domenica 13 novembre 2016

quinquennio

Ieri notte mi è venuto in mente che non so se c'è ma sarebbe interessantissimo uno studio che contestualizzasse e mettesse in relazione la produzione del cantautorato italiano col quinquennio 1975-1980 (omicidio Pasolini, processo a De Gregori, rapimento Moro, disastro di Seveso, Loggia P2, eroina, terrorismo, strage di Bologna, strage Ustica ecc.) che è poi quello in cui molti produssero le loro opere più politicamente schierate e dure e alla fine del quale molti di loro, in un moto di disillusione, ripiegarono verso un cantautorato più intimo e sofferto, oppure verso un innocuo commerciale che era un po' una dichiarazione di resa nei confronti della storia. E forse mi sbaglio, ma uguale sorte è toccata, con le dovute differenze di linguaggio, a poesia e cinema.

malinconia solo d'estate...

Malinconia solo d’estate
prometteva il tempo incerto e
zoppicante. Invece si protrae
per troppo tempo l’incerto e
il malcontento ed è già inverno
senza estate.

sabato 12 novembre 2016

commemorazione

Devo dire che dopo aver assistito al primo funerale mediatico-planetario tributato a David Bowie a inizio anno, i toni più sommessi e intimi dedicati a Leonard Cohen in queste ore mi fanno pensare a una battuta che Paolo Villaggio fece alcuni anni fa durante la commemorazione funebre per Mario Monicelli: «A Roma morire dopo Sordi era una stronzata».

venerdì 11 novembre 2016

cifra

Strana sensazione accorgersi di poter dire esattamente dov’eri il giorno in cui è morto Salinger, e come non hai dato il giusto peso a quello in cui è morto Foster Wallace, cosa hai pensato quando è morto Lou Reed, e di che colore era il cielo quando hai saputo della fine di Bowie o di Leonard Cohen. Non è tanto la fine di un tuo mito a sorprenderti quanto la sensazione che lentamente la tua vita si assottigli con la loro scomparsa, fino a quando, evaporato ogni sentimento, di te resterà soltanto una cifra riportata sulle pagine di un libro proprio sotto il loro nome.

a singer must die

And I thank you, I thank you for doing your duty, 
you keepers of truth, you guardians of beauty.

mercoledì 9 novembre 2016

becchino

Sono una specie di becchino al contrario. Scavo d’inverno per ripescare stronzi buoni come combustibile per il fuoco, e riemergono invece cadaverini di animali domestici, che si confondono col paesaggio color terra bruciata e bianco di neve fresca come in un quadro fiammingo.

martedì 8 novembre 2016

archetipi

In molti sognano Dante. Ma per lo più si dividono fra Petrarca e petrarcheschi. A qualcuno tocca pure un Cavalcanti. Io per me spero (senza certezze) d’essere Cecco, né più né meno degli altri, ma indifferente alla calca dei pretini che si ritagliano un angoletto sull’altare. E per questo l’unico capace di gridare: «Dante spostati, mi togli il sole!».

domenica 6 novembre 2016

lo sfogo

Ora di cena. Mi chiama un mio autore per sfogarsi. Non ha più un lavoro, la ragazza lo ha lasciato, il corpo comincia a tradirlo quando gioca a pallacanestro e ha difficoltà persino a scrivere. È un concentrato di sfiga. Mi chiama e si sfoga con me per circa 40 minuti in cui parla quasi soltanto lui, mentre mi faccio un panino con birra e lo ascolto mugugnando di tanto in tanto per fargli sentire che ci sono. Alla fine, poco prima dei saluti, gli dico: «Mi raccomando a te, e scusami se non posso fare più di così». Lui mi risponde: «Ma scherzi? Sei il miglior editore del mondo. Sei meglio del mio psicologo e non ti fai pagare. Ti chiamo ancora! Ciao!». Io mi bevo un’altra birra.

sabato 5 novembre 2016

la goccia

Avere il mondo sotto gli occhi e non poterlo stringere. Ogni giorno che passa sotto il suo balcone, si sorprende a sollevare gli occhi – né può farne a meno – per fissare la sua biancheria stesa ad asciugare. Si vergogna un po’ dei suoi impulsi e se non sa dimenticarla, e del piacere che prova a riscoprire fra le altre le mutandine di pizzo che le ha regalato mesi prima. Gli sale un groppo in gola di rimpianto, e l’ansia di averle perdute per sempre, di non avere più il diritto di allungare la mano e prenderle, nonostante appaiano così vicine, pochi metri sopra di lui. È il turbamento di un attimo, poi tira dritto per non farsi notare dai vicini. Ma a certe ore del giorno, quando non c’è nessun altro in giro, senza quasi più pudore dà sfogo al desiderio. Si piazza sotto l’ombra leggera che appare una ragnatela invitante, fino a farsi sfiorare il capo e aspetta lì, chiudendo gli occhi nell’attesa, fino a sentirsele sgocciolare in fronte. Quando la prima goccia lo colpisce, lo pervade nella carne un brivido, come un neonato che venga battezzato dal suo ritorno. E assapora il suo lento scivolare sul volto, negli occhi, sul collo, che gli ricorda la carezza gentile del suo dito quando ancora lo cercava.

venerdì 4 novembre 2016

le ragioni del no


Nei giorni di sole Nino non riesce a resistere alla tentazione. Scende di casa, attraversa la strada ed entra nel negozio di mobili del figlio. Di mattina è quasi sempre vuoto, la clientela pochissima. Così ha non solo una stanza tutta per sé, ché già deve dividere casa con cognata e nipoti, la televisione perennemente accesa, le chiacchiere della vicina invadente, ma può anche scegliere fra i letti e i divani in fondo. In base all’umore del giorno ne sceglie uno più o meno esposto al sole, che entra dalla grande vetrata laterale. Toglie il lungo cappotto di panno scuro che ha comprato anni fa con sua moglie, poi si allunga sul divano o sul letto prescelto con la voluttuosa indolenza di una grossa lucertola, si lascia avvolgere dal tepore e in quel tepore si appisola ogni volta, per alcuni irrinunciabili minuti. La casa è fredda e fosse per lui terrebbe il cappotto tutto il tempo, ma sua cognata non vuole e lo rimprovera spesso perché lo tolga e si comporti un po’ da uomo. Così, per lui, il negozio si è trasformato nell’ultimo rifugio per la propria dignità.
Dopo aver dormito, Nino tira fuori dal portafogli i suoi foglietti, che sono il suo grande conforto, al punto che quando sua cognata ha provato a portarglieli via dicendogli che era ridicolo, si è opposto con tutte le sue forze fino a farla desistere. Li tira fuori e li rilegge, approfittando del silenzio, per correggerli fino a renderli perfetti. Oppure, se ha una nuova idea la appunta su quelli puliti che ha ritagliato dai vecchi quaderni di sua nipote. Sono epigrammi che non avranno mai una vera pubblicazione, ed esprimono soltanto la rabbia, la frustrazione per ogni sopruso o menzogna, tutta la sua insoddisfazione. Le alimenta con la forza inesauribile di giornali, trasmissioni, le chiacchiere in parrocchia o dal tabaccaio sotto casa. «Per tutto questo abbiamo vissuto e lottato?» chiede a se stesso e a sua moglie. Inetti e criminali al potere, razzisti, cialtroni, migranti e schiavi, terremotati, tedeschi, le banche che si mangiano tutto, la gente che invece di lottare seriamente si gratta oppure strepita, si piange adosso o ripete con violenza insensata slogan a tempo perso, fino a farlo vergognare di parlare la loro stessa lingua. Per tutti loro abbiamo vissuto e lottato?
E si sente crescere dentro come una furia che non sa più contenere, la scrive con forza, ma in rima. La appunta, col suo sangue gettato negli anni, in biglietti che si porta in tasca carichi di sdegno e di veleno, come pistole pronte all’uso. Il suo testamento morale: pistole civili, armate di parole che gridano: «Mi fate tutti schifo, voi servi, voi padroni senza nessun potere, i vostri discorsi che suonano come lo sciacquare delle stoviglie dopo una grande abbuffata e l’incredulità di quelli che sono rimasti a digiuno, ma zitti per tutta la vita mentre aspettavano gli avanzi».
E prega ogni sera, prima di addormentarsi, per le prossime elezioni, o per il referendum, uno dei tanti, ché arrivino il prima possibile. Ne pregusta già ogni passo, nel buio, nel poco tempo che gli resta. Sogna di dirigersi verso le urne a testa alta, guardare il mondo fiero, dall’alto, prima di tirare fuori il suo biglietto scelto per quel giorno. Far tremare la parete in alluminio sotto la sua terribile caustica matita, fino a consumarle la punta, mentre ricopia sulla scheda i suoi versi di rivolta, l’ultima occasione di far sentire il suo No al Paese, dopo che gli hanno abbassato la voce.

martedì 1 novembre 2016

il giardiniere alla foresta


Un giardiniere che, per brevissimo tempo, è stato celebre per un suo libro di viaggio in moto da cross attraverso il Messico non si incontra tutti i giorni. Eppure una mattina mi chiama al telefono e mi chiede un appuntamento per propormi, durante la mezz’ora che è riuscito a ritagliarsi fra una potatura e l’altra, la pubblicazione del suo nuovo libro prima della sua probabile partenza. 
Non l’ho mai visto prima, ma vive a pochi chilometri da casa, in un centro spirituale in perfetto stile indiano, ma organizzato come un B&B. Dorme lì gratis, in cambio di lavori di fatica fra cui la potatura di altissime palme sulle quali è il solo capace di arrampicarsi senza vertigini. Al suo interno fa vita appartata, sua unica compagnia è un gatto transgender che a un certo punto ha cambiato genere in maniera spontanea, trasformandosi da maschio a femmina. Per il resto lavora duro e senza respiro. Si sveglia all’alba, mangia da solo quanto più può per darsi energia – e svuotando ogni volta il frigo, motivo per cui non lo amano – poi tira dritto fino al tramonto con la consapevolezza che presto, appena fa due soldi, andrà via. 
Da come si descrive lo diresti un uomo taciturno. Invece, gioviale come pochi, mi si siede davanti e mi parla dei suoi racconti, oppure comincia a leggermi stralci dal manoscritto, scoppiando a ridere di tanto in tanto travolto dalla sua stessa ironia. 
Ricordo una storia in particolare in cui, in un suo viaggio onirico arriva in una valle. Ci è arrivato sognando perché gli hanno detto che qui, tutte le mattine, succede un fenomeno assai particolare a cui vuole assistere. Nella valle vivono, ancorate al suolo, delle enormi forme dormienti, lunghe fino a venti metri, che palpitano nel buio della notte, e che sollevandosi all’alba, risvegliate dai primi tiepidi raggi, trasformano la valle in una sorta foresta pluviale. Ecco che lontano, dietro l’orizzonte, comincia a intravedersi la luce, la terra si muove pigramente, poi trema per lo stiracchiarsi dei corpi, il loro gonfiarsi e irrigidirsi, tirarsi su pian piano a scatti, impennarsi e incurvati lievemente verso il cielo, rosei, lucidi e tirati in cima, appena scossi dal fresco del primo mattino che li pizzica. Una vera foresta di cazzi equatoriali. 
Sarebbe una visione maestosa e degna di Moebius, se a questo punto non arrivasse a mungerli una squadra attrezzata di nani che, con grande abilità, si arrampicano lungo il loro fusto nodoso, arrivano in punta e cominciano a massaggiarla con decisione fino a farli eruttare in uno spruzzo che ricorda l’esplosione di un gaiser o di un pozzo petrolifero, impiastricciando la valle dei loro succhi vitali. È una tale sconcezza di sogno che alla fine il suo stesso autore decide di abbattere questa foresta oscena ricorrendo alle forze speciali dell’aeronautica: una pattuglia composta da aerei a forma di vagina, che grazie ad ali basculari sono capaci di atterrare in verticale sopra i cazzi e… 
Gli dico che le sue storie mi piacciono ma non ho tempo di seguirlo, così lo passo a Luca perché ci lavorino assieme loro due. Ci lavorano così tanto – con lui che riscrive intere pagine del libro per ridarcele identiche a com’erano in partenza – che, ironia a parte, alla fine il libro non si fa più. Ci salutiamo, molto tempo prima della data annunciata per la sua partenza, quando ormai stufo di tutto e tutti, avendo fatto due soldi, mi telefona per comunicarmi che ha deciso di tornarsene un po’ dalla sua mamma, in Veneto.

lunedì 31 ottobre 2016

americanizzati

Rispetto a queste mode stupide o finto stupide (nel senso che uno fa finta che siano stupide per non dire che gli piacciono) tipo Halloween mi ricordo c’era un mio amico, Nannino il brasiliano, che liquidava tutti con una parola: «Americanizzati!». Non lo diceva alle mode, lo diceva alle persone, per dire che ormai erano corrotte, e le persone mi ricordo si incazzavano.

domenica 30 ottobre 2016

fatti, non parole

Domenica pomeriggio di malattia, sfiancato, lo passo in casa dividendomi fra i tg sul terremoto e un film che volevo vedere, La Macchinazione di David Grieco. Il film è bello, Ranieri è grande, ma come ogni volta che se ne parla il delitto Pasolini mi mette una gran tristezza. Possibile che – come dice Steimetz nel film – noi italiani siamo tutti dei Don Abbondio, profittatori e vigliacchi, oppure dei nani, troppo piccoli e con voci troppo esili per cambiare il mondo, anche gridando a più non posso? Non lo so. Quel che so è che, con tutti i suoi difetti estremi, non essendoci nient’altro intorno ci sono tanti oggi che sognano di diventare come Pasolini, lo prendono a modello anche se magari con loro non c’entra nulla, qualcuno lo emula, cita o scimmiotta come può, ma nessuno che abbia abbastanza palle per esserlo davvero. A fatti, insomma, più che a parole.

barriera del piscione

La strada di Nambu che fuggiva all’infinito ci invitava a salire ancora più a nord; con rimpianto tornammo invece indietro per far tappa al villaggio di Iwate. L’indomani, passando per Oguro-zaki […] ci spingemmo fino alla “Barriera del piscione”. Quando la donna di Yoshitsune, durante la lunga fuga nel nord, partorì, è in questo luogo che il neonato diede sfogo per la prima volta alla vescica. Volevamo raggiungere la provincia di Deva attraverso le montagne, itinerario poco frequentato, che sollevò i sospetti delle guardie e dei doganieri. Finalmente, ci lasciarono andare. La notte ci sorprese in piena montagna, ma fummo così fortunati da rintracciare la capanna di una guardia di frontiera, che ci offrì riparo. Imperversò tempesta per tre giorni, confinandoci in questo luogo abbandonato.

Pulci e pidocchi mordevano 
la notte sentivo il cavallo 
pisciare dietro il mio capezzale. 

pensierino zen

Sono così abituato a non usarlo che stamattina che mi serviva ho perso quasi un’ora per cercare il fon, per poi scoprire che era esattamente lì dove l’ho lasciato l’ultima volta circa dieci anni fa, accanto allo specchio. Semplicemente avevo smesso di vederlo.

sabato 29 ottobre 2016

amazon e il destino

Amanzon che mi manda le mail pubblicitarie coi libri scelti apposta per me e sono quelli che produco io stesso non so se è una mezza fregatura o la riprova che non poteva andare altrimenti.

venerdì 28 ottobre 2016

asterisco

Mi dice Sergio che già spedire una cartolina, ormai, è un esercizio di poesia. Ma quello che davvero mi commuove di questa è l'asterisco. 


mercoledì 26 ottobre 2016

l'uscita


«Il fatto che esista una parola, “sogno”, non significa e non implica che la realtà abbia un’alternativa». 

Iosif Brodskij, Lettera a Orazio 

Percorriamo da ore un lungo corridoio in pietra, o ponte coperto da un’altissima volta e «sospeso sul nulla, ma solido», come ci dice la guardia che ci accompagna verso l’uscita col fare svagato e un po’ sbuffante, ma colloquiale, di tutte le guardie annoiate e costrette a un lavoro ingrato. Ho provato a farle domande, ma non ha risposto a nessuna, aggirandole coi suoi sinceri apprezzamenti alla meraviglia architettonica di quel corridoio. Ma è così lungo e impervio, insensato e pieno di curve inattese che si avvolgono e avvitano e aggrovigliano su se stesse in una sorta di labirinto serpentesco, che appare più il delirio di un ingegnere folle che l’opera grandiosa che ci dipinge la guardia entusiasta. Siamo in tre con la guardia. Ci accompagna un bambino che non conosco ma si stringe a me senza mai guardarmi in viso, e mi assomiglia al punto da essere il mio ritratto di quando avevo la sua età, la stessa aria malinconica, lo stesso sguardo privo di sorriso di quand’ero bambino. La guardia, parodiandoci, ci chiama la sacra famiglia mancata, mancandoci appunto una donna.
La volta, senza alcuna forma di illuminazione, emana una sorta di luminescenza muschiosa dalle pareti, che mi lascia ammirato. La guardia ci dice che è così perché riflette la luce che si propaga dall’uscita, ormai non troppo lontana. Non le credo più, da quanto tempo ci costringe, senza violenza ma con decisione che non ammette lamentele, a quella marcia forzata. È un cammino di ore indirizzato verso la nostra morte, lo sappiamo, eppure non ci opponiamo, ormai rassegnati alla fine. Certo, preferirei non essere costretto a quella prova massacrante. Mi sento come spossato, come se le gambe non riuscissero più a reggermi e per un attimo credo che sia in bambino a furia di appendersi a me a togliermi ogni forza. Vorrei scrollarmelo di dosso, cacciarlo via, ma poi mi prende pietà di lui e lo lascio perdere. Mi volto indietro, per un attimo come richiamato da una voce, ma è un’illusione, e mi chiedo dove sia sua madre, dove la sua vera famiglia, e perché è stato affidato a me in quelle ultime ore che ci coinvolgono. Poi lascio perdere anche le domande e mi concentro unicamente sulla voce querula della guardia, sulle sue chiacchiere per ammazzare il tempo che ci resta.
Arriviamo dunque alla fine del corridoio o ponte, di fronte a un enorme e solido muro all’apparenza senza uscita. E ci dirigiamo verso un angolo, incontro a una porticina strettissima e irregolare che sembra essere stata scavata nella spessa parete cieca con un punteruolo di fortuna. È talmente stretta come uscita da sembrarci ridicola. E noi dovremmo passarci attraverso? Ma come? Forse potrebbe il bambino, ma io? Provo a spiegarlo alla guardia, ma lei si dice convinta del contrario, è possibile.
Ci invita a chinarci e ad allungare la testa attraverso quella finestrella per ammirare, dopo tale cammino, cosa finalmente ci aspetta. Gli obbediamo e restiamo come paralizzati, meravigliati da tanto splendore. Siamo sospesi, è vero, chilometri sopra il mare, quasi nello spazio aperto. Ma persino la Terra sotto di noi, che pare farsi sempre più lontana, si illumina della stessa luminescenza diafana del corridoio in cui siamo. Mi volto, di nuovo armato di domande, verso la guardia, che adesso mi punta contro una pistola per precauzione, ma continua a sorridermi da un’adeguata distanza di sicurezza.
«Si può sapere dove siamo? Cosa ci aspetta? Vuoi davvero che saltiamo di sotto da quella altezza?» chiedo, facendomi finalmente coraggio, e alle mie parole il bambino sembra stringermi ancora di più a me, e mi bacia la mano che intanto si è posata sulla sua guancia umida, per scaldarlo.
La guardia mi sorride, comprensiva, e tira fuori dalla tasca una corda d’oro che mi passa. «Non dovete lanciarvi di sotto, dovete calarvi con questa e andrà tutto bene. Ma occorre fiducia».
Ma la corda mi appare troppo corta per calarci di sotto, e resto immobile.
Lui mi sorride per la terza volta e mi rivela: «Siamo nella pancia del Signore, questo è il suo intestino. Tocca a voi, adesso, dargli un senso».
Il bambino comincia a tremare contro il mio corpo, si stringe di più, sempre di più a me, fino a farmi male. Io fisso la corda che mi appare ancora troppo corta, non so decidermi, mi chiedo se a un certo punto ci sarà una magia, e come potremo mai uscire da quella fessura strettissima nel muro. Allora sento il grilletto della pistola che viene caricato. Osservo la canna puntare minacciosa verso di noi.
«Ora pregate» ci ordina.

lunedì 24 ottobre 2016

impegno

Mio fratello, maestro di pianoforte e fino a poco tempo fa tenore nel coro del Petruzzelli, si è adattato ai tempi che corrono e ha trovato lavoro in una scuola di musica come insegnante di canto pop. Non è proprio la musica che preferisce, ma come in tutte le sue cose ci mette dentro un impegno e una dedizione assoluti, e studia quello che non sa per darlo al meglio ai suoi allievi. Non lo credevo possibile fino a stasera, ma passare all'improvviso dagli studi su Čajkovskij a estemporanee esecuzioni al piano di Your Song di Elton John fa il suo bell'effetto.

concime


«Li associati a delinquere cui per più d’un ventennio è venuto fatto di poter taglieggiare a loro posta e coprir d’onte e stuprare la Italia...» 
Comincia così la nuova edizione, stavolta non censurata, di Eros e Priapo, estrema invettiva antifascista di Carlo Emilio Gadda, che all'epoca (1967) venne grandemente ripulita da Adelphi (con editing di Enzo Siciliano) per la violenza del sentimento e l'immaginario osceno, visto che poi il linguaggio è sempre altissimo e visionario. La cosa più sconvolgente del libro non è tanto il livore espresso contro Mussolini e il regime, ma la feroce condanna degli attegiamenti vanesi, velleitari, machisti e brutali della cultura dell'epoca, che non sono per Gadda espressione di una dittatura scesa sull'Italia a umiliarla ma, al contrario, concime di stampo prettamente italiano su cui il fascismo ha attecchito con gusto.