giovedì 13 settembre 2012

autunno

L’autunno è sceso all’improvviso, umido e piovasco, tanto che nessuno l’aspettava. Stava nascosto sui rami più alti, aggrappato agli aghi di pino, in compagnia dei colombacci, poi è venuto giù con un tonfo, mettendo tutti in fuga, aprendo la stagione della passera. E ha rubato gli ombrelli dagli armadi, lasciandoci gli scheletri in acciaio per far l’elemosina ai rigattieri laureati. L’autunno ride spesso, anche se non sembra, nascosto nelle cataratte di mio nonno, o fra le unghie affilate di un’amante, nelle cicatrici intorno agli occhi. E sta nelle campane impazzite che suonano da ore, annunciano la prossima bufera, così che Silvio è uscito fuori col fucile per spararle. Sta pure nel silenzio della casa, ora che cambiano gli orari del rientro, e mi chiamano le calze dai cassetti coi loro sussurri.

ognuno sta solo...

Ognuno sta solo nel cuor della doccia
trafitto dal gettito d’acqua:
e si gratta la pancia

martedì 11 settembre 2012

truffa

Con l’arrivo del Mercato Libero, branchi di rappresentanti si avventarono sulle nostre case come sciacalli affamati di truffa. Si può giustificare tutto questo solo pensando al bisogno dichiarato da alcuni di lavorare, ancora più alla gioia selvaggia che provoca l’inganno, il piacere dello stupro. Erano giovani senza avvenire, presi dalla strada e dunque senza scrupoli. Avevano cravatte intonate alla camicia.
I miei, sprovveduti a riguardo, confidando in quella giovinezza che per loro è futuro, proposta, si sono fatti fregare due volte, e qualcuna di più alcuni nostri amici, con contratti che prevedevano di farti risparmiare su luce e gas, chiedendoti in cambio più soldi. Né serviva esserne convinti, bastava uno scarabocchio sul foglio bianco per ritrovarsi le mani legate.
Abbiamo tentato lo stesso di rimediare alle truffe, e lottando contro un sistema che prevedeva di avere contatti unicamente con altri disgraziati messi un gabbia, polli d’allevamento nei call center, oppure con anonime caselle postali e ricevute di ritorno necessarie ma firmate chissà da chi, visto che poi delle nostre lamentele, nessuno sapeva mai niente.
Era un sistema fortissimo, inespugnabile come un castello, in cui la ragione non aveva spazio e persino gli avvocati erano inermi. Lo capimmo la prima volta il giorno in cui ci rivolgemmo a uno sportello clienti per chiedere comprensione e aiuto, e l’impiegato, con faccia di mattone, seduto a fumare, ci disse: “Non posso farci nulla. Scrivete una lettera.”

fermata

Ho passato la giornata coi vecchi che aspettano la morte alla fermata del bus. Siedono sulle panchine davanti alla farmacia, in piazza, e per ingannare il tempo fanno la conta di chi passa, senza distinzioni, ragazzini brufolosi per cui tutto è ancora ritardo e non una corsa mancata, o belle matrone dai fianchi ondeggianti che i vecchi fissano senza vergogna e chiamano cavalle con le voci cavernose di chi ha già un piede nella fossa. Una volta si contendevano la fermata con gli operai di turno all’Ilva, e si perdevano con loro, nell’attesa della corsa, in gare di fumate e di scatarri. Oggi, con gli scioperi e i licenziamenti, sono gli unici a restare qui, sbadigliando, il tempo scorre un po’ più lento anche per loro. Se gli parli di questa nuova solitudine, sollevano le spalle rassegnati: “Eh, ne abbiamo viste tante!”

lunedì 10 settembre 2012

neon



Opera di Donato Piccolo, esposta nella chiesa rupestre "Maria delle Virtù" di Matera.

domenica 9 settembre 2012

uomini e cani


Stalin, leggevo un po’ di tempo fa, non vedeva di buon occhio e anzi sconsigliava di coltivare amicizie. Questo perché, come sentimento di simpatia, affetto e dedizione disinteressata all’altro, l’amicizia poteva essere di intralcio all’amore assoluto per il Partito. Era, di base, un’idea talmente disumana, nel suo tentativo di creare uno stato di uomini soli e privi di conforto, se non nell’astratta idea di un mondo di uguali, che non meraviglia come poi il Comunismo russo sia crollato così rovinosamente, e in barba al suo falso mito di felicità.
Mi è tornato in mente l’altra sera, mentre passavo dietro l’ufficio postale, dove da un po’ di tempo si rifugiano di notte due randagi, di cui uno talmente vecchio e stanco da trascinarsi zoppicando, con estrema fatica, e ho notato nell’angolo fra i cespugli un piatto di pasta, messo lì per loro da qualche vicino.
L’affinità fra uomini e cani, in tempi di crisi, non è cosa nuova. Bulgakov, vittima della censura stalinista, scrisse a proposito un intenso romanzo chiamato Cuore di Cane. Negli anni ’80 Tom Waits, ispirandosi all’espressionismo tedesco, ha realizzato Rain Dogs, disco bello quanto stralunato, per descrivere la vacuità di un mondo sull’orlo del collasso. E Goya, all’apice di una sordità che rischiava di farlo impazzire mentre gli spalancava le porte di una comprensione universale del dolore, estremizzò questa fratellanza in un’opera disperatissima e minimale come El Perro, dipinta sulle pareti di casa sua, a Madrid. La testa di un cane che affonda oltre il fossato e nient’altro sopra che il vuoto.
Talvolta, mentre osservo gente molto più preparata di me abbaiare in tv per problemi che nel loro infinito ripetersi diventano astratti quanto l’aria, penso che di cani, soli o rabbiosi che siano, è pieno il mondo. Forse l’intelligenza li rende speciali, capaci di formulare pensieri, parole, e il dito opponibile, come ci insegnano i libri di scuola, ha dato loro la possibilità di creare tutte le meraviglie, più o meno evidenti, che ci vediamo intorno. Ma è nella pietà, nella capacità di sentire il dolore dell’altro e condividerne, anche solo moralmente, il peso, che i dislivelli si appianano e si realizza l’ideale di un mondo che ci vede tutti, uomini e cani, non migliori, ma uguali. Sarebbe il caso, per qualcuno, di ricordarlo.

Articolo uscito su Largo Belllavista n°62, settembre 2012, nella rubrica Senilità. Foto di Anders Petersen.

sulla scena del crimine






santo (2)





sabato 8 settembre 2012

il passo del granchio

Non avevo mai considerato prima il chiacchiericcio dei bevitori che ammantava gli spettacoli di Shakespeare, alla metà del ‘500, durante le tournée in giro per pub. C’erano strutture fatte apposta, è vero, ma il pubblico migliore lo trovavi fra beoni e sognatori d’ogni risma, puzzo rancido di sudore e piscio misto all’alcol, spifferi autunnali. Era il chiacchiericcio a riportare i versi sulla terra, a dare un peso indispensabile a ogni parola rubata al chiasso del bancone, nella battaglia della voce per affermarsi sulla vita intorno. Anche ieri, verso mezzanotte, due ragazzi inglesi interpretavano Romeo e Giulietta come da secoli, la scena del balcone miracolosamente trapiantata in una piazza italiana, e il pubblico del pub vicino stava fuori, nel primo freddo di settembre, a guardarli con gli occhi e i sorrisi spalancati. Il pubblico parlava, sovrapponendosi agli attori, costringendoci tutti ad aguzzare le orecchie, come quando da bambini si cercava di distinguere il passo del granchio fra gli scogli. Cercavano anche loro la poesia nell’altra lingua, illusi dal suo suono indecifrabile, ma la vita come sempre ha avuto il meglio, rapita e incuriosita dal momento, dal biancore delle cosce di Giulietta.

giovedì 6 settembre 2012

anche così si esplica un destino...

Anche così si esplica un destino
tu che parli a più riprese del tuo amore
(col tuo gancio formidabile!)
io che mai ti parlerò di come
l’aria senza te si fa pesante, ride di meno.

mercoledì 5 settembre 2012

destino nostro, penso, di pennuti...

Destino nostro, penso, di pennuti
restarsene sul trespolo vicini
che senza me, riaffermi a gesti
sarebbe vuoto di colori, e senza te
ti giuro nei miei sguardi, muto.

fuoco

Quando mio padre accende un fuoco di sterpaglie dietro casa, subito arriva veloce, dai campi, Simone il gatto, gridando come un ossesso “Pompieri! Pompieri!” oppure “Arriva la Guardia Forestale!” Quando il fuoco comincia a spegnersi, per sicurezza, Simone afferra la carriola, la carica di sabbia e la cosparge tutta intorno alle ceneri, facendo infuriare mio padre per lo spreco. “Calmati!” gli grida Simone, “o il fuoco si riaccende!” Poi va in cucina da mia madre, a farsi dare un succo e le racconta, con toni epici, la storia. “Oggi a tuo marito gli ho salvato il culo!”

domenica 2 settembre 2012

punizione

A un certo punto mio nonno, per dispetto, cominciò a pretendere di andare a dormire al tramonto, come le galline. Diceva di sentirsi solo e che dunque tanto valeva infilarsi sotto le lenzuola. Non era vero, ovviamente, c’eravamo. Ma se per caso gli stavamo troppo addosso si lamentava dell’eccesso di rumore e il più delle volte, di fronte alle nostre chiacchiere, se ne restava zitto, a fissarci divertito come si fa coi bambini. In verità, quella che chiedeva mio nonno era una compagnia costante ma silenziosa, presente ma che non disturbasse il flusso dei suoi pensieri, amore e dedizioni assoluti, a cui non dover dare necessariamente una risposta. Troppo per chiunque. Mio nonno andava a dormire, e per punirci si perdeva i piccoli accadimenti della sera, la gatta dei vicini che passava a reclamare la sua dose di biscotti, o la tartaruga che attraversava il giardino per venire a tuzzare alla nostra porta, mentre mio padre annaffiava le piante.

the wedding


colori

Da un paio di mesi il punto più colorato del nostro giardino sta in fondo, su una grossa pietra all’ombra, dove regolarmente lasciamo gli avanzi di frutta e verdura. È uno stratagemma che ci siamo inventati per tenere lontane le tartarughe dai fiori, di cui sono ghiotte. All’inizio ha funzionato, poi le tartarughe, furbe quanto voraci, hanno cominciato a passare diritto, depredando petali e foglioline verdi dalle piante, per poi tornare indietro e spazzolarsi anche gli avanzi. Sarebbe stato un fallimento se, nel frattempo, altri abitanti del giardino non avessero approfittato della cosa. Insetti per cominciare, a decine, a qualsiasi ora del giorno, poi le lucertole ghiotte d’insetti, e gli uccelli, e la gatta dei vicini in agguato per loro. Persino mio nipote, l’altro giorno, si è fermato ad osservare quella macchia di colori bagnata dal sole, e con gli occhi spalancati mi ha detto: “È un carnevale di moschini!”

sabato 1 settembre 2012

il scritore



E grazie a Linda, che me l'ha segnalato.

identità

Ho sempre immaginato che mio nonno ci nascondesse dei segreti, che ne so un passato non detto o delle identità alternative. Basta guardargli le mani grandi, scavate intorno alle vene come corteccia, per ritrovarci i segni di una qualche parentela con animali fantastici, come le zampe di una tartaruga di mare o gli artigli dell’ippogrifo. Anche quando sonnecchia, durante il telegiornale, si agita sulla sedia come un gattino che stia cacciando la sua preda.

giovedì 30 agosto 2012

lettera a un idiota

Caro Sandro o Mara o Maurizio o Cris o come ti firmi, finora sono stato tollerante, ma chiariamoci, non è che te l’ha ordinato il medico di venire qui, a scrivere insulti inutili come commento ai miei post. Ti rassicuro, a me non cambia la vita, se mi desse solo un briciolo di fastidio quello che scrivi, non ci metterei nulla a cancellarti dai commenti, mi basterebbe un attimo. Poiché non mi dai assolutamente fastidio – e come potresti, visto che non sei che un nome sulla mia bacheca, un piccolo o una piccola cacasotto che ovviamente non ha il coraggio di firmare col suo vero nome ciò che scrive, perché sa che ciò che scrive non ha alcun valore – non ti cancellerò i vecchi commenti, ma li terrò qui come esempio di cos’è una persona mediocre, cosa che dimostri di essere ogni volta che perdi cinque minuti della tua vita per scrivere le solite banalità piene di disprezzo e di rancore.
Da dove nasca il disprezzo non lo so, immagino dal fatto che ti ritieni superiore, ma allora mi dovresti anche spiegare come fai ogni volta a cadere così in basso. Oppure la vita minuta, “insignificante”, che ho eletto a mio mondo poetico, tu la vivi ogni giorno, ci sei condannato e poiché non sai uscirne o non vuoi, la condanni, perché in fondo condanni anche te stesso. E mi schifi perché non so andare oltre il tuo mondo dimmerda. Beh, sai come si dice, in questi casi, dalle mie parti? Arrangiati, tu e la tua mediocrità, io ho altro da fare.
Significa che, se anche non mi dai fastidio, non vedo perché dovrei tenerti sul mio blog a scrivere sconcezze. Perciò sei messo in guardia, Sandrone caro, tieniti pure il tuo anonimato e il tuo disprezzo, ma qualsiasi cosa mi scriverai da domani, se non avrà la decenza di un commento pensato come si deve, anche critico, ma che vada oltre l’insulto, verrà immediatamente eliminato. In fondo ti farei anche un favore: non è forse ciò che vuoi, fare in modo che il mondo ti censuri, così da poter dire che nessuno ha capito il tuo genio?