Penso all’opposizione fondamentale di Fromm, «essere o avere», e penso come la stessa, trasportata a Sud, cambia colore, perché qui il verbo «avere» non esiste, non si usa, è un prestito dell’italiano al nostro dialetto più profondo. A Sud non si dice «avere» ma «tenere», io non ho, tengo. È una differenza importantissima, perché la lingua, al di là di quanto ci fanno credere quelli che decidono per noi, non è solo un fatto di colore, la scelta di un vestito o una opzione economica, no, la lingua che parli dà un significato diverso a come guardi il mondo. Così «avere» è una condizione fuori dal tempo: io ho qualcosa da sempre, posso perderla certo, ma è mia di diritto; «tenere», invece, è una condizione provvisoria, un colpo di fortuna o di furbizia, qualcosa che mi sono conquistato, ma che trattengo finché posso, non è mio e già domani potrebbe essermi strappato e tornare in gioco. «Tenere» è il verbo dei poveri, di chi ha fame e morde l’osso con rabbia. In questo senso, tradurre l’opposizione di Fromm in «essere o tenere» cambia tutto, una opposizione così ti fa già precario nell’anima, già votato a quel nulla che ti spetta per nascita, oppure all’«essere» che qui, una volta, si identificava in due modi: o col rispetto e l’onore garantito ai galantuomini, per quanto poveri, dalla loro parola; oppure, per gli ultimi, non con l’essere uomo, ma con l’identificarsi in tutto e per tutto con Dio, centro del mondo, come se fossimo, noi, cosa sua. Dio ci teneva stretti e solo lì, fra le sue fauci, eravamo al sicuro.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
lunedì 2 novembre 2015
il guaio
«Ma il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi non erano né perversi né sadici, bensì erano e sono tuttora terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica [...] che questo nuovo tipo di criminale, realmente hostis generi humani, commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male».
[Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, 1964]
domenica 1 novembre 2015
citazioni (colte o meno)
«Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa». Cinquant’anni dopo ho perso il conto di quanti mi hanno ridato indietro un libro e detto: «No, io non leggo, non ho tempo», oppure mi hanno ridato indietro un libro e detto: «Adoro leggere, ma la poesia non tanto la capisco…». Credo ci siano più lettori di poesia in Groenlandia, fra le foche, che in Italia. Poi certi vanno in piazza, a sentire Benigni e mi dicono orgogliosi: «Però quel Dante lì, come mi piace». E non sai mai se intendono Alighieri o si confondono con Dente. La divina Commedia di Dente, vi giuro che è possibile. Viva il giorno dei morti.
sabato 31 ottobre 2015
anniversari
Parlando di quarantennali interessanti quest'anno cade, anzi cadeva proprio ieri (l'ho appena letto, anche se andrebbe tenuto conto del fuso orario) quello dell'inizio dei concerti della Rolling Thunder Revue che viene considerato, da molti suoi fan, il più bel tour mai realizzato da Bob Dylan. Così, per un poeta che muore, ce n'è uno che canta...
la differenza
Mio caro amico che mi scrivi in privato che col post di ieri su Pasolini ho esagerato, e che tutti hanno diritto di pubblicare tutto per campare e il mio è, evidentemente, l'attegiamento snob dei poverelli, di chi, ultima ruota del carro editoriale, se la tira perché non può gareggiare sul mercato, io da qui ti rispondo che sarò anche l'ultimo degli ultimi, ma la differenza fra noi due è evidente, quella che passa fra un architetto che sogna cattedrali e un palazzinaro che aspetta condoni. E scusa se è poco.
venerdì 30 ottobre 2015
avvoltoi
Arriva inesorabile il quarantennale della morte di Pasolini. Lo senti, lo vedi, in tv o sulle bacheche di tanti (anche la mia), lo vedi in libreria fra le nuove uscite. Di tutto propongono, meno che la ristampa della sua prima e fondamentale raccolta di poesie, La meglio gioventù (o La nuova gioventù come la ripubblicò poco prima di morire, deviandone il senso). Di tutto propongono, persino delle cose di indubbio pessimo gusto, spesso morbose, specchietti per le allodole, o gli avvoltoi affamati, a cui non interessa chi era Pasolini, ma solo com’è morto, da chi lo ha preso in culo e se c’entra la Cia, tutto il gossip possibile, tutto ciò che un Editore (per me) dovrebbe evitarsi, dovrebbe EVITARE agli altri, perlomeno per una questione di eleganza, di facciata. Invece vedo cose che mi lasciano perplesso e persino infastidito. E amando Pasolini, amandolo davvero, rispondo come posso, con la poesia, non mia, ma più alta di Giorgio Caproni.
Caro Pier Paolo.
Il bene che ci volevamo
– lo sai – era puro.
E puro è il mio dolore.
Non voglio pubblicizzarlo.
Non voglio, per farmi bello,
fregiarmi della tua morte
come d’un fiore all’occhiello.
martedì 27 ottobre 2015
anna e la sua rosa
Non so per quale particolare meccanismo succedono queste cose, ma stamattina, all'improvviso, mi sono ricordato di una ragazza di cui ero un sacco preso al liceo. Si chiamava Anna, e visto che lei era lesbica e io, invece, ero il classico nerd, forse per questo stavamo sempre insieme, al punto che molti pensavano fossimo parenti, fratelli o cugini, certamente due sfigati. Noi ci giocavamo anche molto su questa storia. Lei vestiva come un uomo, giubbotto di pelle, jeans e capelli corti dietro col ciuffo alla Elvis, io, occhiali scuri, indossavo perennemente un cardigan nero e avevo in testa una sorta di pagliaio biondo stile Beatles, che oggi a sentirlo uno non ci crederebbe. Lei era una pittrice bravissima, appassionata di olio e di Caravaggio, io preferivo gli acrilici, i futuristi, Picasso e Paul Klee. Anna era innamorata, al punto da cascare per terra priva di forze, per la forza schiacciante di tanto amore, di una ragazza di nome Rosa, capelli lunghi da zingara e sguardo nero e intenso, che all'epoca tentennava fra lei e un altro ragazzo. Il classico triangolo, o quadrangolo, o vai a capire tu cos’era di preciso. Fatto sta che le sue paturnie Anna le raccontava a me, ore e ore di paturnie amorose per Rosa, sdoganate a Piazza Castello a Taranto, a un ragazzetto brufoloso che voleva solo baciarla e si accontentava di una fratellanza nella diversità per sentirsi meno solo. In terza liceo Anna era il mio centro, il mio faro, la mia migliore amica e la mia complice, poi, non so per quale particolare meccanismo succedono queste cose, l'ho persa di vista con l'università e stamattina all'improvviso, in un lampo di sole, dopo anni di dimenticanza mi sono chiesto: "Chissà che fine ha fatto, Anna?" L'ho anche cercata su Fb ma nulla, non c'è. Scomparsa col mio pagliaio e con quel bacio, l’unico, che mi è riuscito di strapparle, nemmeno per pietà, ma solo per fare ingelosire Rosa che ci guardava da lontano, non disse niente, ma poi se la rubò.
sabato 24 ottobre 2015
martedì 20 ottobre 2015
la carezza
Vorrei scrivere poesie d’amore
per ogni ragazza o ragazzo dei call center
quando gli presti cinque minuti
e parlando capite, attraverso le più stupide domande
che siete poveri in due, e in due da soli
e per questo compagni contro ogni possibile opzione
parola o lingua, incomprensione
inutili indagini di mercato, dopo
tu gli dici buon lavoro e quello o quella
ti risponde grazie, con una voce
come se gli avessi appena fatto una carezza.
per ogni ragazza o ragazzo dei call center
quando gli presti cinque minuti
e parlando capite, attraverso le più stupide domande
che siete poveri in due, e in due da soli
e per questo compagni contro ogni possibile opzione
parola o lingua, incomprensione
inutili indagini di mercato, dopo
tu gli dici buon lavoro e quello o quella
ti risponde grazie, con una voce
come se gli avessi appena fatto una carezza.
lunedì 19 ottobre 2015
il peso inutile delle parole
Mi accorgo adesso che di tutta questa storia del processo a Erri De Luca, erano sbagliate le premesse, fin nell'hashtag #iostoconerri. Ma perché? Erri De Luca è processato per le sue parole, e finora l'unico a usare la definizione più giusta, parola contraria, è stato proprio lui. Noi pensavamo al personaggio, allo scrittore o all'eroe. Erri De Luca si chiede se questo è il primo processo di una nuova Italia o l'ultimo processo di una vecchia Italia. Gli rispondo io, che comunque vada, è il solito processo di una vecchia Italia in cui noi, difensori del giusto, che tanto vituperiamo i giudici, siamo come loro, uguali a loro. I giudici lo condannano perché quelle parole le ha pronunciate un VIP, una persona importante, che dunque ha un peso diverso dal nostro. Noi, che lo difendiamo, lo difendiamo per gli stessi identici motivi, non per il principio che la parola è sacra, ma perché a pronunciarla è stato proprio De Luca col suo peso. L'dentico processo, a un'altra persona, a Pinco Pallino che sia, così come non avrebbe sortito lo stesso effetto per i giudici, non lo avrebbe sortito nemmeno per noi. In tutto questo De Luca, comunque vada, vince, ma la parola contraria perde, al di là di ogni sua possibile manifestazione, perché il suo peso contrario è proporzionale alla nostra omologazione.
Ore 13.00
Assolto perché il fatto non sussiste.
Pensa te, quanto tempo abbiamo perso, dietro a un fatto che "non sussiste".
Ore 13.00
Assolto perché il fatto non sussiste.
Pensa te, quanto tempo abbiamo perso, dietro a un fatto che "non sussiste".
sabato 17 ottobre 2015
incontro di sabato pomeriggio
Malinconia, per aver rivisto un mio vecchio compagno di liceo dopo vent'anni. L'ho guardato e la prima cosa che ho pensato è stata: "Minchia com'è invecchiato!" Poi ho passato il resto dell'incontro con la paura che lui pensasse lo stesso di me, all'opposto. Invece ci siamo salutati e mi ha detto: "Ma lo sai che invecchiando sei migliorato?". E ho cominciato a pensare al cesso che, da ragazzo, dovevo essere, prima di migliorarmi come il vino.
ambizioni
Fra due giorni si decide di Erri De Luca. E, per quanto siamo tutti un po' tuttologi sul potere, non è un processo da sottovalutare, almeno per chi ambisca a dire la sua senza censure. Intanto, stamattina, rileggevo La parola contraria e ho pensato che, comunque vada, lui sarà contento. Se lo assolvono ha vinto la sua (giusta) battaglia e se lo arrestano potrà includersi fra i martiri della resistenza. Ci sono scrittori che si accontentano di stare seduti a casa a mettere insieme parole, costruirci storie, e altri che hanno bisogno di intervenire sulla storia, cercare lo scontro per fare della parola azione. Erri De Luca, come scrittore, almeno per i miei gusti, ha girato troppo intorno alle parole (soprattutto nei romanzi, che spesso utilizzano la stile della prosa poetica e baroccheggiante che tanto piace agli italiani a cui la poesia, a parole, fa venire il mal di testa). Ma in La parola contraria De Luca ammette come ha sempre ambito a annoverarsi in quest'ultima categoria, da Orwell a Pasolini. Lui in questo processo vince perché non solo è dalla parte (giusta) degli sconfitti, dà voce agli esclusi dalle logiche disumane del potere, ma anche, al livello più alto della pura ambizione artistica, perché dà un senso alla propria scrittura e alla propria storia proprio attraverso gli esclusi.
il nome
Di faccia alla totale quasi-indifferenza
di editori e critici, scrittori, persino blogger
mi prende il dubbio, a volte, se è solo una questione
di potere editoriale, che non ho e quindi non sono
o se sono meno bravo di quanto mi credo
e allora sono un altro e non mi riconosco. Delle volte così
mi sento più un Amleto che un Cervantes, io
che di Amleto non ho niente. Qualcosa non mi torna
né si torna più indietro, nemmeno a volerlo. Mi dissi Lillo, e il nome non agì...
di editori e critici, scrittori, persino blogger
mi prende il dubbio, a volte, se è solo una questione
di potere editoriale, che non ho e quindi non sono
o se sono meno bravo di quanto mi credo
e allora sono un altro e non mi riconosco. Delle volte così
mi sento più un Amleto che un Cervantes, io
che di Amleto non ho niente. Qualcosa non mi torna
né si torna più indietro, nemmeno a volerlo. Mi dissi Lillo, e il nome non agì...
giovedì 15 ottobre 2015
tre poeti
Tre poeti, uno per uno nella notte.
Il primo mi confida che compone
per avermi letto, ma senza mai capire dove
andassimo. Il secondo mi domanda della nebbia
in cui vaghiamo dal mattino e presto, aggiunge,
darò luce anche a te nella mia storia. Il terzo condivide la paura
di una vita senza un grammo di certezza e il dubbio
chi di noi si salverà domani? (Lasciata agli sportelli
ogni speranza di collocamento, oltre i cancelli
delle fabbriche o la scuola).
Il primo mi confida che compone
per avermi letto, ma senza mai capire dove
andassimo. Il secondo mi domanda della nebbia
in cui vaghiamo dal mattino e presto, aggiunge,
darò luce anche a te nella mia storia. Il terzo condivide la paura
di una vita senza un grammo di certezza e il dubbio
chi di noi si salverà domani? (Lasciata agli sportelli
ogni speranza di collocamento, oltre i cancelli
delle fabbriche o la scuola).
martedì 13 ottobre 2015
domenica 11 ottobre 2015
manuali
Io credo che chi traduce un testo letterario abbia a che fare con una materia per la quale non ci sono manuali, perché il traduttore a me sembra che deve essere anche lui in balia della propria impotenza, come dice Agamben, accettarla, accoglierla, fare come il poeta, coltivare la propria disperazione e avere una specie di fede insensata in un evento improbabile, perché è vero che noi siam dei meccanici, in un certo senso, ma siam dei meccanici che parlano di macchine «la cui storia, dentro di noi, non si spegnerà mai; e sarà la storia della nostra libertà», come dice Manganelli, e mi viene in mente una poesia del 1933 di Osip Mandel’štam che dice, più o meno: «I tartari, gli uzbechi, i samoiedi, e tutto il popolo ucraino, e i tedeschi del Volga, perfino, aspettano i loro traduttori. E forse, in questo momento, un giapponese, mi sta traducendo in turco, e mi fruga l’anima». Ecco, secondo me uno che traduce, si prende prima di tutto quella responsabilità lì, di frugare l’anima, e non ci sono manuali per l’uso dell’anima, o se ci sono io non li conosco.
[Paolo Nori, dal suo blog]
siti su pasolini: il privilegio dello stile
Segnalo una bellissima e assai lucida intervista a Walter Siti su Pasolini e sulla sua eredità culturale, politica e letteraria. L'intervista è a cura di Giacomo Giossi e pubblicata sul blog Gli Stati Generali.
"Mi colpisce molto l’articolo di qualche giorno fa di Roberto Saviano in risposta alle accuse di plagio. Una sacrosanta difesa, però nell’ansia di difendersi Saviano dice una cosa che nessuno scrittore dell’età di Pasolini avrebbe mai detto, ossia dice che c’è un solo modo per raccontare i fatti il che è una cosa palesemente falsa. Saviano fa una distinzione tra fatti e interpretazione che classicamente è giornalistica, ma non letteraria. Qualunque letterato dell’epoca di Pasolini sa che tutto è interpretazione, anche una rappresentazione neutra è già di per sé tinta di emozioni. Insomma l’importanza che lo stile aveva per quella letteratura adesso è sottovalutato e subordinato ad un panorama linguistico internazionale. La posizione di Saviano è internazionale, mentre il privilegio dello stile è nazionale."
L'intera intervista può essere letta QUI.
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