domenica 30 gennaio 2022

una storia piccola piccola

C’è una vecchia amica di mia nonna che, da brava contadina, prende una pensione da fame. Per motivi di salute non può vaccinarsi, a causa dell’età non sa usare il computer, quindi è in ansia perché non sa come andare prendere la pensione che le serve per mangiare e per pagare l’affitto. Il medico di base, che l’aiuta poco e nulla, le ha detto che deve fare i tamponi che sono più affidabili ma che la donna non può permettersi. Non avendo figli si è risolta a chiedere aiuto a una ragazza senza lavoro che abita vicino a casa sua. La ragazza si terrà poi qualcosa della pensione per il “fastidio” di dover andare in posta con la delega e già che c’è le farà la spesa. Mio padre dice che se prima la vecchia, dovendo gestirsi da sola, si manteneva attiva, adesso che le danno una mano si chiuderà in casa perché non potrà più muoversi, e tempo quattro-cinque mesi rimbambirà del tutto e morirà qualche mese prima del dovuto. Perché i vecchi sono come motori accesi che girano per inerzia, una volta che li fermi si rompono.

sabato 29 gennaio 2022

monetine

Insomma qui c'è uno (Draghi) che voleva fare il presidente e non gli è stato concesso. Un altro (Mattarella) che sono mesi che dice che se ne vuole andare e non può. E tutto questo per colpa di una banda di inetti irresponsabili che non sanno più gestire le cose e non vogliono rinunciare a soldi e privilegi. Altro che a battutine sui social. Andrebbero presi a monetine in faccia come Craxi.

la paura dei classici

Pochi giorni fa Bob Dylan, dopo aver già ceduto i diritti del suo catalogo musicale (lui insieme a Springsteen, Neil Young, Paul Simon, gli eredi di Bowie) ha venduto la proprietà di tutta la sua musica registrata alla Sony, ovvero a una multinazionale. Qui c'è un articolo di Paolo Vites che ne parla, anche in termini economici. Di fatto "il mercato della nuova musica si sta effettivamente riducendo. Tutta la crescita del mercato viene da vecchie canzoni”. Significa che c'è una bolla di sapone social in cui ciascuno di noi si esprime e crede di avere un valore artistico, ma poi nella sostanza gli unici a vendere sono i classici: "non importa se hai venti milioni di visualizzazioni su YouTube o 40 milioni di ascolti su Spotify: non stai guadagnando praticamente nulla." Questo succede anche in letteratura. Puoi avere tutti i follower che vuoi, ma nella sostanza gli unici a fare vendite fisse e consistenti sono i classici e su quelli investono sostanzialmente le case editrici a scapito dei viventi. Dire, come si fa, che l'importante è permettere all'industria di fare cassa e sostentarsi purché si dia un minimo spazio ai più giovani, non risolve il problema del necessario ricambio/rinnovamento culturale e non tiene conto di un fatto: che se, per esempio, dai spazio a un giovane ogni tanto (spesso in base al suo valore promozionale più che all'effettivo talento) da affiancare a 999 classici, stai mettendo da parte altri 4, 5, 6 giovani (su mille) di talento che magari non sono belli o spigliati abbastanza da stare sui social. E in ogni caso, se il valore è solo quello social, una volta che saranno troppo vecchi o raggrinziti (come denunciava Joni Mitchell) ci sarà chi li butterà via senza rimpianti in attesa che diventino anche loro classici da recuperare al mercatino del vintage.

venerdì 28 gennaio 2022

è urgente

Uno che mi scrive Lillo rispondimi, Lillo rispondimi, Lillo rispondimi, Lillo rispondimi, è urgente. È urgente. È urgente. E va avanti così dalle 21 alle 23. Alla fine gli rispondo: Che c'è? E lui: volevo sapere se ti posso chiamare domani mattina, sul tardi. Ma cazzo, mi arrabbio, chiamami direttamente domani. E lui: Non volevo disturbare, che tu sei sempre occupato. È finita che un altro poco mi sono scusato io.

giovedì 27 gennaio 2022

rancore

La mia giornata della memoria la chiudo con l’invito a leggere una poesia di Giorgio Bassani chiamata GLI EX FASCISTONI DI FERRARA in cui, nel clima di distensione della sua città e di tutta Italia dopo la guerra, Bassani parlava con disgusto degli ex fascisti che facevano finta di non ricordare e gli gettavano le braccia al collo da buoni amici ora che era uno famoso. Del resto, in tutto il paese la scelta più o meno unanime era stata quella: chi, arrivati al bivio della Repubblica di Salò, aveva scelto Salò era da condannare come fascista, chi invece aveva rinnegato o scansato quel passaggio si era ripulito la fedina. Qualcuno, più cinico e smaliziato, gli sussurrava all’orecchio: “Ma sì Bassani, smettila con questo atteggiamento di arroganza e perdonaci una buona volta. Dopotutto è scrivendo quei tuoi libri pieni di balle su di noi che ti sei fatto ricco, dovresti quasi ringraziarci, senza di noi tu nemmeno esisteresti come scrittore”. E Bassani, con tutta la sua acredine, rispondeva: “Perdonarvi? Certo, ma soltanto dopo che saremo tutti morti.” Perché una vera giornata della memoria, non andrebbe mai scordato, non si nutre soltanto di pietà e di buoni sentimenti, ma anche di rancore cieco, sordo e irrimediabile. E in questo rancore la differenza la fa da che parte stai.


 

fastidio

Allora, che Mentana fosse di parte in questa storia si capiva. Ma c'è un punto oltre il quale un certo atteggiamento comincia a pesare. Ho appena letto un pezzo su Open in cui si allude al "pericolo ospedaliero" di donne in gravidanza non vaccinate. E siccome io so, perché ne conosco, che molte donne in gravidanza magari vorrebbero ma non si vaccinano perché sconsigliate dal loro medico in quanto la vaccinazione potrebbe danneggiare il bambino, qui dobbiamo darci un ordine di priorità e capire chi ha più ragione fra le due categorie: se i giornalisti o se i medici, o se come mi pare di capire i medici hanno ragione solo quando lo permettono i giornalisti. Non funziona così, non puoi creare questi stati d'ansia e di disinformazione che contraddice di continuo ogni cosa, persino il parere del medico curante (quando fino a ieri "ce lo dice la scienza" era un dogma), e poi dare dell'imbecille a chi non ti segue più. E no.

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mercoledì 26 gennaio 2022

scheda bianca

Ci sono giorni che uno vorrebbe fare scheda bianca di ogni cosa e invece no, anche quello è privilegio per pochi.


isbn: un chirimento

Siccome mi pare ci sia molta confusione in merito, chiarisco che l’ISBN non è un titolo di merito. Averne uno non vi rende scrittori migliori. È semplicemente un codice di natura commerciale che serve a rintracciare il libro sui database e attesta che il libro non solo esiste, ma è in vendita, è merce pronta all’uso sul tavolone del mercato. Proprio come il pesce, o le melanzane. Mettere l’ISBN su un libro fantasma – di quelli che magari esistono stampati in venti copie e non trovi sul mercato – è una mezza truffa. Chiedere di attribuirne uno al titolo di uno strafalcione improvvisato per fare punteggio ai concorsi è una truffa e il fatto che la richiesta mi arrivi spesso da gente che vorrebbe avanzare nel mondo della scuola o della ricerca – lì dove una pubblicazione fa punteggio – la dice lunga su come sta messa oggi la scuola. Ma è talmente lucroso come affare che la stessa agenzia che gestisce gli ISBN li ha messi in commercio anche per i privati. Chiunque può prenderne uno, se lo vuole. Costa circa 80 euro + iva, ma c’è lo sconto se li prendi in offerta (il famoso 3x1), insomma è alla portata di tutti. E, nessuno lo dice, produce inquinamento informatico. Io dico questo: ci sono decine di editori che lo attribuiscono e il libro che fate non per questo venderà una copia in più. Può servire, ma soltanto se il libro lo vuoi davvero vendere, come le pentole da cucina o gli aspirapolvere, se vuoi sbatterti per avere successo e farlo girare a più non posso, se hai una strategia di marketing da abbinargli, se ne fai insomma una questione commerciale anche tu, senza rompere troppo il cazzo con l’arte. Perché l’ISBN è quello, e anche se spesso gli interessi coincidono, l’arte è un’altra cosa e sta da un’altra parte.

martedì 25 gennaio 2022

sogni a puntate

Non sempre ma delle volte faccio dei sogni a puntate, di quelli che riprendono la notte dopo da dove li avevo lasciati. Riuscirà Sheng a salvare la bella sconosciuta che ha paura dell'acqua e che rischia di annegare mentre prova a montare uno scaffale da libreria nella nicchia di uno scoglio decorativo montato al centro della piscina dell'albergo di lusso dove lavora come cuoco in incognito per una setta orientale? Giuro che mi piacerebbe saperlo.

lunedì 24 gennaio 2022

altri tempi

Leggo la storia editoriale di Giorgio Bassani poeta curata da Anna Dolfi. Di Un'altra libertà, terza raccolta di Bassani, vennero stampate in prima edizione, da Mondadori, 2000 copie e ne rimasero invendute 445. Nel 1951! Bassani all'epoca aveva 35 anni e ancora non aveva pubblicato uno solo dei racconti di Ferrara che poi lo avrebbero reso famoso.

complici

Roberto R. Corsi mi faceva leggere poco fa un articolo uscito ieri su Domani in cui per sommi capi si dice quanto da molti già denunciato negli ultimi mesi. Siamo alla fine di un'epoca. Il costo della carta è aumentato e sta ancora aumentando, in alcuni casi anche del 70%. Non solo, alcune tipologie di carta stanno proprio sparendo dal mercato. E questo perché 1) la gente legge meno libri e giornali, ma soprattutto 2) la cartiere si stanno riconvertendo alla produzione di carta e cartoni da imballaggio per Amazon e altre piattaforme di vendita online che hanno preso il sopravvento con il Covid. Che significa? Che dovendo scegliere fra fare libri che si vendono sempre meno o fare imballaggi per elettrodomestici, si preferisce i secondi; e se anche per miracolo aumentassero i lettori non ci sarebbe più carta sufficiente per stampare tutti i libri che servirebbero. Si stamperà sempre meno, a prezzi più alti, e di ogni titolo si stamperanno meno copie con carta di merda. I primi a morire saranno i giornali. Poi verranno le librerie. Le piccole case editrici si convertiranno al digitale o al print on demand, presumibilmente a carico dello scrittore che vuole assolutamente il libro cartaceo che diventerà un reperto per collezionisti simile al vinile. Si stamperà presumibilmente dove costa meno, in Asia o in Africa, sfruttando come manodopera il sottoproletariato del mondo, e si venderà probabilmente dove comincia la filiera, ovvero su Amazon, di cui siamo vittime ma anche complici.

sguardo di chi ti ha fregato la sedia e non intende sloggiare

 


il genio

Quello che ti manda il suo manoscritto mettendo come destinatario un altro editore e rifilando te (e chissà quanti altri) in copia nascosta. Glielo scrivi. E quello: Az mi ha scoperto.

domenica 23 gennaio 2022

dalle parole ai fatti

A voi spetta trasformare l'Italia, diceva Mario Draghi a ottobre. Non fermatevi, non scoraggiatevi, prendete il futuro, aggiungeva Mattarella a capodanno. Poi i ragazzi vanno in piazza a manifestare per uno di loro morto durante l'alternanza scuola-lavoro, e la polizia li carica.

mercoledì 19 gennaio 2022

la domanda

È colpa dei no vax se gli ospedali stanno affondando?”. Ho visto che lo chiedevano ieri da Floris. E io ogni volta che sento questa domanda a cui si può rispondere semplicemente sì, perché è anche vero, sulla parola “affondare” ho sempre voglia di aggiungere il mio ricordo personale di quando dieci anni fa mio nonno ebbe una crisi e stava morendo e il medico ci disse che era meglio portarlo in ospedale. Erano gli anni in cui si cominciavano ad attuare i primi seri tagli alla sanità e si vedeva perché ci furono problemi con le ambulanze. Così, nel bisogno, caricammo mio nonno in auto e lì cominciò un’odissea di ore – me la ricordo ancora con ansia – in cui con mio padre e un suo amico girovagammo, con questo vecchio di 98 anni semisvenuto sul sedile, rimpallati fra tre ospedali, nessuno dei quali aveva posto per lui, stavano tutti scoppiando. In uno, me lo ricordo ancora, c’era un uomo che aveva avuto un incidente d’auto ed era parcheggiato in corridoio perché non c’erano letti liberi. Tre ospedali e nessuno aveva posto. “Ormai ha fatto il suo tempo” ci dissero in un altro, per sbarazzarsi dell’incomodo. Era il 2012, c’era Nichi Vendola alla Regione, mio nonno ci stava morendo in auto e in tre ospedali che girammo non c’era ancora un solo no vax su cui scaricare la colpa per i posti che mancavano. Quindi, quando mi chiedono: “è colpa dei no vax se gli ospedali affondano?” vorrei rispondere che se vogliano essere pratici e risolverla qui ed ora, “frisce i mange” (friggi e mangia) come si dice qui da noi, sì, è colpa loro, così una volta sgominati si tornerà tutti alla sospirata normalità. Se vogliamo pensare al fatto che già la normalità da cui veniamo era solo un’apparenza, che già prima andava male e che è i problemi che stiamo vivendo sono cominciati molto prima di oggi e non finiranno certo col ritorno a quella normalità, allora no, la colpa è di altri, di determinate scelte fatte male e rimaste impunite, basate su tagli studiati a tavolino e adottati per mere ragioni economiche, imposte colpevolmente a un paese la cui popolazione diventa di anno in anno più vecchia e indifesa.

pastori sardi

Ieri ho visto Banditi a Orgosolo di Vittorio De Seta, film del 1961, stupendo per fotografia e ritmo, che ha il merito di aver reinventato e rilanciato (insieme ad "Accattone") un certo tipo di sentimento neorealista, tutto recitato com'è da pastori sardi, al punto da essere studiato e celebrato nel mondo più ancora che in patria. All'inizio guardandolo mi sono entusiasmato, poi ho pensato che in effetti mi piace vincere facile, che ci vuole poco a essere "belli" quando si è già classici per definizione, e quello di De Seta è effettivamente un classico. Dico questo perché continuo a ripensare a un'osservazione che mi ha fatto la mia amica Azzurra. Mi ha fatto notare come sia incoerente da parte mia rimproverare il pubblico di comprare e leggere solo classici della poesia a scapito degli autori viventi (necrofilia poetica la chiamo), quando io per primo snobbo le ultime produzioni cinematografiche per dedicarmi a film vecchissimi che sono alla fine il corrispettivo dei classici. Ha ragione lei e glielo riconosco. Non sono coerente, ma non so come uscirne. L'altra sera ho provato a vedere un film di cui si è parlato tanto, Malcolm e Marie di Sam Levinson, e come raramente mi capita di fare l'ho mollato a metà. Meglio, mille volte meglio i pastori sardi.

martedì 18 gennaio 2022

volgarità

Ho appena visto delle persone che condividevano delle foto di Emilio Fede ridotto non proprio bene dopo una caduta (ha 90 anni) e ridevano di lui senza pietà. È pur vero che si raccoglie cosa si semina, e la volgarità che ha seminato Fede in anni e anni di giornalismo infetto loro l'hanno assorbita diligentemente e ora gliela restituiscono. Mi hanno disgustato.

le sentenze

Incontro per strada un ex studente, ragazzo alla moda coi pantaloni attillati che gli arrivano sopra le caviglie, le scarpette bianche e nessuna traccia di calze. Non mi frega nulla della moda, semplicemente lo invidio perché io porto addosso dieci strati di roba e ho ancora freddo. Non so come faccia ma lo odio e glielo dico apertamente. Quello, unendo il danno alla beffa, mi fa: “Beh sai, l’età non aiuta…” poi mi saluta e si gira per andarsene. Ma proprio in quel momento scivola su una macchia d’acqua saponata sul marciapiede, che qualcuno ha rovesciato dopo aver lavato le scale di un palazzo, e casca di culo per terra con un tonfo. La morale di questa favola serve a ricordarci che Dio e grande e le sentenze, prima o poi, arrivano.

il successo (due tempi)

Condivido qui una fra le tante bellissime pagine di Un uomo pieno di gioia, biografia dello scrittore dimenticato Antonio Delfini a opera di Cesare Garboli, riedita da minimum fax nel 2021 con introduzione di Emanuele Trevi, a cavallo del suo successo allo Strega. Con quel premio è venuto fuori una sorta di cortocircuito in cui il riconoscimento di Trevi con Due vite, libro tutto sommato minore (almeno rispetto al precedente Sogni e favole che parlava proprio di Garboli) ha permesso la riscoperta del semidimenticato Garboli, che non solo tanta evidente influenza ha avuto su Trevi (e si vede), ma credo gli sia addirittura superiore; il quale Garboli a sua volta scrive un breve saggio su un altro dimenticato, Delfini, che in parte aveva la grave colpa di non scrivere romanzi ma frammenti e diari (alla maniera di Flaiano), in parte era un disadattato del successo, come ammette lo stesso Garboli. E io, che manco del tutto di umiltà, leggo questa pagina su Delfini e mi ci riconosco: sono io quest’Antonio qui sotto. E quindi spero che un giorno venga a salvarmi un Garboli – salvato a sua volta da un Trevi che vince uno Strega – dall’oblio a cui mi sono condannato per la mia incapacità a essere un Moravia.

Da Un uomo pieno di gioia, pag. 57: «Non credo che «scrivere» (e quindi l’esercizio della letteratura) sia classificabile fra i desideri infantili. Ma il bisogno di farsi largo, l’affermazione di sé? Delfini amava il successo, ma lo amava puerilmente, fuori da ogni realtà, come fonte inesauribile di sogni (facendo quindi pochissimo per ottenerlo). Fra il bisogno di realizzarsi e l’attività letteraria si era creata in lui un’identità negativa: non solo il desiderio di successo, ma lo stesso rapporto con la letteratura era vissuto e praticato, come un rapporto magico. Che il successo premii delle qualità professionali, o che si possa ottenere con le proprie forze, era un pensiero da cui Delfini non fu sfiorato mai. Il successo era per Delfini un rumore, un boato confuso e lontano, l’eco di applausi che non ci spettano; e se non era questo, non era il caso d’inseguirlo. Ma quello che vale per il successo, vale anche per la letteratura. Delfini non aveva alcuna idea professionale di se stesso; solo negli ultimi anni la cercò, ma per stanchezza, per darsi un’identità. E per la verità, come «scrittore», non era una bottega che sfornasse libri o racconti; la letteratura lo visitava e lo possedeva malgré soi, come un vizio o una malattia. «Credeva ch’io fossi Moravia», mi disse un giorno per spiegarmi la fatalità, e il fallimento, dell’amore con Luisa B.; e in queste parole (dove c’era una grande tristezza) non c’era nessuna invidia per Moravia, ma appunto la sincera sorpresa che si fosse potuto creare un simile equivoco».