
più contadina. Nuda, sta
come una pianta, sotto il cielo sgombro,
tronco e germoglio tra le sepolture.

17/11/72


15


(Non sono poesie, sono prove
di vista che sale e si storce:
accendete le vostre torce
per scoprire un mondo più chiaro.

Ma se qui in questa landa, dove
son solo forme serpenti
resto, rimangono spenti nell’ombra
i lumi esterni, e a me l’ombra).

O.D. 8.1.1974

mercoledì 24 febbraio 2021

la contro-antologia

Stanotte ho sognato che facevamo una contro-antologia di grandi poeti del 900 che non sono rientrati in nessuna antologia di sistema e ci mettevamo dentro Bodini, Bordini, Angiuli, Di Ruscio, Pietro Gatti, Libero De Libero, Assunta Finiguerra ecc. Erano tantissimi e pensavo di aver fatto un buon lavoro, ma finiva che si incazzavano gli altri, quelli che non c'erano perché erano già noti e a non vedersi fra gli esclusi della poesia o fra i "contro" si sentivano quasi insultati, e quelli che pure noi avevamo escluso e si sentivano rifiutati due volte.

martedì 23 febbraio 2021

lode


Sia lode a Lawrence FERLINGHETTI che con la luce del suo esempio ha rischiarato la nostra strada.

failan


Failan, di Song Hae-sung, ripropone e attualizza in chiave coreana uno dei più bei film di Fellini, La strada. Il senso almeno è quello. Anche l'esperienza più misera, anche l'uomo più brutale possono essere redenti dal vero amore. Non è sempre vero (e la cronaca ce lo ricorda di continuo) ma almeno al cinema è bello crederci. Io almeno ci ho creduto e mi ci sono anche commosso. Questa scena poi mi ricorda la copertina di uno dei nostri libri e allora la condivido.

deserto


Ieri ho visto Il deserto dei Tartari, di Valerio Zurlini. Quando ho letto il libro di Buzzati non mi era piaciuto, l'ho trovato lento ed eccessivamente sfuggente. Invece il film, che ha la mia stessa età, mi ha fatto una certa impressione, e a contribuire al suo fascino sono stati proprio i tempi lunghi, gli immensi spazi senza fine ma anche senza vita, e tutti quei silenzi irrigiditi. Forse bisognava passare attraverso un anno di lockdown per capire il senso profondo di quest'opera, oppure superare i quarant'anni nell'attesa che qualcosa succedesse, per accorgersi che non è successa e forse non succederà. Tutto ci fa credere che siamo di fronte alla fine di un'epoca e da questa fine i più vecchi verranno travolti. Io, è vero, sono ancora giovane, ma allo stesso tempo sono troppo vecchio per non sentirmi ormai in ritardo sul futuro; sto esattamente come Drogo, in attesa non di un ritorno alla normalità, che in ogni caso non avrebbe nulla da offrirmi, ma di una rivoluzione talmente violenta da sconvolgere tutto, da giustificare il mio senso di vuoto. Ma temo che, se anche verrà, non farò in tempo a vederla. Questa mattina ho letto della morte di Franco Cassano, autore grandissimo, celebre fra le altre cose per aver codificato il pensiero meridiano, quest'inno alla dignità di una filosofia di vita, di un modo di occupare il tempo e lo spazio tutto nostro. L'ho trovato quasi in linea col senso ultimo del film. C'è dignità estrema anche nella lentezza, nell'osservazione profonda, nell'attesa. La speranza è di riuscire a non farsi sopraffare dal vuoto.

sabato 20 febbraio 2021

non è niente

«Lo so cos’è questo libro. Quando siamo arrivati da New York c’era un signore con noi che scriveva delle cose così, non so che fine abbia fatto. La gente vive in quartieri maledetti e finisce per uccidersi. […] Sì perché è gente che scrive delle cose incomprensibili. Adesso lo so. Una volta la chiamavano poesia. Credono che siano dei segreti, e alla fine non è niente».

Jean-Luc Godard, Alphaville, une étrange aventure de Lemmy Caution (1965)

opera

Guardo Bersani in TV che per affrontare un discorso cita, metaforicamente, alcune opere del repertorio operistico. Dieci minuti dopo arriva Maria Giovanna Maglie che commenta dicendo che di quello che ha detto Bersani ha capito una parola su cinque, a causa proprio di quelle citazioni, e confonde anche un titolo (parla di Don Giovanni invece del Barbiere di Siviglia). Ecco, oggi ci si stupiva che la Meloni citasse Brecht. Il problema non è la Meloni che cita il poeta Brecht, il problema è che dietro la Meloni ci sono centinaia di persone come la Maglie – ma ce ne sono a centinaia anche a sinistra – che a teatro non ci vanno, lo considerano una cosa astrusa, e l’hanno condannato alla chiusura ben prima della pandemia.

lungimiranza

Qui finisce che, a fronte del disastro della Scuola, il più lungimirante sono stato io che non ho avuto figli.

venerdì 19 febbraio 2021

fondali

Faccio mea culpa verso tutti coloro che ogni volta mi chiedono, quando pubblicizzo un libro: "Bello! Dove lo posso trovare?" Infatti mi sono appena reso conto che anche io, se un giorno decidessi di mettermi a fare immersioni subaquee probabilmente, di fronte all'immagine di una bombola di ossigeno o di una muta, direi: "Bella! Dove la posso trovare?" E così da qualche parte ci sarà un esperto in immersioni che mi potrebbe dire: "Idiota, è facilissimo! Basta andare lì!" solo perché lui sa dove andare e io no. Bisogna restare umili, perché ognuno conosce (solo) i fondali suoi.

giovedì 18 febbraio 2021

ansia

Pronto, parlo con Pietre Vive, sì?
Sì, sono io, dica.
Salve, sono *** le ho mandato un manoscritto lunedì scorso.
Ah sì, certo, mi ricordo di lei.
Si ricorda di me? Bene, è un buon segno!
Mi ha chiamato anche lunedì! Mi dica.
Sì, ecco, magari è un po’ presto, ma volevo sapere se c’erano novità.
Assolutamente no, mi deve dare il tempo di leggere.
Sì, ma ho sperato che magari nel frattempo avesse dato un’occhiata.
Senta, non voglio essere cattivo, ma le ho detto come funziona, non mi deve chiamare, se la ricontatto io è per una proposta, altrimenti il silenzio è da considerarsi come un rifiuto.
No, questo lo so, ma deve capire, questo silenzio mi crea un sacco di ansia!
Non so come aiutarla.
Sì, senta, lei è tanto gentile, me lo fa un piacere? La posso richiamare ogni tanto, sì? Così parliamo un po’ e mi passa l’ansia…

mercoledì 17 febbraio 2021

isola


Ci sono questi due ragazzi, Jajko e Kometa (che detti così sembrano usciti da una canzone dei Blur), che mi hanno scritto un po' di tempo fa per chiedermi se volevo scrivere qualcosa per il loro blog-progetto, chiamato La Zattera, e tutto basato sull'immaginare la propria Isola (a cui far approdare). Io ho detto subito ok, poi sono scomparso per qualche settimana con loro che mi lasciavano messaggi in segreteria per chiedermi dove mi fossi cacciato, e poi l'altra mattina ho fatto un sogno e ho scritto questa piccola cosa, che va abbinata a un certo quadro di Magritte chiamato Invenzione collettiva (sopra). Il sito lo linko qui, così potete visitarlo. La poesiola invece è questa:

Volevo essere uguale.
Ma l’isola me li tiene distanti.
Più vedo gli altri
che nuotano liberi in mare
più mi sento spiaggiato mirando
la cima dell’isola
che mai salirò
perché privo di gambe.
Sto qui come un pesce che muore
a metà di qualcosa in un sogno
senza più un orizzonte
una fine. Da solo.

il male necessario

Sono due ore che, avvilito, provo, per una nota che sto scrivendo, a capire quando è morto il poeta sudanese Abdel Wahab Yousif, annegato nel Meditterraneo presumibilmente fra il 16 e il 20 agosto 2020. E mi accorgo che è impossibile arrivarci, recuperarlo al mare, perché c'è troppa confusione della stampa a riguardo, perché ci sono obiettivamente troppi morti. Solo in quei cinque giorni di metà agosto ci sono state quattro stragi in mare al largo della costa libica, quasi 300 persone fra scomparsi o ammazzati, in primis dalla guardia costiera libica che nel silenzio-assenso di tutta l'Europa, e in particolare dello Stato italiano, ha attaccato le barche dei migranti, ha sparato sulle persone inermi, poi ha dato fuoco alle barche e ha lasciato affogare i migranti. Molti di quelli che si sono salvati sono finiti nella carceri libiche e non si può più dire se se sia stato un bene o un male sopravvivere. Ma noi, che abbiamo i nostri problemi, abbiamo anche il coraggio di chiamarlo un male necessario, perché certo qui che ci vengono a fare? Proprio come nei versi di una poesia di Carlo Levi:

Soffre chi s'offre al rituale coltello.
Chi s'offre soffre a sgozzare l'agnello.