Si soffre per così tante cose che alle volte perdi il conto delle cose per cui devi soffrire: l’amore disperato e quello che non è perfetto, l’orgoglio, la dignità, un amico che ti tradisce “o che magari tradisci tu” [cit. Jovanotti], il lavoro se c’è o se non c’è, la salute se c’è o se non c’è, il tempo che passa e non c’è nulla da fare, la morte degli altri, il fatto che poi si ride uguale, la morte tua se ci pensi, il pensiero che domani è un altro giorno ma uguale. C’è pure chi soffre di non soffrire per nulla, non riesce a sentire nulla, e dice di provare dolore per sentirsi un po' più simile agli altri, perché chi soffre è più bello. Ne conosco tanti così. Si nascondono in mezzo agli altri, e sono così bravi a recitare che spesso si fa fatica a riconoscerli.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
mercoledì 25 giugno 2014
lunedì 23 giugno 2014
il portatore d'acqua
Oggi in posta, mentre facciamo la fila, il duca mi parla di Paoluccio, scampato all’epatite da piccolo, senza famiglia, scappato dai monaci che ne hanno abusato, poi venuto a vivere in paese. Si arrangiava facendo il portatore d’acqua. All’epoca non c’era l’acqua corrente nel borgo e lui si caricava un grosso recipiente sulle spalle e la portava nelle case. Era povero, solo, vestito male. Era analfabeta, eppure l’aveva toccato la poesia. I pochi soldi che metteva da parte li investiva nell’edizione a fascicoli della Divina Commedia illustrata da Doré. Se la studiava per ore, accarezzandone le pagine con gli occhi, poi la sera, dopo il lavoro, la portava al duca e ad altri vecchi e se la faceva leggere a voce alta. “Quante cose che ci sono nel mondo!” diceva, scoppiando in lacrime ogni volta, e si consolava così, d’essere non un ramo storto sulla terra, ma parte di una grandezza tale, che c’era bisogno anche di lui perché fosse completa.
domenica 22 giugno 2014
tutto l'amore da non dire...
Tutto l’amore da non dire
l'ho messo da parte
per un’ora – per scoprire
come declina,
come ci coniuga:
io ti bacio
tu mi baci
noi ci baciamo. Adesso.
l'ho messo da parte
per un’ora – per scoprire
come declina,
come ci coniuga:
io ti bacio
tu mi baci
noi ci baciamo. Adesso.
sabato 21 giugno 2014
scrivere è come pisciare
le dico. Niente mi viene più facile
centrare ogni istante nel buco
e inchiodarlo alla vita.
Sei un Bukowski dei poveri dice
per tirarsela un poco
anche lei. Smettila cristo
di schizzarmi le scarpe. – Anche questa
è poesia.
centrare ogni istante nel buco
e inchiodarlo alla vita.
Sei un Bukowski dei poveri dice
per tirarsela un poco
anche lei. Smettila cristo
di schizzarmi le scarpe. – Anche questa
è poesia.
venerdì 20 giugno 2014
ti scrive così...
Ti scrive così
per sentirti più sua
sulla lingua – che non sa
che tu sola conosci
come il codice del cuore
più segreto
quando dice ti amo – uno straniero
uno scrittore.
per sentirti più sua
sulla lingua – che non sa
che tu sola conosci
come il codice del cuore
più segreto
quando dice ti amo – uno straniero
uno scrittore.
mercoledì 18 giugno 2014
lunedì 16 giugno 2014
la canzone del giovane zingaro
Guarda: sotto l’arco celeste
passeggia libera la Luna;
su tutta la natura al suo passaggio
riversa il suo splendore.
Chi indicherà verso il cielo
dicendo: fermati ora!
Chi dirà al suo cuore di ragazza:
ama uno solo, non cambiare!
Chi indicherà verso il cielo
dicendo: fermati ora!
Chi dirà al suo cuore di ragazza:
non cambiare, amane uno solo!
(Puskin)
passeggia libera la Luna;
su tutta la natura al suo passaggio
riversa il suo splendore.
Chi indicherà verso il cielo
dicendo: fermati ora!
Chi dirà al suo cuore di ragazza:
ama uno solo, non cambiare!
Chi indicherà verso il cielo
dicendo: fermati ora!
Chi dirà al suo cuore di ragazza:
non cambiare, amane uno solo!
(Puskin)
domenica 15 giugno 2014
venerdì 13 giugno 2014
fare lillo
Ho fatto un sogno. Aiutavo mio fratello a espiantare un albero in giardino. Fra le radici dell'albero ho trovato un vinile, sepolto lì da chissà quanto ma tutto intero, per nulla rovinato dall'umidità del terriccio. Aveva la copertina color seppia, su cui si intravedeva, sotto il titolo, l'ombra di un nero che teneva sulle ginocchia la sua tromba. Titolo del disco: FARE LILLO; autore: Shephan Rove; tracce: tre, questi i titoli: 1) Un ragtime nella foresta infernale; 2) Lucertole preistoriche; 3) Pernacchio, ovvero una riscrittura di Satisfaction per toglierle qualsiasi traccia di bianchitudine dal suono. Anche il cielo era color seppia, oppure verdone brillante come i rami, perché rifletteva il mondo intorno. Grosse lucertole (quasi preistoriche) correvano per il giardino. Poi la tromba ha cominciato a suonare e l’albero mi ha chiesto, in cambio del vinile, di potersene restare lì dov’era. Per nostra sfortuna il sogno è finito, e mi resta la nostalgia di sapere tutto di quel disco senz’averlo mai ascoltato.
giovedì 12 giugno 2014
anniversario 2
It was 20 years ago today che conosco Lou Reed. Prima dei Beatles, prima di Dylan e Neil Young, di Patti Smith, di Leonard Cohen, di Ciampi e De Gregori. Primo amore assoluto. Vent'anni è qualcosa di più di un'amicizia, è quasi un matrimonio. Me lo ricordo bene: una raccolta di pezzi suoi allegata a una rivista, copertina rossa, pezzi preferiti (dell'epoca): Berlin e Kill your sons. Poi sarebbero venuti tutti gli altri, dalla Banana a Magic and Loss. Vent'anni è un sacco di tempo, porcaccia miseria. Il tempo non dà tregua. Stasera La7 trasmette Quel che resta del giorno. Appunto. Domani è Sant'Antonio (votantonio! votantonio!), un anno esatto dalla morte di mio nonno. Sapete cosa faccio? Mi stacco dal pc e vado a farmi un giro. Per oggi non ci voglio più pensare. Domani è un altro giorno.
domenica 8 giugno 2014
sabato 7 giugno 2014
poesia nata morta...
Poesia nata morta
quella in cui non sei
o non sei più
o non è stata briciola
di te
che un giorno, speranza
saresti ritornata.
quella in cui non sei
o non sei più
o non è stata briciola
di te
che un giorno, speranza
saresti ritornata.
venerdì 6 giugno 2014
guerra fra i mondi
Non si può capire l'ultimo Tonino Guerra se non si fa esperienza del teatro d'opera russo e della letteratura popolare di quel paese. Più ascolto le opere che sta studiando mio fratello e più me ne convinco. In questo senso la sua scrittura, persa fra tradizione dialettale di Sant'Arcangelo di Romagna, linguaggio cinematografico della seconda metà del '900 (l'assoluta avanguardia artistica) e favola russa, è un caso a parte di ibrido transnazionale, una lingua che ha fortissime radici ma senza vera patria, praticamente l'Europa così come ci dicono che dovrebbe essere.
chi vuole può...
Chi vuole può
mi dice lei, dolcissima.
Ma io so
per esperienza o sfiducia
che nulla si può contro la vita.
Se viene viene
se non viene no.
mi dice lei, dolcissima.
Ma io so
per esperienza o sfiducia
che nulla si può contro la vita.
Se viene viene
se non viene no.
mercoledì 4 giugno 2014
tre poesie di erri de luca
TESSERA
Il nome che porto come lo zaino del contrabbandiere
è di uno zio, lui Harry, Erri io.
Nell’estate del sessantasei volevo diventare
il legno di faggio di una sedia a sdraio
dove posava il corpo illuminato a gocce la ragazza.
Sono stato il due di spade e il niente di denari,
operaio salariato e anche gratuito.
Sono stato un lardo di malaria,
dieci chili deposti a scolare su branda,
un odore di gomma nelle ascelle,
sette gradi di là dell’equatore e quarantuno in corpo.
Lì denunciai un serpente verde sotto una pietra,
l’hanno ucciso. Non ho avuto figli.
Per complimento una donna mi ha detto: che bel sangue ti esce.
Era rosso, rissoso, con le bollicine, ubriacato di ossigeno.
Amo il la minore in musica, lo strapiombo in parete.
Di tutta la macchina d’amore ho preferito i baci,
il primo, quello dopo, qualche altro non contato.
Molti amici in prigioni e negli esili
scontano il Novecento anche per me.
Nell’orecchio è rimasto qualche sparo vicino.
Alla mano basta una sera per dimenticare,
al resto di me no.
DA NOI
Da noi non si pronuncia l’ultima vocale,
le parole restano sospese.
L’inverno è viern, il resto è la stagione.
Prima e dopo sono primm’ e dopp’,
hanno più carne e ossa del presente, che è solamente:
mò.
L’ammor’ nuosto è piu tosto di amore,
più svergognata ‘a famm’ della fame,
i soldi sono ‘e sord’, il soldato ‘ o surdat’,
più sordo che assoldato.
Da noi il “c’è” non c’è, però ci sta.
Nessuno ha, però ci sta chi tiene.
Da noi non piove: chiove. La pioggia non infradicia
ma ‘nfràceta’, marcisce.
Il sangue è ‘o sang’ e vale meno di un bicchiere
d’acqua.
Da noi se devi andartene, fai che sei già partito,
pure prima di adesso, primm’ ‘e mò.
Teniamo il verbo più veloce del mondo, andare: i’.
Se te ne devi andare, t’n’ ia i’.
IO TE VURRIA VASA’
“Io te vurrìa vasa’”, sospira la canzone
ma prima e più di questo io ti vorrei bastare,
io te vurrìa abbasta’,
come la gola al canto come il coltello al pane
come la fede al santo io ti vorrei bastare.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare,
io ti vorrei bastare,
io te vurrìa abbasta’.
“Io te vurrìa vasa’”, insiste la canzone
ma un po’ meno di questo io ti vorrei mancare
io te vurrìa manca’,
più del fiato in salita
più di neve a Natale
di benda su ferita
più di farina e sale.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare,
io ti vorrei mancare,
io te vurrìa manca’.
Il nome che porto come lo zaino del contrabbandiere
è di uno zio, lui Harry, Erri io.
Nell’estate del sessantasei volevo diventare
il legno di faggio di una sedia a sdraio
dove posava il corpo illuminato a gocce la ragazza.
Sono stato il due di spade e il niente di denari,
operaio salariato e anche gratuito.
Sono stato un lardo di malaria,
dieci chili deposti a scolare su branda,
un odore di gomma nelle ascelle,
sette gradi di là dell’equatore e quarantuno in corpo.
Lì denunciai un serpente verde sotto una pietra,
l’hanno ucciso. Non ho avuto figli.
Per complimento una donna mi ha detto: che bel sangue ti esce.
Era rosso, rissoso, con le bollicine, ubriacato di ossigeno.
Amo il la minore in musica, lo strapiombo in parete.
Di tutta la macchina d’amore ho preferito i baci,
il primo, quello dopo, qualche altro non contato.
Molti amici in prigioni e negli esili
scontano il Novecento anche per me.
Nell’orecchio è rimasto qualche sparo vicino.
Alla mano basta una sera per dimenticare,
al resto di me no.
DA NOI
Da noi non si pronuncia l’ultima vocale,
le parole restano sospese.
L’inverno è viern, il resto è la stagione.
Prima e dopo sono primm’ e dopp’,
hanno più carne e ossa del presente, che è solamente:
mò.
L’ammor’ nuosto è piu tosto di amore,
più svergognata ‘a famm’ della fame,
i soldi sono ‘e sord’, il soldato ‘ o surdat’,
più sordo che assoldato.
Da noi il “c’è” non c’è, però ci sta.
Nessuno ha, però ci sta chi tiene.
Da noi non piove: chiove. La pioggia non infradicia
ma ‘nfràceta’, marcisce.
Il sangue è ‘o sang’ e vale meno di un bicchiere
d’acqua.
Da noi se devi andartene, fai che sei già partito,
pure prima di adesso, primm’ ‘e mò.
Teniamo il verbo più veloce del mondo, andare: i’.
Se te ne devi andare, t’n’ ia i’.
IO TE VURRIA VASA’
“Io te vurrìa vasa’”, sospira la canzone
ma prima e più di questo io ti vorrei bastare,
io te vurrìa abbasta’,
come la gola al canto come il coltello al pane
come la fede al santo io ti vorrei bastare.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare,
io ti vorrei bastare,
io te vurrìa abbasta’.
“Io te vurrìa vasa’”, insiste la canzone
ma un po’ meno di questo io ti vorrei mancare
io te vurrìa manca’,
più del fiato in salita
più di neve a Natale
di benda su ferita
più di farina e sale.
E nessun altro abbraccio potessi tu cercare
in nessun altro odore addormentare,
io ti vorrei mancare,
io te vurrìa manca’.
lunedì 2 giugno 2014
domenica 25 maggio 2014
riflessi condizionati
Colpevolmente in ritardo mi ritrovo a leggere e a recensire questo piccolo libro di Nicola Simoncini (Cascina, 1975), Riflessi condizionati, edito da Samuele Editore. Dico colpevolmente per due motivi, non solo perché mi era stato consigliato già da tempo – ma i miei tempi di lettura sono parecchio dilatati –, ma anche per il vivo e sincero piacere che ne ho provato. Simoncini ha dalla sua la notevole capacità di dire le cose in maniera piana, spesso divertita, con una serenità inusitata nella poesia odierna tutta tesa o verso una drammaticità senza uscita, oppure tutta rintanata in se stessa e nelle proprie nevrosi, o più spesso combinando questi due elementi in un mix, alla lettera, micidiale, per quanto spesso affascinante. Già dall’incipit della raccolta invece, in quel “io non sono un Poeta” che rimanda alla lezione scanzonata, a tratti sperimentale del futurista Corazzini, c’è la chiara volontà di non prendersi troppo sul serio, non nel ruolo di vate, almeno; invece ritroviamo, di testo in testo, la conferma di una approccio gioioso per quanto romantico, alla vita, della visione tutto sommato pacificata di chi è venuto a patto coi suoi demoni. In più Simoncini, si vede, ha letto e letto molto e inanella citazioni con perizia estrema – ma senza mai risultare oscuro o appesantire i versi –, in poesie in cui la parafrasi stessa diviene elemento giocoso per quanto significante: “lo stillicidio di parole” che ritorna in ben due composizioni è un buon esempio di come si possa recuperare in chiave nuova persino l’abusata eredità di Montale, che d’altronde ha così poco a che a fare con la poetica di Simoncini. Il verso è sempre controllato, così come il vocabolario, ricercato ma nitido, l’uso della rima perfetto, mai banale, ma anzi spesso virato in chiave ironica, a stemperare la drammaticità di taluni passaggi. L’atmosfera che si respira in questo libro è sempre rarefatta, talvolta malinconica talvolta pungente, ma sempre colloquiale, mai ombrosa. Opera, insomma, che forse non assurgerà al capolavoro, ma sempre gustosa, irriverente e dolcissima, da leggere appunto nelle giornate di sole. CHIMICA
Forse, precipitando in un bicchiere,
diverrà solido, un giorno, questo cuore.
Coagulerà e avrà sostanza anche il dolore
che si disperde mescolato ad un sorriso.
Non so se, evaporando in un ricordo,
diverrà gromma questa gocciola di sera.
Inerte osservo dissociarsi il giorno
mentre l’amore è una reazione e una catena.
NON TOGLIERE
Non togliere, ti prego, la tua mano
ora che il mondo sprofonda nell’ombra
e il cielo è un reticolo di nubi.
Solca con le dita la mia fronte
e sbroglia ragnatele di pensieri.
La mente è una matassa inestricabile,
un dedalo e un abisso che spaura.
Ti amo di un amore che non tace.
Il mio metro è l’assenza di misura.
LEZIONI DI VOLO (A MIA FIGLIA)
da quando il tempo t’assomiglia,
il presente non ha più misura,
né più mi fa paura fendere il vento
col dorso della mano. Così
ogni corrente che raccolgo può farsi
piuma o lama di coltello. Amare è il taglio
più profondo. Feriti però si vola meglio.
i cani sull'arca
Prima mi sono affacciato dalla finestra per vedere la furiosa grandinata che ci ha colpito, e all'improvviso ho notato arrancare sotto l'acqua il grosso cane bianco che da alcuni giorni si aggira intorno a casa mia. Era fradicio e magro e si trascinava come se non ce la facesse più a vivere. Mi è presa una tale tristezza guardandolo. All'improvviso non me ne è fregato più nulla dell'idea di Europa, delle votazioni, dei miei diritti e dei miei doveri. Ma a chi serve il mio voto? Forse che se rifacciamo l'Europa a qualcuno mai interesserà nulla di quel cane? Un puntino bianco sulla faccia del mondo? Boh, lo so è un discorso assurdo il mio, ma non ci riesco a pensarla diversamente, o ci saliamo tutti sull'arca, cani compresi, oppure qualsiasi discorso per me è come un puzzle a cui manchi sempre un pezzo.
sabato 24 maggio 2014
la siepe
Con l’arrivo del caldo le tartarughe hanno ricominciato le loro incursioni in giardino divorando ogni cosa, ogni nuova pianticella dalle foglioline morbide, dai petali vivaci. Così a malincuore, per salvare il giardino, mio padre le ha raccolte e spostate in un’aiuola recintata, dove si aggirano nervose private della loro libertà, o stanno lunghe ore all’ombra della siepe, sognando quello che nasconde. Senza i loro fruscii, il giardino si è fatto silenzioso, e a poco serve il lampo della lucertola sul muro o l’ombra pigra della farfalla in volo, o il canto ruvido dei colombacci sui cedri o delle gazze, o il piano ronfare dei gatti che sognano la caccia tra i papaveri. Un cane si aggira per strada da giorni, oltre il cancello. È alla ricerca di un padrone, e trascina ancora la catena al collo.
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