Autore mi scrive per bisogno, mi dice di avere il blocco dello scrittore e di essersi convinto che solo la pubblicazione di una raccolta potrebbe aiutarlo a liberarsi di questo peso. Ragion per cui – non scrivendo qualcosa di buono da anni – ha pensato bene di rastrellare tutto ciò che teneva nascosto in fondo ai cassetti e ora mi chiede di pubblicarlo in chiave terapeutica. La maggior parte sono scarti, ammette, ma non è questo il punto, l’importante è rompere questo muro del silenzio che lo affligge. Mi chiede anche, nel caso che lo voglia rifiutare, di particolareggiare i motivi della mia risposta, perché se prova a mettersi nei miei panni non gli pare possibile che un editore di buon cuore volti le spalle a chi chiede umilmente aiuto. E se invece si sbaglia, vuole capire perché.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
domenica 8 dicembre 2024
sabato 7 dicembre 2024
lingua morta
Ieri
leggevo un’inchiesta pubblicata sul Sole 24ore: la natalità degli
italiani è al suo minimo storico, in compenso siamo il primo paese
europeo per arrivo di immigrati. Allo stesso tempo siamo uno dei paesi
più ignoranti della propria cultura, ce ne gloriamo senza sapere perché.
A rincarare la dose, un’altra inchiesta uscita in contemporanea – l’ho
letta su Repubblica, ma l’hanno condivisa in tanti – dice che quest’anno
rispetto al 2023 ci sono 900.000 lettori in meno, o per
povertà o per estinzione. Tutto questo mi rattrista enormemente. Hai
voglia a seguire le panzane allarmistiche del governo sulla
regolamentazione degli immigrati, ma se tutto questo non è accompagnato
da una adeguata politica culturale, io penso solo che non si può
arrestare un flusso naturale di persone giovani e vitali in un paese
vecchio e prossimo al suo collasso. Forse altrove si chiederebbe a
queste persone di imparare la nostra lingua e la nostra storia per
preservarle insieme alla loro. Ma io ho amici insegnanti che mi
raccontato di classi con stranieri abbandonati a se stessi
nell’incapacità di comunicare. Molto presto la nostra lingua, che è
nulla più di un dialetto su scala globale, per quanto nobile sia, priva
com’è di cura da parte dei suoi stessi parlanti, sarà completamente
abbandonata e dimenticata senza troppi patemi. Io la vedo come la mia
sconfitta, come la prova ultima che il meglio che ho da offrire a questo
mio paese in termini di linguaggio, di poesia e letteratura non solo
non è capito né gradito, ma è perfettamente inutile e presto diventerà
incomprensibile come il latino e il greco. Una lingua morta.
il pensionato
Autore mi chiama per chiedermi se voglio pubblicare il suo libro. Può uscire quando vuole mi dice, anche fra due o tre anni, basta che mi dà una data così mi metto al lavoro. – Dovrei prima leggerlo, gli dico, di che tratta? – Non lo so ancora bene, pensavo alla storia della mia vita o forse della mia famiglia, ma non ho ancora cominciato a scriverlo. Lei ha qualche suggerimento? – Questa è la prima volta che mi capita un autore che prima cerca un editore e poi scrive il suo libro. – Non avevo mai pensato di scrivere libri prima, ma sa, io ormai sono pensionato, non so che fare dalla mattina alla sera, così ho pensato che srivere può diventare un buon passatempo. Che dice? – Guardi, ormai lo fanno tutti, non vedo perché lei no.
venerdì 6 dicembre 2024
i papponi
Oggi
il servizio al Tg dice che, mentre mancano le figure tecniche e
professionali nelle aziende e si teme che l’avvento dell’AI e della
manodopera straniera porterà a una crisi senza pari del lavoro, in
Italia si abbassa sempre più il livello culturale della popolazione e le
scuole fanno sempre più fatica a formare le nuove generazioni. Un amico
insegnante mi racconta di un colloquio con una madre, anch’essa
insegnante, che di fronte ai voti bassissimi e al disinteresse
dei due figli (uno in prima e uno in terza) si giustifica dicendo che
tanto il loro è un problema generazionale, non ci si può fare niente, al
che il mio amico infastidito le ha risposto: “E noi che vogliamo fare,
ci vogliamo arrendere?”. Ma la situazione è comune a moltissimi
genitori, che più sono giovani e meno stanno dietro ai figli. Il futuro
per questi ragazzi, continua il servizio al Tg, si prospetta sempre più
nero. L’altro giorno una bambina in una classe delle medie ha detto che
da grande vuole fare la maestra perché “le maestre mangiano e dormono
tutto il tempo e non fanno niente”, il sogno di questi bambini infatti è
fare il meno possibile; un’altra bambina vuole fare il carabiniere
perché le piace l’idea di portare una divisa e picchiare in testa la
gente; mentre sta diventando una moda fra i maschietti (a quanto pare
introdotta da TikTok) dire che da grande faranno “i mantenuti”. In che
senso mantenuti? “Che mi cerco una ragazza più grande che lavora e mi
faccio mantenere da lei”. Niente di nuovo, insomma, ai tempi di Pasolini
quelli così si chiamavano papponi.
giovedì 5 dicembre 2024
il significato delle parole
Qualcosa evidentemente si sta incrinando nel velo di copertura di Israele, se all’improvviso la parola “genocidio” viene rilanciata in Tv e per bocca di organizzazioni internazionali. Oggi il Tg si apre con la notizia di Amnesty International che la usa, pur fra mille polemiche, per condannare Israele. È uno strano cortocircuito questo: molti non lo sanno ma la parola “genocidio” è una parola giovane, l’ha coniata un giurista ebreo dopo la seconda guerra mondiale, prima non esisteva un termine per definire certi crimini, ed ecco che così una parola contiene al suo interno tutta la storia recente di un popolo, il suo stigma secolare e la sua colpa. Ci pensavo anche alla fine del Tg, quando un altro servizio ha riportato la denuncia di Legambiente per cui in Italia ogni 18 minuti si commette un reato contro l’ambiente a opera delle ecomafie. 900.000 reati contro l’ambiente denunciati negli ultimi 30 anni, 84 reati al giorno solo nel 2023. La maggior parte dei reati contro l’ambiente sono realizzati dalle mafie nei propri territori di appartenenza (Campania, Sicilia, Calabria, Puglia, Lazio), nell’omertà più assoluta e in spregio alla salute della propria gente, degli amici, delle famiglie. Se pensate che le colpe degli Ebrei siano peggiori delle nostre, andate nella Terra dei cinque fuochi e chiedete quanta gente muore di tumore a causa di questo schifo. Ecco, la parola “mafia” è una parola italiana, coniata in Sicilia e rilanciata dopo l’Unità, quindi relativamente giovane, esattamente come “fascismo” che è nata a Milano; ma mentre la seconda ha avuto nell’ultimo secolo degli alti e bassi, la parola “mafia” si è talmente radicata nella nostra essenza da condizionare molti comportamenti sociali, la nostra politica, il nostro stesso guardare allo Stato come qualcosa che non ci riguarda, che anzi ci è ostile o d’intralcio, nel dispregio per le regole e per gli altri, per la cosa pubblica. Si è talmente radicata in noi questa parola che è una delle prime a cui si pensa quando si parla d’Italia, Italia = mafia. Esattamente come “genocidio”, la parola “mafia” chiude il cerchio sulla nostra essenza: un poco stigma e un poco colpa di cui ci macchiamo verso il mondo.
mercoledì 4 dicembre 2024
dignità di padri
Le cose più intense e ammirevoli dei Tg di questi giorni, pur nella tragedia da cui sono scaturite, sono state le reazioni così composte e piene di dignità e di pensiero sì di Gino Cecchettin, ma anche di Yehia Elgaml – che per la stampa pare non avere altro nome che “padre di Ramy”, ma che meriterebbe altrettanta attenzione. Sono due persone diversissime per provenienza e cultura, accomunate dalla perdita dei rispettivi figli per cause violente, eppure non una sola parola di vendetta è venuta da loro, non una di rabbia. Spesso gli esempi di più alta civiltà vengono dai parenti delle vittime e ogni volta ci si stupisce di come fanno, ci si interroga su cosa faresti tu al loro posto. Guardandoli, viene da chiedersi se siano l’eccezione che conferma la regola nella generale barbarie che avanza, oppure sperare che non siano soli, e che rappresentano ancora il meglio di questa società, la parte invisibile e civile che non si arrende ai peggiori istinti (quelli che darebbero fuoco alla città per rappresaglia), ma che proprio per questo non fa notizia e non finisce in Tv finché non viene macchiata dal sangue.
martedì 3 dicembre 2024
caro michele
Ieri ho visto due film di Mario Monicelli, di quelli considerati minori. Uno abbastanza bruttino, La mortadella, del 1971, con protagonista la Loren che va negli Stati Uniti per sposarsi e si porta dietro come dono di nozze un prosciutto prodotto apposta per lei, che ovviamente le crea problemi alla dogana (in sostanza una buona idea per un cortometraggio dilatata oltremisura). L’altro, assai più serio, è Caro Michele del 1976, trasposizione dell’omonimo romanzo epistolare di Natalia Ginzburg, definito da molti come lento ed eccessivamente letterario, di certo non immediato, ma invece parecchio affascinante. Garboli definiva il romanzo come il resoconto di un “progressivo assideramento” e altrettanto fa il film adattandosi a quelle atmosfere sospese e irrisolte, a cui Monicelli contrappone la figura rivisitata di Mara, antipaticissima e invadente ragazza di Michele, interpretata da Mariangela Melato al suo top. Ne deriva un film sull’incomunicabilità che rappresenta la disgregazione di una famiglia borghese e dei suoi amici (tutti abbastanza anemici, patetici o stronzi) che nulla hanno da dirsi e nulla da sperare e così si aggrappano per sopravvivere alla figura evanescente di Michele, scappato all’estero e che mai si vedrà ritornare (simile a un Godot in minore) ovvero a quella di Mara che però, di contro, o li vampirizza o li respinge con la sua sfacciata vitalità, fino a restate cocciutamente sola; e in questo senso è da segnalare il finale della pellicola che è un dichiarato e parodistico omaggio a Tempi moderni di Chaplin. Il film è visivamente molto bello, specie in determinate sequenze invernali o di chiara derivazione pittorica, ma la sua caratteristica più sorprendente sta forse nel fatto di essere non solo uno dei meno monicelliani dei film di Monicelli, ma allo stesso tempo il più alleniano, anticipando la struttura e le atmosfere pregne di muta disperazione di certi film di Woody Allen degli Ottanta. Persino l’apparentemente italianissima Mara, trasposta in un film di Allen, non avrebbe nessuna difficoltà a passare per la classica ragazza ebrea sboccata e scroccona, come se ne incontrano tante nei suoi film. È come se certo umorismo e fatalismo yiddish fossero stati assorbiti da Monicelli dalle pagine della Ginzburg e trasposti in una pellicola che anticipa molte delle future soluzioni sceniche di Allen, e tutto questo negli anni in cui lo stesso Allen non aveva ancora compiuto il suo passaggio dal puro cinema comico a quello più meditativo e drammatico della sua maturità (Io e Annie è del 1977). Nota di merito a margine, la pregevole presenza come attore (nella parte del padre artista di Michele) del poeta Alfonso Gatto.
lunedì 2 dicembre 2024
la superficie
"A volte vorrei essere la superficie" scrive Levante, sottolienandolo due volte col rosso, nel suo nuovo libro di poesie collage e dipinti, intitolato Opera quotidiana e orgogliosamente pubblicato da Rizzoli, a cui non si può dir nulla perché bisogna anche fare cassa. Ma io che l'ho sfogliato vorrei anche risponderle (senza sembrare il solito maschio) che non capisco questa finta modestia, giacché da ciò che ne ho letto questo libro è tutta superficie, visivamente splendido sotto l'aspetto grafico e illustrativo, ma al grado zero dello scavo intimo, tanto più se a scriverlo (e questo forse è il lato per me più deludente) è una giovane donna di 37 anni, che scrive appunto: "Parola, sei una magia che mi accade / l'emozione mi esplode nelle viscere e nelle viscere ti trova", oppure si chiede "A che binario mi aspetta la vita? E perché proprio al 23?" o rivendica uno spazio con banalità: "Carissima/ stella nera/ principessa inquieta/ nel regno dei maschi/ hai/ la colpa di essere/ un cervello a cuore aperto/ con passo leggero/ avanza ancora/ questa è la tua voce/ alzala" (quest'ultimo realizzato come un collage di parole ritagliate dai giornali che tutto ha da invidiare a un Balestrini). Ecco, io senza voler sembrare il solito maschio del regno dei maschi che se la prende con una donna più giovane perché ha successo, vorrei anche dirle che sì, io un po' ci rosico sapendo che la pubblica Rizzoli con un libro così debole nei contenuti, e che mi dispiace anche un po' per voi: per voi poetastri che magari siete altrettanto superficiali, ma non avendo lo stesso potere commerciale da spendervi non potete che mandare il vostro libro a me (che vi cestinerò); e per voi, poeti e poetesse che ci provate a trovare un vostro spazio editoriale, ma purtroppo avete sbagliato i tempi, e dalla parola che si fa magia nelle viscere siete già passati intorno ai quattordici anni.
domenica 1 dicembre 2024
bisogna insistere
Alla fine di Celluloide (1996) di Carlo Lizzani, film che ricostruisce i giorni in cui venne girato Roma città aperta, opera che oggi viene considerata fondamentale ma che all’epoca non venne capita e fu anzi un fiasco clamoroso in Italia prima di venire riscoperta dalla critica straniera rilanciando la carriera dei suoi autori, proprio alla fine del film c’è uno scambio di battute fra i personaggi di Anna Magnani (Lina Sastri) e Roberto Rossellini (Massimo Ghini) che riassume in due battute tutti i timori e le speranze che giorno dopo giorno si muovono nel cuore di chi prova a fare arte, spesso senza un solo riconoscimento a dargli coraggio. – A Robe’, dice la Magnani, e se avessimo sbagliato tutto? – Anna, anche se fosse vero, che ce n’è importa? Bisogna insistere.
e quando sono triste, non mi ascolti?
Frank Sinatra sings for Only the Lonely (1958), per quel che ne penso, è il più bel disco di Frank Sinatra, accompagnato dall'orchestra arrangiata dal grande Nelson Riddle. Il ritratto in copertina, di Nicholas Volpe, è un dichiarato omaggio all'opera I Pagliacci di Leoncavallo. Il repertorio è tutto composto da torch song, ovvero canzoni d'amore perduto (ovviamente indirizzate ad Ava Gardner), e l'intero disco è fatto per essere ascoltato e goduto esclusivamente col buio. Canzoni che parlano di bar vuoti e bottiglie svuotate, di albe che prima o poi arriveranno. Uno di quei dischi che quando lo senti già dalle prime note capisci subito che Tom Waits lo avrà consumato sul giradischi. Nel pezzo di chiusura, One for my baby, Sinatra, accompagnato dalle note indolenti del piano, canta: "Non lo diresti mai, amico mio, ma sono una specie di poeta / E ci sono un sacco di cose di cui vorrei parlarti / E quando sono triste, non mi ascolti?". Come si fa a non amarlo?
sabato 30 novembre 2024
vergogna
L'anno scorso durante il vertice Cop28 in Arabia Saudita si disse chiaramente che riconvertire le fonti energetiche in chiave meno impattante in termini di inquinamento e surriscaldamento globale sarebbe stato più costoso che pagare i danni ai paesi più colpiti del terzo mondo. Quindi si promise a questi ultimi di pagare loro un indennizzo per tamponare i danni e rallentare il più possibile la loro fine annunciata mentre i paesi ricchi del mondo si prendevano il loro tempo (fino al 2035) per capire come aggiustare le cose, senza rinunciare a nulla del proprio benessere. Che già di per sé era una cosa oscena. Quest'anno, durante il vertice Cop29 in Azerbaigian, con significativa assenza degli Stati Uniti post elezione Trump, hanno cambiato le carte in tavola, dicendo che ai paesi del terzo mondo, invece dei richiesti 1.300 miliardi di dollari all’anno da oggi al 2035, sarebbero stati dati solo 300 miliardi di dollari di indennizzo (la carità) con la possibilità di dilazionare la promessa riconversione energetica ben oltre il 2035 perché le nostre economie sono in difficoltà. Tutto questo detto a paesi che nella maggior parte dei casi sono soggetti a carestie, siccità, inondazioni e disastri climatici, e la cui popolazione, quando emigra verso le nostre terre, o viene mal sopportata o addirittura disprezzata. Roba da vergognarsi di noi, prima di tutto come esseri umani.
venerdì 29 novembre 2024
immagini di tbilisi
Ogni violenza è a suo modo terribile, ma le immagini trasmesse al Tg degli scontri in piazza a Tbilisi, per chi come me è cresciuto nell'immagine favolosa e delicatissima che ce ne ha lasciato l'amato Tonino Guerra nei suoi libri, sono una cosa da spezzare il cuore.
mercoledì 27 novembre 2024
monacale
Sono talmente raffreddato che ho il piano della scrivania e il pavimento tutto intorno invasi di clinex umidicci e appollottolati, al punto che se ora entrasse qualcuno nella stanza non crederebbe mai all'immagine di castità monacale con cui spesso mi compiaccio di descrivermi.
cercando sergio garufi
Ieri – per quella strana forza che si chiama destino – un amico che non sentivo da un po’ mi scrive per chiedermi se Sergio Garufi fosse morto. Io preso dal panico scrivo un messaggio a Garufi per chiedergli se sta bene. Garufi mi risponde che sta bene – è solo che gli hanno hackerato il profilo Fb e ora tutti gli scrivono messaggi del tipo “Manchi” oppure “Vorrei che fossi qui” che possono ingannare chi non sa, ma Sergio ha scelto di prendere la palla al balzo e invece di farsi un nuovo profilo ha rinunciato ai social. Così gli ho scritto e lui mi ha annunciato che proprio ieri sono usciti due suoi racconti su due diversi libri che ne attestano la buona salute. Uno sta su un libro sul cinema a Milano. L’altro è dedicato alla figura del filosofo Dario Generali e parla del suo rapporto di amicizia con lui, nato quando Generali divenne suo professore al liceo: uno di quei rapporti – nonostante la differenza d’età – profondi, solidi, antichi, che sembrano usciti da un romanzo di Giorgio Bassani, così inusuali oggi in puro clima di svuotamento e contestazione della figura professorale. Generali, spiega Garufi, non mi ha dato soltanto un metodo di lettura e di analisi che poi ho applicato per tutta la vita nei miei scritti, ma mi ha dato anche dei ricordi che sono legati a dei luoghi, a dei discorsi, a delle canzoni. Così Sergio, legando quel rapporto a un tempo e a una canzone che cantavano spesso nei loro giri in auto, “E ti vengo a cercare” di Battiato, fa un paragone con le modalità di amicizia attuali. Oggi, tramite i social, ci si tiene in contatto istantaneamente col telefono, si sta fermi in un punto, il nostro centro, e si scrive all’altro dal proprio centro richiamandolo a sé, come due fari che si guardano attraverso il mare. Ma una volta, prima dei social e degli smartphone, dice Sergio, se volevi arrivare a qualcuno, nell’incertezza della sua presenza, dovevi per forza andarlo a cercare, chiedere di lui, muoverti verso di lui, anche solo per andare a fischiare sotto la sua finestra, o sedersi su un muretto aspettando che passasse, e quel movimento, la sua intensità e durata, misuravano il tuo affetto, il tuo bisogno dell’altro. Allo stesso modo dello scrivere a/di una persona, che è un po’ come muoversi interiormente verso di lei, fare uno sforzo di memoria per rimettere insieme dei pezzi, dare la misura del proprio affetto attraverso la logica di un discorso in uno spazio che è quello del cuore. E questo perché, conclude Sergio, gli amici e gli scrittori, o gli amori, che più contano nelle nostre vite, non sono soltanto quelli che più frequentiamo, ma soprattutto quelli che, in un modo o nell’altro, non smettiamo mai di cercare.
rimozione
Per una serie di motivi legati alla situazione del Libano in questi mesi, negli ultimi giorni mi è capitato di parlare e voler rivedere un film di qualche anno fa, Valzer con Bashir, molto bello, che parla del massacro di Sabra e Shatila nel 1982. Il regista era all’epoca un soldato di diciott’anni arruolato nell’esercito che partecipò a quell’eccidio e poi ha letteralmente rimosso per vent’anni quanto successo fino a dover fare una serie di interviste ad altri soldati per recuperare quei ricordi e rielaborarli in un film, quindi presentare quest’opera che parla del senso di colpa di chi esegue degli ordini che non capisce, occupa un paese precipitando in un clima di follia e anche quando si rende conto del male che accade, pur non partecipando in prima persona alla strage, sceglie di non vedere, di girare la testa dall’altra parte diventando complice. Credo ci sia voluto molto coraggio e maturità per arrivare a fare un film così che scava nella propria carne. Ma il bello è stato questo, negli ultimi giorni, parlando di questo film con tre diversi amici, tutti e tre pur conoscendo il film hanno avuto un moto di stupore nell’accorgersi che il regista Ari Folman fosse ebreo (credo tuttora residente a Tel Aviv) e nessuno sulle prime ha creduto che un ebreo potesse fare un film così: tutti ricordavano l’opera in sé come atto di denuncia, ma avevano dato per scontato che a farlo fosse stato un avversario dello stato israeliano e non un interno, e così a loro volta avevano rimosso l’identità del regista nello stesso modo in cui lui aveva rimosso per anni il ricordo del suo alter ego in divisa in cui non era più riuscito a riconoscersi.
martedì 26 novembre 2024
immagini del libano
Ci sono tante cose che mi hanno particolarmente colpito nell’incontro dell’altra sera con Elisa Gestri, che fa la fotoreporter a Beirut. Forse l’immagine più forte che mi ha lasciato è quella della speculazione edilizia – puro capitalismo di guerra – che già si sta facendo a Beirut così come a Gaza: intere aree cittadine vengono bombardate a oltranza, anche se non ci vive più nessuno, ma non per odio, quanto per fare piazza pulita in attesa della ricostruzione, mentre a conflitto in corso vengono già lanciati annunci pubblicitari che dicono ad esempio: Vendesi 9 appartamenti sul lungomare a prezzi d’occasione! Così si portano avanti col lavoro. Un’altra immagine riguarda il fatto che i libanesi odiano storicamente i palestinesi quanto gli israeliani, per cui non li riconoscono nemmeno come cittadini, persino se sono nati lì (esattamente come da noi che si rifiuta lo ius soli ai figli degli immigrati che nascono in Italia). Ci si trova così a convivere oggi, in uno stato grande quanto l’Abruzzo, col problema degli sfollati di diverse etnie ognuna delle quali ritiene l’altra responsabile delle proprie sventure secolari creando un clima di tensioni interne difficile da gestire: gli sfollati palestinesi in Libano, ad esempio, non hanno diritto ai letti per cui devono dormire per terra. Su questo clima d’odio c’è chi ci specula. Ecco che gli unici che oggi vanno d’accordo, nel nome del comune odio antiisraeliano, sono Hamas ed Hezbollah, che trovano i soldi per la guerra (santa): nel mercato nero (dove spesso vengono rivenduti medicinali e aiuti umanitari europei che non arrivano mai alla popolazione perché in uno stato corrotto com’è il Libano vengono intercettati prima e rivenduti alla stessa popolazione a peso d’oro); nella prostituzione, nella vendita di organi (!), nella produzione e vendita di droga: e lì noi, mi dispiace dirlo, in quanto consumatori attivi di quel mercato siamo corresponsabili di molte atrocità. Perché qualsiasi stronzo d’Europa che compra droga anche per uso personale, partecipa alla guerra finanziandola in prima persona, poi magari scende in piazza a protestare contro le violenze del potere, ma intanto le finanzia attivamente, grammo per grammo, e nemmeno per aiutare il popolo vessato, ma solo una delle forze militari in campo che sulla guerra ci campa esattamente come tutte le altre. E infatti, una delle poche immagini positive che ci ha raccontato Elisa riguarda una camionetta di Hezbollah arrivata in un paesino del Libano dove i militari Hezbollah sono stati fermati dalla popolazione esausta per la guerra e picchiati a sangue.
domenica 24 novembre 2024
l'epigrafe
Stanotte ho sognato che morivo e mentre mio fratello mi faceva cremare e spargeva le mie ceneri nei campi dietro casa senza nemmeno il funerale, gli amici per rispetto mi prendevano un loculo ma piccolino (tanto era vuoto), sulla cui lapide facevano incidere questa epigrafe: VITANTONIO LILLO-TARI' / NON POTEVA CHE FINIRE COSI', e visto che la scritta prendeva molto spazio, mancavano sia la foto che le date di nascita e di morte. Come soluzione mi piaceva così tanto che non solo (per quanto morto e incenerito) mi sentivo contento, ma vi direi pure, voi che mi leggete, di segnarvelo per quando servirà.
venerdì 22 novembre 2024
la sagra della porchetta di roma
Mentre leggo post di giovani autori indignati che consigliano di boicottare PLPL per le contraddizioni che ogni sala/salone/festival/sagra/rassegna si porta sempre dietro, perché sono eventi che servono a muovere soldi, non libri o idee, ma soldi (ragione per cui, a voler essere integri, bisognerebbe boicottarli tutti), mentre leggo questi post vedo la foto di un mio amico con cui, poco tempo fa, ebbi il coraggio di essere diretto e sincero come raramente sono capace di fare, e gli dissi: “no, le tue poesie sono brutte, secondo me non dovresti pubblicarle” spiegandogli che cosa non andava. Lui allora mi abbracciò, mi disse che avevo ragione, che ero un vero amico per la mia sincerità e che avrebbe seguito i miei consigli e continuato a studiare per migliorarsi, mi disse così poi oggi ho visto una foto in cui pubblicizzava il suo libro, quello stesso libro che aveva fatto leggere a me, pubblicato con un altro editore. Non è nemmeno una colpa la sua, fanno tutti così. Ma proprio per questo credo che ogni forma di boicottaggio, per quanto necessaria, non possa portare a nessun risultato, perché prima di boicottare gli altri bisogna imparare a fare i conti con se stessi e se dici alla maggior parte degli autori: “scegli se essere integro oppure se vuoi vedere il tuo libro alla sagra della porchetta di Roma”, la maggior parte degli autori ti risponderà che vuole essere famosa, anche accontentandosi della porchetta.
mercoledì 20 novembre 2024
voi
Autrice mi chiama al telefono per comunicarmi che sono stato scelto per pubblicare la sua raccolta. – O anche voi siete come tutti gli altri, che dovete fare prima la selezione? – Signora sì, serve prima fare la selezione. – Ma siete tutti uguali voi, ma com’è?! Sempre con questa selezione, la selezione, la selezione… fate la selezione e poi non mi richiamate mai! – Signora, così funziona l’editoria… Lo ha spedito a molti il suo libro? – Sì, io veramente volevo pubblicare con Mondadori o con Sperling & Kupfer, ma non mi hanno risposto quegli…! – (La sento agitarsi, tirare col naso e poi soffiarlo forte al telefono). – Signora, ma sta piangendo? – È che siete così cattivi voi editori, giocate coi sogni delle persone! Ora anche voi fate la selezione! – Ma voi chi, signora? – Voi, voi… voi piccolini!
martedì 19 novembre 2024
il cassetto
A poco più di un anno di distanza vado nel suo cassetto a cercare delle carte che ci servono per la banca, apro per la prima volta il suo portafoglio. In una tasca ci sono due foto: una sua da ragazzo che faceva lo scemo al mare in costume da bagno ed occhiali da sole a goccia, dietro la foto è annotato a penna “quant’è bella giovinezza!”, nell’altra sta serio serio accanto a mia madre che lo tiene al guinzaglio. A parte c’è un mazzo alto così di miei biglietti da visita. Lo sapevo già che quando si fermava a parlare con qualcuno li tirava fuori dicendo: “Lo conosci mio figlio?”. Il bello è stato scoprire che in macchina nascondeva i miei libri. Io lì a cercare di capire come mai non mi tornassero i conti sul numero di copie nei cartoni, e mio padre che pieno di orgoglio li regalava in giro senza dirmi nulla.






