Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
mercoledì 25 aprile 2012
martedì 24 aprile 2012
domenica 22 aprile 2012
venerdì 20 aprile 2012
che abbiamo noi per salvarci...
Che abbiamo noi per salvarci
se non questi spazi angolari
queste bolle del pensiero
in cui nasconderci e sognare
un passato illusorio tutto d’oro
in cui negare a tratti l’esistenza
che ci vuole uccelli di passo o da voliera
né ci chiede mai venire a patti
se anche l’aria per volare è troppo densa
carica com’è di polveri industriali.
se non questi spazi angolari
queste bolle del pensiero
in cui nasconderci e sognare
un passato illusorio tutto d’oro
in cui negare a tratti l’esistenza
che ci vuole uccelli di passo o da voliera
né ci chiede mai venire a patti
se anche l’aria per volare è troppo densa
carica com’è di polveri industriali.
domenica 15 aprile 2012
venerdì 13 aprile 2012
mandorle e fagioli
Mio fratello lavora in una piccola azienda che produce dolci, taralli, biscotti, in quelle piccole confezioni a colori che trovate negli ipermercati a buon prezzo e con un sapore decente. L’azienda è in Puglia ma molti dei loro prodotti finiscono nelle grandi catene di negozi del Nord, e io mi immagino sempre questi enormi camion che ogni mattina prelevano dalla sua azienda enormi scatoloni carichi di biscotti e attraversano l’Italia per rifornire quei negozi.
La settimana scorsa pranzavo con mio fratello e lui mi diceva che la sua azienda stava modificando alcune cose nella produzione dei biscotti, su indicazione degli ipermercati che acquistavano la roba per rivenderla al dettaglio. La produzione dei biscotti al limone ad esempio, anche se buonissimi, è stata sospesa perché costavano troppo e non li acquistava nessuno. Mentre quella dei biscotti alle mandorle continuava, ma visto che usare le mandorle comportava un rincaro eccessivo sul prezzo finale dei biscotti si è (tassativamente) richiesto all’azienda di produrre i biscotti con ingredienti che sostituissero le mandorle ma costassero meno, come essenze oppure farina di fagioli con cui si otteneva un sapore simile.
Io ho guardato mio fratello e gli ho chiesto: “Non capisco. Perché produrre ancora i biscotti alle mandorle se costano troppo? Perché non fare altro invece di propinare loro dei finti biscotti alle mandorle che però sono dei biscotti ai fagioli?”
Mio fratello ha sollevato le spalle come a dire che non ci poteva fare nulla e mi ha risposto: “Li vogliono così e noi glieli diamo.”
Ecco, sapevo che c’era un qualche significato in questa storia ma non l’ho capito subito. Mi è venuto in mente stamattina, mentre masticavo anch’io un biscotto e all’improvviso mi sono chiesto se fosse o no ai fagioli. E il significato, per quanto semplice, è questo: e cioè che la vera portata della crisi che stiamo vivendo, ciò che la rende devastante, e rivelatrice di ciò che siamo diventati come popolo, non è il fatto che siamo o no più poveri o che qualcuno ci stia derubando, ma che non riusciamo ad accettarla al punto che preferiamo mangiare dei biscotti taroccati ai fagioli piuttosto che ammettere che dovremmo passare ai frollini di seconda scelta.
La settimana scorsa pranzavo con mio fratello e lui mi diceva che la sua azienda stava modificando alcune cose nella produzione dei biscotti, su indicazione degli ipermercati che acquistavano la roba per rivenderla al dettaglio. La produzione dei biscotti al limone ad esempio, anche se buonissimi, è stata sospesa perché costavano troppo e non li acquistava nessuno. Mentre quella dei biscotti alle mandorle continuava, ma visto che usare le mandorle comportava un rincaro eccessivo sul prezzo finale dei biscotti si è (tassativamente) richiesto all’azienda di produrre i biscotti con ingredienti che sostituissero le mandorle ma costassero meno, come essenze oppure farina di fagioli con cui si otteneva un sapore simile.
Io ho guardato mio fratello e gli ho chiesto: “Non capisco. Perché produrre ancora i biscotti alle mandorle se costano troppo? Perché non fare altro invece di propinare loro dei finti biscotti alle mandorle che però sono dei biscotti ai fagioli?”
Mio fratello ha sollevato le spalle come a dire che non ci poteva fare nulla e mi ha risposto: “Li vogliono così e noi glieli diamo.”
Ecco, sapevo che c’era un qualche significato in questa storia ma non l’ho capito subito. Mi è venuto in mente stamattina, mentre masticavo anch’io un biscotto e all’improvviso mi sono chiesto se fosse o no ai fagioli. E il significato, per quanto semplice, è questo: e cioè che la vera portata della crisi che stiamo vivendo, ciò che la rende devastante, e rivelatrice di ciò che siamo diventati come popolo, non è il fatto che siamo o no più poveri o che qualcuno ci stia derubando, ma che non riusciamo ad accettarla al punto che preferiamo mangiare dei biscotti taroccati ai fagioli piuttosto che ammettere che dovremmo passare ai frollini di seconda scelta.
lunedì 9 aprile 2012
in memoria di gassman e di un'altra rai
Ha proprio ragione Citati quando dice che negli ultimi vent’anni si è diffusa in Italia una velenosa mediocrità e forse è meglio non leggerli i libri che leggerne di mediocri. La mediocrità è ormai cancerosa e forse comincia proprio dalla tv, come ci avvertiva allarmato Pasolini. Dico forse perché non sempre ne sono convinto. Ieri, ad esempio, cambiando su Rai Uno nel tardo pomeriggio, ho ritrovato Lorella Cuccarini che presentava Bobby Solo e Mal che all’infinito riciclavano se stessi cantando Tutti Frutti. Era tutto talmente vecchio, stanco, già visto, persino i loro ciuffi gelatinati, che non ci credevano più nemmeno loro, e infatti Bobby Solo a un certo punto ha dimenticato le parole di quello che canta da più di cinquant’anni. Ecco, li ho guardati per cinque minuti, poi ho spento la tv, ho ripensato a Pasolini e cercandolo sulla rete per un po’ di conforto ho ritrovato Gassman, e questo video in particolare.
Era il 1996, e Gassman portava sulla Rai (apriti Cielo!) Cammin Leggendo, un bellissimo programma che si occupava di rivisitare una serie di città italiane attraverso la lettura di brani poetici o di viaggio, di scrittori che ci avevano vissuto. Ovviamente la Rai prima disse sì poi preoccupata per il gradimento da parte del pubblico di una trasmissione eccessivamente colta fece un po’ di casini sugli orari, tanto che alla fine Gassman ebbe a commentare così: “Questa tv fa male come la mucca pazza!” Ma erano gli anni ’90 e il cancro si stava già diffondendo.
In questa puntata particolare Gassman si occupava di Roma e recitava una poesia di Pasolini, ancora considerato un personaggio scomodo. Gassman evidentemente se ne frega e con grandissimo rispetto per il poeta legge i suoi versi e non solo legge, ti fa capire tutto, parola per parola, con semplicità e sentimento. Poi, certo, possiamo discutere di impostazione ottocentesca o meno del suo recitare ma almeno lui lo faceva, e lo faceva sulla Rai, in quello che è vero servizio pubblico, altro che Porta a Porta, L’isola dei famosi o Ti lascio una canzone (bleah!). Roba dell’altro mondo insomma, appunto del nostro passato remoto.
Ecco ieri, giorno di Pasqua e di abituale indigestione da festa, ho ritrovato Gassman con la barba bianca da saggio come lo ricordo da quand’ero bambino, che si sforzava di farmi capire Pasolini e mi sono sentito derubato e davvero, con o senza Monti, più povero.
Era il 1996, e Gassman portava sulla Rai (apriti Cielo!) Cammin Leggendo, un bellissimo programma che si occupava di rivisitare una serie di città italiane attraverso la lettura di brani poetici o di viaggio, di scrittori che ci avevano vissuto. Ovviamente la Rai prima disse sì poi preoccupata per il gradimento da parte del pubblico di una trasmissione eccessivamente colta fece un po’ di casini sugli orari, tanto che alla fine Gassman ebbe a commentare così: “Questa tv fa male come la mucca pazza!” Ma erano gli anni ’90 e il cancro si stava già diffondendo.
In questa puntata particolare Gassman si occupava di Roma e recitava una poesia di Pasolini, ancora considerato un personaggio scomodo. Gassman evidentemente se ne frega e con grandissimo rispetto per il poeta legge i suoi versi e non solo legge, ti fa capire tutto, parola per parola, con semplicità e sentimento. Poi, certo, possiamo discutere di impostazione ottocentesca o meno del suo recitare ma almeno lui lo faceva, e lo faceva sulla Rai, in quello che è vero servizio pubblico, altro che Porta a Porta, L’isola dei famosi o Ti lascio una canzone (bleah!). Roba dell’altro mondo insomma, appunto del nostro passato remoto.
Ecco ieri, giorno di Pasqua e di abituale indigestione da festa, ho ritrovato Gassman con la barba bianca da saggio come lo ricordo da quand’ero bambino, che si sforzava di farmi capire Pasolini e mi sono sentito derubato e davvero, con o senza Monti, più povero.
domenica 8 aprile 2012
segnalazione
Come regalo di Pasqua il poeta Vito Russo ha scritto una recensione del mio primo libro sul blog del poeta Antonio Spagnuolo. Insomma Pasqua poetica la mia. O, se preferite, al cioccolato. Qui il link al blog di Spagnuolo. E qui un bel pezzo di musica da ascoltare mentre leggete.
Alcuni libri maturano col tempo nella percezione del lettore. Capita anche quando con l’autore, tra i saliscendi della Valle d’Itria, si è percorso un bel pezzo di strada, con la lentezza che la poesia e l’amicizia meritano.
Ho riletto di recente “L’innocenza del male” di Antonio Lillo, edito da Lietocolle nel 2009.
Lillo è un poeta non laureato, per dirla alla Montale, ma è anche un poeta che utilizza i mezzi espressivi dei maestri del secondo Novecento con impeccabile padronanza. Operazione condotta con consapevolezza e sfacciataggine, come quando ad esempio Lillo rivela il rapporto con la poetica di Vittorio Sereni, soprattutto. Ma sono tanti i contatti “nobili”, espliciti e non, come con Pasolini, Fortini, Penna, Pagliarani, lo stesso Montale e la cosiddetta Linea Lombarda.
Nel solco di questa tradizione, accade che i sentimenti, nominati, prendano invece la forma immaginifica del verso, come la sofferenza, che, “caricandosi, s’aggruma a tappo in gola”. È come se il reale, attraverso l’azione, e, soprattutto, attraverso la parola, e grazie alla parola, prenda realmente corpo, al punto da pensare che prima della parola ci sia solo il nulla. Così l’amore “si / presenta tuo durante il bacio / in ascensore. Poi sparisce all’ora di / sciacquare / i peli caduti sul fondo della doccia”. Pare essere questa la conclusione umana e poetica del poeta di Locorotondo: “E se / la poesia la politica il semplice fare / non fossero altro che un esserci in fondo?”
È il movimento delle cose, degli oggetti, degli animali prima che delle persone, l’azione insomma, che rivela l’esistenza, come il semplice incresparsi della carta, o la fuga terribile di un ratto che scava gallerie dentro il corpo, e al poeta non resta che cercare di lasciare un’impronta nell’altro. In fondo, l’azione poetica, atto solitario, rivive solo nel momento in cui stabilisce un contatto con l’altro. Lillo è infatti anche un poeta narcisista, che si compiace del suo modus vivendi et scribendi, ma al tempo stesso ha l’umiltà di non prendersi troppo sul serio, come quando semplicemente scrive “Forse mi do troppa importanza”. Se il soggetto dominante infatti è l’io, non mancano molte forme impersonali, e soprattutto, spesso sono gli animali (ratti, cani, gatti, anitre, canarini, pesci), le piante, o altre volte anonimi vicini di casa, o pescatori, o clandestini, a occupare cinematograficamente la scena poetica.
Sul piano del predicato invece, è frequente l’uso dell’imperfetto o del passato remoto, ma pare trattarsi solo di un espediente stilistico o retorico, perché domina appunto l’azione, lenta, lentissima, ma continua, sulla stasi, quasi che il poeta viva un eterno presente, tempo per attualizzare il passato e immaginare il dispiegarsi del futuro. Lo spazio in cui il fare, la vita, trionfano, è la provincia, con la sua incantevole distanza e indifferenza dal e al potere, e questo spiega anche l’uso frammentario di un dialetto che dà voce a personaggi buffi ed eroici, come nel cinema felliniano: un poeta che suona nella banda ai funerali, o il soggetto stesso che si ritrova chiuso in un portone assolato ad aspettare un amico e il mondo intero.
“L’innocenza del male” è un libro che, nella sua ricercata disomogeneità, si rivela in continuo movimento, in costante tensione estetica e umana, a significare un crescente, incontenibile, innamoramento per la vita: “balliamo sgraziati / da lento fuoco / abbracciati”.
Ma se qualcuno chiedesse all’autore il motivo per cui scrive, Lillo, col suo cinico romanticismo, risponderebbe che conta solo di conquistare qualche bella ragazza, magari citando Simone Cattaneo.
(Vito Russo)
Ho riletto di recente “L’innocenza del male” di Antonio Lillo, edito da Lietocolle nel 2009.
Lillo è un poeta non laureato, per dirla alla Montale, ma è anche un poeta che utilizza i mezzi espressivi dei maestri del secondo Novecento con impeccabile padronanza. Operazione condotta con consapevolezza e sfacciataggine, come quando ad esempio Lillo rivela il rapporto con la poetica di Vittorio Sereni, soprattutto. Ma sono tanti i contatti “nobili”, espliciti e non, come con Pasolini, Fortini, Penna, Pagliarani, lo stesso Montale e la cosiddetta Linea Lombarda.
Nel solco di questa tradizione, accade che i sentimenti, nominati, prendano invece la forma immaginifica del verso, come la sofferenza, che, “caricandosi, s’aggruma a tappo in gola”. È come se il reale, attraverso l’azione, e, soprattutto, attraverso la parola, e grazie alla parola, prenda realmente corpo, al punto da pensare che prima della parola ci sia solo il nulla. Così l’amore “si / presenta tuo durante il bacio / in ascensore. Poi sparisce all’ora di / sciacquare / i peli caduti sul fondo della doccia”. Pare essere questa la conclusione umana e poetica del poeta di Locorotondo: “E se / la poesia la politica il semplice fare / non fossero altro che un esserci in fondo?”
È il movimento delle cose, degli oggetti, degli animali prima che delle persone, l’azione insomma, che rivela l’esistenza, come il semplice incresparsi della carta, o la fuga terribile di un ratto che scava gallerie dentro il corpo, e al poeta non resta che cercare di lasciare un’impronta nell’altro. In fondo, l’azione poetica, atto solitario, rivive solo nel momento in cui stabilisce un contatto con l’altro. Lillo è infatti anche un poeta narcisista, che si compiace del suo modus vivendi et scribendi, ma al tempo stesso ha l’umiltà di non prendersi troppo sul serio, come quando semplicemente scrive “Forse mi do troppa importanza”. Se il soggetto dominante infatti è l’io, non mancano molte forme impersonali, e soprattutto, spesso sono gli animali (ratti, cani, gatti, anitre, canarini, pesci), le piante, o altre volte anonimi vicini di casa, o pescatori, o clandestini, a occupare cinematograficamente la scena poetica.
Sul piano del predicato invece, è frequente l’uso dell’imperfetto o del passato remoto, ma pare trattarsi solo di un espediente stilistico o retorico, perché domina appunto l’azione, lenta, lentissima, ma continua, sulla stasi, quasi che il poeta viva un eterno presente, tempo per attualizzare il passato e immaginare il dispiegarsi del futuro. Lo spazio in cui il fare, la vita, trionfano, è la provincia, con la sua incantevole distanza e indifferenza dal e al potere, e questo spiega anche l’uso frammentario di un dialetto che dà voce a personaggi buffi ed eroici, come nel cinema felliniano: un poeta che suona nella banda ai funerali, o il soggetto stesso che si ritrova chiuso in un portone assolato ad aspettare un amico e il mondo intero.
“L’innocenza del male” è un libro che, nella sua ricercata disomogeneità, si rivela in continuo movimento, in costante tensione estetica e umana, a significare un crescente, incontenibile, innamoramento per la vita: “balliamo sgraziati / da lento fuoco / abbracciati”.
Ma se qualcuno chiedesse all’autore il motivo per cui scrive, Lillo, col suo cinico romanticismo, risponderebbe che conta solo di conquistare qualche bella ragazza, magari citando Simone Cattaneo.
(Vito Russo)
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sabato 7 aprile 2012
venerdì 6 aprile 2012
mercoledì 4 aprile 2012
martedì 3 aprile 2012
lunedì 2 aprile 2012
giovedì 29 marzo 2012
mercoledì 28 marzo 2012
forme brevi
“In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana, povera di romanzieri ma sempre ricca di poeti, i quali anche quando scrivono in prosa danno il meglio di sé in testi in cui il massimo di invenzione e di pensiero è contenuto in poche pagine, come quel libro senza uguali in altre letterature che è le Operette morali di Leopardi.”
Calvino, Lezioni Americane, pag. 50
domenica 25 marzo 2012
giovedì 22 marzo 2012
e' binèri (per tonino guerra)
C’è stato un lungo periodo, alcuni anni fa, in cui agli amici proponevo “E se andassimo tutti quanti a Pennabilli?” un nome talmente buffo, improponibile, da suscitare il sorriso in chiunque. Mi ricordava un po’ il primo canto de Il Miele, stupendo poema di Tonino Guerra, in cui si parla di uno zio muratore che parte dal paese per andare in Cina a fare dei lavori alla muraglia cinese e che dalla Cina non torna più indietro. All’inizio mantiene i contatti attraverso le sue lettere piene di racconti meravigliosi di quel nuovo mondo, poi pian piano le lettere si fanno sempre più rade finché dello zio non si sa più niente, sparisce del tutto, dissolto nelle acque delle fantasie stimolate dei suoi nipoti. Ecco, io la vedevo così Pennabilli, come una sorta di Cina in cui Tonino Guerra era andato a rifugiarsi e noi, un po’ come novelli Marco Polo, ci dirigevamo lì alla ricerca dell’imperatore.Alla fine a Pennabilli, com’è ovvio, non ci siamo andati, eppure Tonino Guerra lì ci stava per davvero. Forse non volevamo rovinare il sogno oppure alla fine ci è mancata soltanto la voglia. Poi anni dopo, quando passò lui di qua in un lungo giro promozionale di un suo libro con Bompiani lo incontrammo per davvero, ascoltammo le sue parole ma di illuminazione in verità non ce ne fu nessuna. Probabilmente eravamo cambiati noi o forse il fatto che alla fine fosse stato lo zio a tornare da noi dalla Cina e non viceversa aveva un po’ sminuito la cosa, le aveva tolto il suo alone magico.
Fatto sta che, comunque, la via ce l’aveva indicata e oramai ce ne andavamo già da un pezzo sulle nostre gambe sulle strade più o meno immaginarie del mondo. Quante poesie ho scritto con l’ombra di Tonino Guerra che gentilmente mi guardava le spalle, quante hanno in sé l’inconfondibile spezia che ho attinto alla sua pianta. Per me, per quel che mi riguarda lui sta seduto nel Pantheon accanto a Montale, Ungaretti e Sereni, l’unico fra loro che riesca a riportare la vita alla vita e la carne alla carne, con semplicità e ironia, talmente vicino alla verità da scordarsi talvolta la bellezza in qualche bar fumoso della vecchia provincia.

Qualcuno, proprio per questo, lo ha definito un neorealista ma ho sempre pensato che la grandezza di Guerra, ciò che rendeva così unica la sua poesia non fosse tanto la sua attenzione al reale, alla sua concretezza, quanto invece la leggerezza e allo stesso tempo la profondità del suo sguardo, che andava più all’essenza delle cose che alla loro forma. Qui da noi, di persone che hanno uno sguardo simile al suo si dice che sono “un po’ filosofi” (ovviamente in dialetto che dà al tutto, sempre, un altro colore). Ma in genere quello sguardo nasce non tanto da chi ama la vita e basta, perché non ci vuole niente a dire, come ho letto, “Tonino Guerra, il poeta che amava la vita”, quasi fosse uno zio simpatico e un po’ strambo; nasce da chi ama la vita perché ha conosciuto bene la morte.
Tonino Guerra ha più volte ricordato che cominciò a comporre poesie quand’era prigioniero nei campi di concentramento nazisti, e questo non va mai dimenticato. Le poesie gli sgorgarono dal cuore in quel suo romagnolo di Sant’Arcangelo non per sperimentazione letteraria o aderenza al neorealismo ma perché lui potesse ancora sentire sulla lingua il sapore della sua terra nelle ore più buie della sua vita, in preda all’ansia e alla paura. Il suo ritorno a casa, allora, fu di certo il più difficile di tutti.
Ricordo ancora il mio primo incontro con lui, attraverso Mimmo, un amico a cui devo (mi accorgo ora) molte delle scoperte più importanti della mia formazione letteraria. Ogni tanto se ne arrivava da noi che scrivevamo poesie con qualche suo libro vissuto, e senza quasi dirci chi fosse l’autore cominciava a leggere con quel sorriso complice di chi ha scoperto qualcosa di davvero eccezionale e vuole condividerlo con te che sei suo amico. Quella sera in particolare ci lesse E’ binèri (dalla raccolta I bu), ovviamente in un dialetto incomprensibile per un pugliese e che poi ho tradotto in italiano per farla completamente mia, perché la sentivo così vicina a me da non poterne fare a meno. Questo è il mio Guerra:
................................E’ BINÈRI
................................Stavólta l’è cla vólta ch’a m’amàz.
................................Furtéuna ta me dè la sierpa ad lèna
................................da mètmi tònda e’ còl próima ad scapè
................................ch’l’è una matóina si du binèri giaz.
................................I BINARI
................................Questa è quella volta che mi ammazzo.
................................Fortuna che m’hai dato la sciarpa di lana
................................da mettermi attorno al collo prima d’uscire
................................ch’è una mattina sui due binari di ghiaccio.

E trovo che morte migliore per lui, creatura autunnale pur in tanta leggerezza, non potesse esserci. Sembra quasi una delle avventure del suo zio perso in Cina: morire il primo giorno di primavera di un anno bisestile in cui la primavera effettiva è arrivata il giorno prima.
(Le opere qui riprodotte sono di Tonino Guerra).
martedì 20 marzo 2012
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