mercoledì 15 luglio 2015

continuo a credere nel NO dei greci

Continuo a credere nel NO dei greci. Che poi non ci sarà nessuno a farsene nulla di quel NO mi dispiace ma non cambia di una virgola il fatto che sia stato pronunciato, non al bar e nemmeno in rete (per fare eco a Eco) ma espresso pubblicamente attraverso un referendum. Se poi i greci nell'equilibro globale non contano un cazzo, se sono stati ignorati, ingannati o mal guidati, e poi puniti e umiliati nella stanza dei bottoni, sono altre storie. Quello che dovevano fare, come popolo, lo hanno fatto. Con orgoglio. Per questo quel NO vale ancora, ha un senso. Dice esattamente ciò che provo.

milano liberata

Stanotte ho sognato che Isis invadeva l'Europa entrando dalla Grecia. I greci che non si convertivano a Isis attraversavano il mare e venivano in Puglia. I meridionali allora risalivano l'Italia formando un esercito coi greci e con gli africani arrivati sui gommoni e, guidati da Papa Francesco come in una sorta di Crociata al contrario, riconquistavano Milano. Isis si mangiava intanto i Balcani e attaccava la Germania e il Nordeuropa. In tutto questo gli Stati Uniti si dichiaravano neutrali, mentre continuavano a vendere armi a Isis, e la Russia di Putin prendeva accordi con tutti senza aiutare nessuno. Cominciava così la terza guerra mondiale, che vedeva schierate tre forze: Isis, Germania e Papa Francesco col suo esercito di meridionali. I più furbi emigravano in Groenlandia. Altri ancora in Palestina.

lunedì 13 luglio 2015

pietrasanta, mitoraj


u scinke

U scínke! – me chiéme frateme
i acchianke u díscete affeléte jínte a carne.
Se pigghje a pezzechéte u jaretídde
ca jí mange
i jídde none – a dieta!
roseche sckitte l’ossere d’i virme.

Belle jídde cante ínt’a vetrine – jí stòche riète
nu scínke de passione ca stè scrive
a vite nostre i cume vòne i fattere
pu cuore
ca vè sculanne sanghe mméne a Críste.

Dè stòche jí –
campanne senza cuore sópe u cippe.


Traduzione dal curdunnese.

IL VITELLO

Il vitello! – mi chiama mio fratello
e spinge il dito affilato nella carne.
Si prende la pizzicata il galletto
ché io mangio
e lui no – a dieta!
rosica solo le ossa dei vermi.

Bello lui canta in vetrina – io sto dietro
vitello di passione che scrive
la vita nostra e come vanno i fatti
col cuore
che va scolando sangue in mano a Cristo.

Lì sto io –
campando senza cuore sopra il ceppo.

pisa, piazza dei miracoli


mercoledì 8 luglio 2015

lo sa luzi

                                     «Tu taci, dietro a loro, con la faccia di chi fa poesie» 
                                      Pier Paolo Pasolini

Lo sa Luzi – forse –
come si fa poesia
e perché al concorso
che porta il suo nome
costi così tanto l’iscrizione.
E quanti a quello sono uguali
premi altisonanti
che richiedono pedaggio
per illuderti l’ingresso
dal parcheggio.

Forse – o m’imbroglio –
è pratica comune
e funziona in questo modo
anche l’Eterno: al Sant’Uffizio
prim’ancora di spedire
l’anima in giudizio
c’è da pagare
una tassa d’iscrizione
per le spese di
segreteria.

i meglio guardiani della cultura

martedì 7 luglio 2015

cani da guardia

Ho letto solo ora quello che è successo a Oria stamattina. La Forestale che senza preavvertire i proprietari arriva all'alba, blinda la zona e comincia ad abbattere gli alberi. Lo so che il paragone è ingiusto, esagerato, ma nella sorda volontà di perseguire la propria strada senza nessuna considerazione per i cittadini, anzi trattandoli come una fastidiosa incombenza da evitare, mi è sembrato quasi lo specchio di quanto accade con ben altra portata all'altro capo d'Italia, in Val di Susa, di quanto accade in molte piazze d'Italia oggi, adesso, a gay ed emigrati disarmati, a semplici scioperanti con nessun altro peccato che quello di non credere più in questo stato balordo. Ecco, in uno stato così, devi stare perennemente allerta ed è snervante, ti monta l'odio dentro, per tutto questo stress da abbaio, in cui l'unica cosa è abbaiare a più non posso come fanno i cani da guardia, incatenati per cacciare gli estranei e condannati a seminare la paura. In uno stato così ti basta distrarti un attimo che sei già vittima dell'odio, estraneo tu stesso alla tua casa e azzannato da cani arrabbiati come te, in questo stato di guerra senza fine.

sabato 4 luglio 2015

mare

Ho parlato per un po' con Michele Dalai, scrittore ma soprattutto editore, persona squisitissima. Abbiamo parlato per circa dieci minuti, di scrittura e di come al panorama italiano spesso manchino dei grandi narratori di storie (lui ricorda giustamente la Morante), e siamo passati a roba più tecnica, tirature, marketing, agenti ecc. e lì, confesso, ho fatto un po' di fatica a seguirlo, essendo le sue cifre inimmagginabili per me. E mi sono reso conto di quanto, comunque si discuta, sia immensa la distanza fra i nostri due mondi, la narrativa e la poesia, l'uno non esclude l'altro ma si guardano dalle sponde diverse dello stesso mare. L'ho osservato salutarmi da lontano, dalla sua sponda verso la mia. E non l'ho invidiato per niente.

storia d'italia

Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuta in tutta la sua storia – da Roma a oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe. 
Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani... «Combatteremo – fece stampare quest’ultimo in un suo manifesto – fratelli contro fratelli». […] Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione. 
Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli. 
 
[Umberto Saba, Scorciatoie e raccontini, Einaudi 2011]

giovedì 2 luglio 2015

la cubatura non si tocca

Alcuni anni fa ci fu un tentativo di lottizzazione in una vasta zona di terreni inutilizzati dietro casa mia e che coinvolgeva anche la mia famiglia. C'è stata una lotta quasi decennale per costruirci su qualcosa, con progetti che andavano da un parco per bambini a una serie di casermoni in stile Paolo VI a Taranto. Poi, a causa del fatto che c'erano di mezzo troppe teste, più di quindici proprietari, tre ingegneri e varie ditte coinvolte, fra l'avidità di alcuni e gli interessi di altri, non si è riusciti a far nulla, anche perché nel frattempo sono intervenuti tutta una serie di vincoli idrogeologici a fermare ogni possibile progetto. Insomma, di tanti arrangiati che in paese si sono fatti la casa tirandola su pure in mezzo alla strada, il più fesso di tutti sono io che son rimasto a bocca asciutta pur avendo il terreno. In tutto questo, la cosa che meglio ricordo è una riunione in Comune per mettere pace, in cui presentarono il progetto di uno degli ingegneri che aveva riordinato la zona con una serie di villini bassi e non troppo impattanti ma un po' stretti fra loro, per accontentare le richieste di tutti. E mi ricordo che lo stesso ingegnere propose che, se tutti avessimo rinunciato a un po' di cubatura, si sarebbero potute realizzare delle aree verdi intorno alle case che avrebbero garantito un po' di respiro e reso le stesse proprietà più appetibili sul piano commerciale. Di tutti, e c'erano più di una trentina di persone fra tecnici e proprietari, a essere entusiasti della cosa, fummo in due, forse tre. Quel verde non interessava a nessun altro. Mi ricordo un mio vicino di sedia che continuava a bofonchiare: "A cubatura megghje nan se tocche! A cubatura megghje nan se tocche!" Ed è un po' la logica che è andata avanti nella nostra provincia negli ultimi cinquant'anni. Mi è tornato in mente stamattina, che sono uscito in giardino a piedi nudi, e vi assicuro è una sensazione stupenda, e ho pensato che è una fortuna riservata a pochi perché non tutti se la meritano. Ad altri, invece, hanno riservato una sterile cubatura che, se ti va male, te la ficchi in culo ma finisce lì.

lunedì 29 giugno 2015

pastiche (lettera al paese)

Io so. Io so i nomi di chi vincerà le prossime elezioni. E lo so perché questo è un paese di destra, non bigotto ma privo di fantasia, incapace di rinnovarsi, sempre pronto a lamentarsi ma servile e interessato col potere. Lo sappiamo. Lo so perché le menti migliori della mia generazione, quelle che potevano cambiare le cose, sono andate a cambiarle altrove, emigrate a rifarsi una vita, e tornano qui in vacanza solo per ribadire quanto gli manca questo posto. Lo so perché la nostra sinistra sono dieci anni e più che sta cercando di capire chi è e non l’ha ancora capito, e si giustifica sventolando una superiorità morale che a fatti non serve a nulla.
Io so, e posso dire, cosa ha portato la destra a questo mio paese, da sempre: una sistematica distruzione paesaggistica e culturale da parte di chi, a parole, ama questo luogo svisceratamente, forse perché non ne ha un altro dove andare, e la testarda e ferma volontà a non fermare questo disastro con un serio piano regolatore che si invoca da anni senza più speranza. Io so che la destra ha fatto tutto questo, con la complicità omertosa di un’intera generazione, quella dei nati fra gli anni ‘40 e i ’60, o nell’indifferenza di poche voci solitarie che si sono alzate ma mai appoggiate dalla comunità.
Io so, ma l’ho capito ora, che non c’è speranza, che questo mio discorso, come ogni discorso, sarà frainteso, etichettato come chiacchiere da comunista o cazzacarne, le etichette con cui tolgono valore al mio pensiero, perché il paese ha bisogno di braccia per edificare muri, nuovi palazzi vuoti, e non di penne che ne descrivano il fallimento morale. Negli anni ho affrontato l’odio di molti, espresso in varie forme: telefonate anonime, tentativi di querela, tentativi di pestaggio, sguardi disgustati per strada, insulti diretti, amicizie interrotte. L’ho fatto perché pensavo di scrivere per qualcuno che, bene o male, avesse bisogno di me. Mi sbagliavo. Non posso parlare per gli altri, perché non c’è crescita in un paese che non si assume le proprie responsabilità, che si nasconde dietro un capro espiatorio. Anch’io, come la sinistra di cui sopra, ho peccato di superiorità morale. E proprio come la sinistra che dicevo, in dieci anni di giornalismo appassionato, non sono riuscito ad abbattere un solo briciolo di quelle mura.
Per cui mi arrendo. Questo è l’ultimo articolo che scrivo in merito al paese, almeno fino alle prossime elezioni. Dimostratemi, nei mesi che verranno, che la mia sfiducia è malriposta. Perché d’ora in poi mi dissocio dal paese, da quanto vi accade, smetto di interessarmene e lo lascio affondare nel suo fango. Lo lascio alla destra che è. Buonanotte, popolo!

Nota. Questo articolo era stato pensato per una rivista locale e poi scartato dalla redazione perché esprimeva una visione troppo personale, emotiva, di quanto accade nel nostro paese. È giusto così. Magari fra tre mesi cambio idea e mi rimangio tutto, magari invece scopro che il disgusto è più forte delle mie buone intenzioni e lascio ad altri l’ingrato compito di raccontare le nostre miserie. Lo pubblico qui, con qualche lungaggine in più, ma identico nello spirito. A cominciare dal fatto che, finalmente, ho dato sfogo alla mia vena pasoliniana, con qualche altra citazione sparsa.

domenica 28 giugno 2015

a proposito di vecchiaia

A proposito di vecchiaia. Ho continuato a giocare a calcio fin verso i quarant’anni. Da un certo punto in poi era diventato sempre più difficile mettere insieme una manciata di giocatori, ma l’incontro con il fratello di un mio amico cambiò tutto. Iniziai a giocare con una squadra di ragazzi molto simpatici e bravi. Troppo. Andò avanti per qualche partita, quando un giorno, anzi una sera, successe il fattaccio. Mi stavo muovendo piuttosto bene in campo, e feci addirittura una discesa gloriosa, fino al limite dell’area, quando il compagno che mi correva a fianco venne abbattuto e l’arbitro fischiò il fallo. Fu allora che capii. 
Se ero riuscito a tagliare la difesa come burro, a saltare terzini come in sogno, era perché tutti quanti si scansavano, anzi, letteralmente, mi evitavano. La loro gentilezza era squisita, sebbene piuttosto umiliante, e tutto mi fu chiaro quando un avversario mi si avvicinò per consegnarmi la palla. Stava esortandomi a battere la punizione, ma dandomi del lei. Del lei, in un campo di calcio! Mi sentii amareggiato e non potevo prendermela con nessuno. Avrei dovuto capirlo. Quella fu la mia ultima partita. 

[Valerio Magrelli, Addio al calcio, Einaudi, 2010]

sabato 27 giugno 2015

una buona approssimazione alla felicità

Palleggi, palleggi in un pomeriggio d’estate. Quel bambino concentrato, solo col suo pallone, era capace di passare ore, pur di superare il numero di tocchi che si era prefissato. Non allegro, ma assorto, pienamente consacrato al mio compito. Una buona approssimazione alla felicità. Forse per questo ho cominciato a scrivere poesie. 

[Valerio Magrelli, Addio al calcio, Einaudi, 2010]

venerdì 26 giugno 2015

emozioni (tu chiamale se vuoi)

Sabato scorso mi sono capitate due belle cose. 
Prima, sono entrato in rete con una serie di altri piccoli editori pugliesi (la rete si chiama BOOOK!) e come primo evento comune abbiamo partecipato all'edizione barese di Letti di notte, la notte bianca del libro. Serata splendida (nonostante la pioggia) e premiata dal successo.
Seconda, come proposta alla serata ho offerto alcune mie poesie in anteprima dal prossimo libro, le mie poesie sono state lette (quasi per caso) da due fra i migliori giovani attori del teatro italiano, Roberto Corradino della compagnia Reggimento Carri e Licia Lanera della compagnia Fibre Parallele. A presentare la serata Cristiano Marti, altro editore pugliese. 
Se vi va, potete vedere alcuni dei video realizzati durante la serata da Silvestro Simeone QUI.
Lo so, nei video ho la faccia da fesso, è che semplicemente mi ero emozionato. 

martedì 23 giugno 2015

la multa

Il genio è genio, persino quando si esprime nelle maniere più strampalate. Poco fa mi è capitato fra le mani il volantino di un ristoratore del nostro centro storico che, per fare la furbata, ha tirato fuori due giorni prima del permesso i tavolini, per lavorare all'esterno approfittando del bel tempo. Qualcuno, allora, ha prontamente denunciato il fatto, facendolo multare. Come ha reagito l'indispettito ristoratore? Ha scritto una lettera aperta indirizzata all'ignoto TU che lo ha denunciato e ha riempito il centro storico di volantini e di un manifesto con cui, citando Confucio, gli dice: io ho sbagliato e ho pagato, ma tu sei una merda e ricordati che dio è grande. Io, leggendo, mi ci sono scompisciato dal ridere, e molti miei compaesani si sono conservati il volantino come una reliquia, uno di quei tanti tasselli di una futura storia di popolo da raccontare al bar con gli amici. Resta un po' l'amaro in bocca che per cose molto più serie, come ad esempio casi eclatanti di abusi edilizi che deturpano il paesaggio, nessuno dica o faccia mai nulla, però per rompere i maroni a un commerciante che compie una piccola effrazione il coraggio di andare dai vigili lo si trovi eccome. Guerre fra poveri senza vincitori.

sabato 20 giugno 2015

reazione epidermica

Ogni tanto sui giornali ritorna la vecchia impellente questione se la poesia sia morta o no. La mia reazione, purtroppo, è ferina ma epidermica, cioè non va oltre la superficie del problema: leggo e, con decisione, mi gratto lo scroto. Scrivo queste righe mentre ascolto Prendila così di Battisti, morto lui, non certo la canzone.