sabato 2 giugno 2018

festa della repubblica (e si vede)

Dopo la sollevazione nazionale sul caso Mattarella, registriamo al 2 giugno come il primo assoluto atto di questo nuovo Governo che avrebbe dovuto essere perlomeno di rottura, sia l’aver preso l’amante di uno dei suoi due leader per metterla a lavorare in Rai, canale di Stato per cui si pagano le tasse. Il tutto alla luce del sole, con la sfacciataggine e l’arroganza di chi ha il potere in mano. Ci voleva dunque la Lega per ribadire questa sostanziale verità che si fa biglietto da visita del nuovo corso politico italiano: se vuoi un lavoro figo devi darla al Capo! Ancora peggio, l’assoluta naturalezza con cui tutti hanno preso la notizia, fra scrollatine di spalle e qualche battutina sconcia, dopo mesi di scassamento di coglioni delle femministe per cui tutto è un attentato ai diritti della donna meno darla al capo per un lavoro, non ci lascia presagire nulla di buono per quello che verrà, ma non dall’alto quanto piuttosto dal basso, dai soliti assuefatti al potere, a tal punto da non vedere più, non indignarsi per i micro attentati alla democrazia che si ripetono ogni giorno intorno a noi: quelli dove c’è una persona che ha una posizione privilegiata rispetto alla tua non perché sia più brava ma perché va a letto col Capo. Cosa c’è di democratico in tutto questo? Cosa c’è di nuovo? Tutto è cambiato perché non cambi nulla, come diceva qualcuno in un celebre libro, che non cito perché oggi citare i libri è diventato impopolare e demodé.

mercoledì 30 maggio 2018

la sostanza delle cose

Siccome è un po' di giorni che mi capita, andando in giro per il paesino, che qualcuno mi chieda dove si può comprare il mio libro e, soprattutto, se vale la pena comprarlo (giuro che mi è stato chiesto anche questo e non sapevo se mettermi a ridere o meno per non offendere chi me lo ha detto), rispondo in maniera molto franca e democratica che trattandosi di un libro se si va a cercarlo in libreria di sicuro non sbagliate. Se, ovviamente, lo state davvero cercando. Quanto al fatto se valga o meno la pena comprarlo non dovrei essere io a dirlo, perché se dico di sì allora pecco di modestia e se dico no faccio un danno all'editore che ha creduto in me. (Eppure l'omino fetente che mi covo dentro a volte avrebbe tanta voglia di rispondere che se consideriamo la montagna di superfluo in cui spendiamo i nostri soldi giornalmente, il mio libro sarebbe la perfetta ciliegina sulla torta di quella che è la sostanza delle cose: la cacca in cui credo siamo immersi. Intendiamoci, non è un gran male, anzi dicono che fa bene alla pelle. Infatti intorno a me vedo sempre tante persone gggiovani, che non fanno altro che sorridere e fanno anche domande intelligenti del tipo: dove si comprano i libri?)

martedì 29 maggio 2018

poesia con innesto

Il martedì controllo ospedaliero.
Mi salva dalla noia in sala attesa
Alfonso Guida che canta la «polvere
cadere dai muri verde-acqua di ogni
stanza». Non ci sono sedie vuote
in questo carico di morte preannunciata.
Né pace
nell’avvilente brulicare della carne
di vecchio che si affaccia con la lista
delle prescrizioni – l’ago conficcato
nel braccio per l’innesto necessario
di dolore che abbiamo da spartirci
morso a morso, vero corpo e vero sangue
di Cristo. Sfacciata all’improvviso
balugina nel solco d’emergenza
un’infermiera soda e assai bellina
nella divisa ancora immacolata
di neo segnata dalla morte. In lei
si avanza una carica ferina che scoppia
nel suo petto salutare
per noi che stiamo immobili in attesa
che si sprigioni il male. Lei passa e
ci sorride e in quella luce verdolina
richiama la mia carne al suo patire
l’istinto irrimediabile alla vita
che spinge ad obbedire
«senza morte al presente, al suo gioire»
la prepotente smania di ragazzo
 di morderle mai sazio le mele.
Nulla è perduto! – mi dico
se il vecchio puntandole il fianco
mi preme sul gomito e l’ago
mi rincresce nella carne ormai nemico.

l'aria

Una delle gioie più grandi che sto provando in questi giorni mi viene dal fatto che quei pochi avventurosi che hanno comprato il mio libro di racconti, quando ho chiesto loro quale fosse la storia che preferivano, mi hanno risposto tutti in maniera diversa, indicando ora un titolo ora un altro, che per me è la prova più evidente che abbiamo fatto un buon lavoro, creando un’opera minuta ma trasversale che può catturare l’attenzione di più persone. Non è cosa da poco per me. Alla fine, se ci ho messo tanto a pubblicare un libro così è perché ho sempre avuto paura di non essere abbastanza bravo e di non avere nulla di importante da dire. Il fatto di avere scoperto che non fossi il solo a pensarlo un po’ mi conforta, nel senso che mi accorgo di come non fosse una mia paura infondata, ma un pregiudizio reale, di tanti, anche di alcuni miei amici. Credo sia l’ambiente in cui siamo cresciuti che sia, per sua stessa natura, eccessivamente competitivo, ma proteso allo svilimento piuttosto che all’incoraggiamento, qualcosa che tende a schiacciarti col pregiudizio che comunque non sei abbastanza buono per questo o per quello. Io ho cominciato in famiglia e non ho mai finito di sentirmelo dire. Dover ogni volta ricominciare da capo, persino a quarant’anni, per dimostrare di essere in grado di fare qualcosa di buono, è parecchio faticoso, talvolta ti sfianca. Però è anche vero che fa bene alla persona che sono diventato cercando di sopravvivere a tutto questo, uno che prova a dare leggerezza a tutto, persino all’aria che respira.

lunedì 28 maggio 2018

melodramma

Non c’è nulla da fare, l’italiano medio è per sua stessa natura portato al melodramma: non per nulla è nato qui il genere. Forti sentimenti, intrighi, anima e core. C’è tutto quello che ne può catturare l’attenzione, muovere lo spirito ai più alti principi democratici. Verdi lo aveva capito, è da lì che passa l’unico possibile senso dello Stato dei nostri cittadini, da lì e dall’odio per il tiranno di turno. Ecco perché, se si parla di amministrazione spicciola, lotta alla criminalità e corruzione, difesa del paesaggio, integrazione, pari opportunità, rispetto della cosa pubblica, rispetto basilare delle regole (che è pur sempre politica) l’italiano medio se ne sbatte altamente i coglioni, ma basta che gli dai un poco di colore, di romanzo popolare, e subito gli si risveglia il sangue nelle vene, lo spirito di parte e di partecipazione, il fervore nazionale o la tifoseria calcistica su chi ha ragione o torto, su chi è buono e cattivo, bello o brutto, con tanto di scommesse con battutina sconcia su chi si tromberà la Tosca alla fine, e senza che questo incida minimamente sul fatto che domani, indipendentemente dal chilo di stronzate che si è detto oggi e dal disastro che in ogni caso ci aspetta, si torni al bar amici più di prima per prenderci un caffè assieme.

domenica 27 maggio 2018

utopia

Ieri sera a Disimpegno. appunti intorno all'abitare Pierangelo Caramia, architetto, ha detto cose assai illuminanti sul proprio mestiere. Fra le altre, questa mi ha particolarmente colpito, perché parlando di architettura ha riassunto un concetto applicabile credo all’arte in tutte le sue forme. L’architettura, ha detto Caramia, si divide sostanzialmente in due tipi: c’è l’architettura fatta per conoscere e l’architettura fatta per riconoscere. Quest’ultima si muove su schemi già esistenti, già provati, che siano facilmente identificabili, ed è fatta per rassicurare l’uomo rispetto all’ignoto, all’infinito che ci si para innanzi; la prima, sperimentale, è un salto nel buio, proteso all’utopia, che è per se stessa necessaria ma destinata al fallimento. L’architettura pura tende sempre all’utopia.

sabato 26 maggio 2018

estinzione

Confesso di essere sempre più sfiduciato sul senso “politico” di ciò che faccio. Anche io, come tanti, sono convinto che le grandi rivoluzioni del genere umano siano frutto della cultura e non della politica. E anche io ho sposato a lungo la teoria del complotto, l’idea che la cultura venisse di continuo vessata e avvilita dalla politica perché togliendo la cultura alle masse era più facile controllarle. Invece, più vado avanti in questo mio lavoro “culturale”, più ne faccio esperienza concreta, e più mi convinco che non c'è nessun complotto. Semplicemente il nostro popolo ha avviato una rapida e irreversibile metamorfosi che lo sta trasformando in un branco di capre governate da altre capre. Il riferimento alla capra non viene da Sgarbi, ma a Landolfi e Saba. Questo mi addolorava, perché una capra è sempre una creatura di pena, destinata al macello. Eppure ieri Francesco Santoro ha detto una cosa assai acuta, che va preso atto che l’estinzione è parte integrante della natura, che anche noi ci estingueremo, e assumere questa verità è un gesto di maturità verso la vita.

venerdì 25 maggio 2018

felicità

Una mia amica scrittrice oggi mi ha detto: Ho letto il tuo libro di racconti e mi è piaciuto tantissimo. Sono troppo felice per aver scoperto che scrivi così bene.
Io scherzando le ho detto: Perché, non ti fidavi?
Lei scherzando mi ha risposto: No.

pensiero sulla privacy

Sono a favore della privacy e tutto, ma bisogna essere pratici, se vuoi mantenere la tua privacy intatta e virginale, allora fai come mio cugino e ritirati in campagna senza computer e con un vecchio telefono. Limitati a fare acquisti nel negozio dietro casa. Paga in contanti. Evita le banche. Non prenotare voli. Non andare all'estero. Insomma, sforzati di vivere con la discrezione che aveva tuo nonno invece di scassare le palle a me con tutta questa caterva di adempimenti che non ci salveranno dal fatto che se entri nella rete ci resti intrappolato per sempre, nell'attimo stesso in cui ti fai un account di posta elettronica, altro che diritto all'oblio. Che, per la cronaca, è un diritto non più riservato manco ai morti.

giovedì 24 maggio 2018

snob

Stamattina, in libreria, con un atteggiamento in cui non mi riconosco e di cui un poco mi sono vergognato, mi sono ritrovato davanti allo scaffale di poesia, per la maggior parte occupato dalla bianca di Einaudi. Così, per abitudine, ho dato una scorsa ai titoli, ne ho aperti un paio a caso e poi, quasi scocciato, ho rimesso tutto a posto mentre pronunciavo la parola: “Cacatine”. E mi sono sentito in colpa per averlo detto a voce alta.

mercoledì 23 maggio 2018

senza infamia

Stamattina il mondo social che mi si è costruito intorni negli ultimi anni è diviso fra chi piange Roth, chi ricorda Falcone e chi beatamente non sa né del primo né del secondo. E, almeno per il primo, non è detto che sia poi una tale infamia.

domenica 20 maggio 2018

egregio

Un amico qualche giorno fa mi ricordava – perché spesso tendiamo a scordarcelo fino al punto di averne ridotto il senso all’ossequio scherzoso – che uno dei massimi elogi per i latini era “egregio”, la cui etimologia spicciola intende: “che sta fuori dal gregge”. È una cosa che non tutti possono permettersi di dire, anche se in troppi sono convinti di essere unici e speciali. Ciò che li distingue, però, è soltanto il colore della lana.

parole prestate a persone e libri inutili

supermarket

«Bianciardi! Allora la vita agra è finita! Sei arrivato al successo! Eccolo qua il successo, come un cantante contornato dalle ammiratrici a firmare autografi, bravo!» 
«Il successo è anche questo, ma non ce ne lamentiamo troppo, perché può succedere ben altro. C’è il supermercato!» 
Il supermarket, eccolo il massimo del successo, la cultura di massa: una massaia che compra il libro di successo insieme ai piselli e ai pomodori in scatola. 

[Bianciardi!, documentario di Massimo Coppola, 2008]

sabato 19 maggio 2018

l'infanzia del mondo

Finalmente, dopo lunghissima e speranzosa attesa arriva l'opera omnia di Tonino Guerra. L'infanzia del mondo. Opere (1946-2012) pubblicato da Bompiani. Due volumi per circa 3000 pagine in cui c'è raccolto praticamente tutto: i primi romanzi ormai introvabili pubblicati con Vittorini, tutte le poesie, le sceneggiature dei film (con Antonioni, Fellini, Tarkovskij ecc.) tanta di quella manna che l'ottimismo è poca cosa per descriverla. Ci ha solo un difetto questa raccolta, che costa 95 euro (nemmeno troppe in verità per quel che offre). Ma come sanno bene i miei amici, io credo in loro con tanta forza pura [cit. Neruda]. E male che vada c'è pur sempre il Natale.

saggezza

Nelle belle giornate di sole
il mio gatto posato sul balcone
non s’interroga più sul mio amore
non rompe, si gode il sole.
Mi lascia, dentro, da solo
alla mia disperazione d’autore.

le opere acerbe

Io certe volte non li capisco quelli del capolavoro a tutti i costi. Mi fanno sempre venire in mente un decreto di Stalin che diceva che lo Stato avrebbe finanziato esclusivamente opere che sarebbero diventate immortali, come se si potesse dire a priori cosa può esserlo e cosa no, e in base a quale criterio. Invece, se devo dirla tutta, se devo avvicinarmi a un autore mi piace avvicinarmi un po’ da lato, mi piacciono le opere prime, quelle che spesso si definiscono acerbe, oppure quelle di transizione, quando si sta mutando pelle ma si è ancora confusi sulla direzione che prenderà la propria arte. Sono quelle in cui il ventaglio di possibilità è più ampio, il fianco dell’autore maggiormente scoperto, ingenuità, fatica, disperazione, tutto è alla luce del sole, vergato ora con mano più sicura ora esitante in uno schizzo appena accennato, mentre si cerca l’intuizione giusta che scocchi la scintilla dell’idea.

venerdì 18 maggio 2018

dovrei anche lavorare

Oggi la gatta ce l'ha con me perché dopo avermi obbligato a giocare con lei e coccolarla per circa due ore a un certo punto le ho detto: "Scusa, ma dovrei anche lavorare". Ora sta nell'angolo offesa, e guarda verso il muro come se non esistessi. Ma, se la conosco, appena abbasserò la guardia si avvicinerà per affondarmi le unghie nella carne. Just like a woman.

tipografi

Ultimamente sento spesso usare la parola tipografo in relazione alla figura dell’editore, quasi fosse un insulto. Tutti a dire che un autore ha bisogno di un editore (inteso come “colui che vende il libro per me”) e non di un tipografo (inteso come “colui che me lo stampa”), come se il lato tipografico della faccenda fosse un surplus, qualcosa che non riguarda il libro come prodotto commerciale, quasi che il libro si vendesse da solo, per opera dello spirito santo che aleggia intono al vostro nome. E ci si scorda di quanta cura mettono invece alcuni editori nella realizzazione di un libro. Poi certo, magari la cura non è tutto, ma io vi dico, da lettore esigente, che c'è tipografo e tipografo là fuori, e che il mondo dell'editoria è pieno zeppo, fino alla nausea, di libri brutti e fatti male che affossano gli scaffali delle librerie. Magari l’abito non farà il monaco, ma conta. Così non date per scontato questo aspetto perché, proprio come nella vita, se infili un libro bello (per contenuti) in una brutta confezione difficilmente conquisterà più lettori solo in virtù del genio di chi scrive o delle capacità commerciali dell’editore. E non lo dico io, lo dicono quelli che i libri li comprano, i quali che non sempre sono disposti a perdonare un brutto titolo o una copertina insipida.

giovedì 17 maggio 2018

ciao, ciao, bambina

Stasera, rivedendo Il maestro di Vigevano (1963) di Elio Petri, pensavo che nel film Alberto Sordi, forse per via del taglio di capelli e degli occhiali, assomigliava terribilmente a Cesare Pavese. Pensavo anche che le due scene più drammatiche di tutta la sua filmografia sono girate sul ciglio di una strada e per colpa di una donna che lo lascia. In entrambi i casi i due personaggi da lui interpretati vengono lasciati perché incapaci di adattarsi alle nuove regole imposte dal boom economico. Sono persone integre e perciò inadatte a vivere il clima sfaccettato dei nuovi tempi. In questo caso, quando si rende conto che sua moglie lo tradisce con un altro, il maestro Antonio lancia un urlo straziato mentre la vede scappar via sull’auto dell’amante, prima di accasciarsi a terra. Nell’altro film, Una vita difficile (1961) di Dino Risi, del tutto ubriaco dopo essere stato lasciato per l’ennesima volta da sua moglie, il giornalista Silvio comincia a sputare sulle auto che lo sorpassano in un’alba senza sole, mentre suona Ciao, ciao, bambina di Domenico Modugno. In entrambi i casi l’automobile è il simbolo di un male che incombe inesorabile sull’innocenza del protagonista. Nel primo film si porterà via moglie e amante in un incidente mortale. Nel secondo sarà il simbolo dell’avvenuta corruzione di Silvio, che si presenterà al funerale della suocera a bordo di un modello lussuoso, pronto a impressionare sua moglie coi lustrini per riprendersela. Il riscatto finale di Silvio, in questo caso, per quanto affascinante sia, pare più un lieto fine posticcio a una storia già scritta, quella girata ancora una volta da Risi, e senza più nemmeno la scusa di un amore finito, nel Sorpasso (1962).