Iersera ho visto DONT LOOK BACK di D. A. Pennebaker, documentario che segue Bob Dylan nel suo tour londinese del 1965 poco prima della svolta rock. A parte il fatto che secondo me andrebbe inserito di diritto nella discografia di Dylan, come pura forza performativa che sprigiona dal Dylan in bianco e nero di quegli anni ’60: ogni gesto, ogni sbadiglio, in tutto ciò che fa Dylan è cool, angry, punk come non sarà mai più; a parte tutto questo fa una certa impressione vedere oggi come tantissimi fan si scusino con lui (si scusano davvero!) di non riuscire a volte a concentrarsi sulle sue parole perché distratti dalla musica! Dylan si schernisce: sono soltanto uno che suona la chitarra, eludendo così sia il suo ruolo di poeta che quello di guida sociale e politica. Qualcosa della sua insoddisfazione, però, trapela dalle sue esibizioni. Ti importa qualcosa di quello che canti? gli chiede il giornalista del Time, al che Dylan risponde incazzato: Non posso credere che tu mi stia facendo una domanda del genere. Eppure, quando alla fine i giornali gli danno dell’anarchico, ci resta quasi male: finalmente sono riusciti a trovare una parola per definirmi, dice con sarcasmo. Date una sigaretta all’anarchico, aggiunge, con una battuta entrata nell’immaginario popolare inglese, come se fosse l’ultima sigaretta di un condannato a morte. Perché di fatto, nell’universo dylaniano, tutto ciò che viene definito è già come se fosse un poco morto. Speriamo che la parola «poeta», con cui lotta da una vita, ora che ha vinto il Nobel non lo uccida del tutto.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
venerdì 21 ottobre 2016
giovedì 20 ottobre 2016
b.digital
Comincia da oggi la nostra nuova avventura, o impresa, come casa editrice, chiamata B.digital. Chi mi conosce ne avrà sentito parlare negli ultimi mesi in maniera quasi esclusiva. Per tutti gli altri B.digital è un progetto, vincitore del bando di finanziamento Funder35 con la Fondazione CON IL SUD, attraverso il quale cercheremo di rilanciare i nostri libri nel mondo digitale.
Di cosa si tratta? Di una serie di corsi prima per creare audiolibri, e-book e e-book multimediali e poi di booktrailer, media marketing e digital advertising per rilanciare questi nuovi prodotti sul mercato nella maniera più incisiva. I corsi saranno tutti tenuti da professionisti del settore. L'obiettivo finale, per noi, è quello di riuscire a creare libri multimediali, in più lingue, da rilanciare sul mercato europeo. Il progetto durerà per i prossimi due anni, mentre i corsi, indipendenti, cominceranno a fine novembre e andranno avanti, in formula weekend, fin a fine gennaio.
martedì 18 ottobre 2016
scintilla
Quelle volte che ti si accende finalmente (dopo tre giorni che la stai cercando) la scintilla di genio per una recensione di 5000 battute che devi consegnare entro giovedì, e tuo fratello (che ti considera l’equivalente umano di un maiale che si rotola gioioso nel fango) decide di passarti l’aspirapolvere e mentre lo fa, per abitudine, attacca a cantare un qualche pezzo d’opera con quella sua voce che fa tremare i vetri. La scintilla ha tremolato, poi si è spenta, sepolta dal frastuono.
domenica 16 ottobre 2016
a quelli che vorrebbero tenermi qui...
L’ultimo testo dell’ultimo libro di Attilio Bertolucci, il suo congedo dalla vita. L’ho letto stamattina sotto le coperte e ne ho ancora i brividi – l’eco – addosso. Ecco la differenza, mi dico, fra tanta buona cara onesta intensa poesia che scriviamo e pubblichiamo, e l’arte che squarcia il velo delle apparenze per scuoterci dal nostro torpore di passanti.
A quelli che vorrebbero tenermi qui –
morti che mi amano ancora
perché non gli resta altro da fare
che amarmi sin che anch’io
non sia tornato con loro
dietro il muro sbiadito e il marmo
che salda la calcina mischiata
con sabbia del Baganza e acqua
del condotto farnesiano –
vivi che non mi hanno mai amato
e dicono di preferire
quella mia poesia di una grazia
proverbiale, dico: lasciatemi andare,
giugno è ventoso
e queste foglie amare
sono imbrattate di lucciole sfinite,
lasciatemi andar via.
[La lucertola di Casarola, Garzanti 1990]
sabato 15 ottobre 2016
quando
Una volta lessi un articolo (non ricordo di chi) dove, scardinando il principio della scrittura intesa unicamente come arte, come distillato della bellezza del mondo frutto di una precisa visione dell’artista, di un sofferto lavoro creativo (un parto), si sosteneva che campare di scrittura si può eccome, con molta disciplina e dedizione al proprio lavoro, anche pubblicando un libro ogni sei-sette mesi (che sono oggi i tempi medi di vita del romanzo come prodotto editoriale).
Quando, però, ti capitano (e ti capitano) scrittori che di libri all'anno ne pubblicano tre o addirittura quattro, il dubbio un po’ ti viene, e mutuando la querelle del genitore che sottraeva il figlio ai compiti di scuola per godersi un po’ le proprie vacanze, ti viene da chiederti: ma questi, se scrivono quattro libri all’anno, di preciso quando vivono?
giovedì 13 ottobre 2016
incipit per un prossimo racconto
Scriveva lettere piene di disperazione alla moglie che lo aveva allontanato a causa del suo egoismo di scrittore.
la lotta per l'osso
Mi fanno un po’ ridere quelli che si scandalizzano per il Nobel per la Letteratura a Bob Dylan, e parlano di ingiustizia letteraria per il povero Philip Roth (che così povero secondo me non è). Sinceramente (ma lo dico come sfogo) se ci fosse una giustizia letteraria io, oggi, pubblicherei nella collana bianca di Einaudi. Così, per dirne una. E come me molti bravissimi scrittori che conosco. Invece Einaudi pubblica, da anni, molte più cagate in versi di quelle che ha composto Bob Dylan in 50 anni di canzonette. Ma non è solo Einaudi. Tante altre case editrici che si dicono libere pubblicano semplicemente (per far quadrare i conti, dicono) più merda di quanta se ne possa digerire, in cui fanno proliferare autori senza alcuno spessore, che pubblicano libri di cui nessuno ha bisogno non perché sono più bravi di altri, ma solo perché sono meglio intrallazzati, sempre al posto giusto al momento giusto, a dire la cosa giusta per essere simpatici. La letteratura è anche un lavoro relazionale, si sa. E così vanno in tv nei salotti giusti, fanno inchieste giornalistiche che non denunciano nulla, fanno satira insulsa, fanno politica ma si incazzano sempre senza arrivare mai a nulla, talvolta fanno utilissimi pompini, e cucinano e cantano e giocano a calcio, ma senza sfiorare mai (tranne rare eccezioni) la Letteratura, nemmeno per sbaglio.
Eppure, in tutto questo sistema diabolico, che non è l’eccezione ma la norma, invece di incazzarsi per la merda nauseabonda che circola nelle nostre librerie, imbellettata da marchi prestigiosi, quello che rode di più è che Bob Dylan (anche se pubblicato da Feltrinelli) non fa letteratura, non fa musica e non fa nemmeno arte. E visto che non fa nemmeno pompini, non si sa come giustificare questo errore. Forse dovrebbe giocare a calcio.
Parlando di errori, stamattina mi scriveva una mia amica sconsolata: “è morto Dario Fo, siamo più poveri”. E a me è venuto da pensare che sì, è vero, siamo poveri, ma Fo era anche anziano. Il problema, il problema vero, immenso, non è che si sente la sua assenza, ma che si sente l’assenza di un ricambio che non c'è stato, non perché manchino i talenti ma perché chi c’ha il Potere (come lo chiamava Fo) economico, editoriale, chi potrebbe dargli spazio, ampio, di azione e di pensiero, piuttosto che investire in quei giovani talenti, preferisce storcere il naso, guardare altrove, e non sempre al meglio o in buonafede. E ripetere a chi scalpita, come succede a me: “questo posto non va bene per te, col tuo talento forse dovresti andartene altrove”. Invertendo, di fatto, il celeberrimo: Questo non è un paese per vecchi, che Cormac McCarthy (anch’egli meritevole di Nobel) ha mutuato come titolo di un suo romanzo da una poesia di Yeats. (Sempre questa Poesia che torna fra le balle). E se qualcuno si lamenta del trattamento, al Potere piace ripetere che emergere, da sempre, è una lotta spietata. La lotta fra cani per l’osso.
martedì 11 ottobre 2016
le vertigini
Sono fatto d’acqua e ho le vertigini, mentre provo a reggermi sulle mie gambe senza troppo successo. Di buono c’è che quando cado non mi rompo le ossa, e la stanza intorno, quando mi apro sul pavimento e poi mi riassorbo, ne viene fuori un po’ più pulita. In verità spero che così, assorbendo lo sporco, potrei riuscire a compattarmi meglio. Invece prevalgono ogni volta l’acqua e le vertigini.
domenica 9 ottobre 2016
gozzovigliare all’ombra dell’autore
Leggo da alcuni giorni tutte queste storie sulla vera identità di Elena Ferrante (di cui in verità ci frega poco o nulla) e sulla necessità o meno di conoscere la biografia dell’autore per capire meglio l’opera, e mi tornano in mente alcuni vecchi termini della critica dell’arte che studiavo all’università: Iconologia (per cui l’opera è il risultato di un insieme di segni desunti dall’ambiente sociale in cui l’autore si è formato e da cui è permeato, e quindi un po’ figlia dell’autore e un po’ di più del suo ambiente) contro Sociologia (in cui l’opera è frutto del continuo confronto dialettico fra autore e ambiente, e da come l’autore e l’ambiente, spesso in lotta per affermarsi l’uno sull’altro, si trasformano a vicenda). Per dire che questa storia dell’importanza o meno dell’autore verso l’opera è vecchia quanto il cucco.
Nel medioevo, ad esempio, la presenza dell’autore era considerata un atto di vanità colpevole dell’uomo verso Dio, atto che inficiava il valore stesso dell’opera, a Dio offerta. L’autore rimaneva spesso agente anonimo di un intero mondo, ma non per questo le cattedrali sono opere meno perfette e stupefacenti. Nel romanticismo (nei cui rigagnoli sguazziamo ancora oggi, felici e inconsapevoli) l’opera senza il vissuto dell’artista diventa quasi inconcepibile, perché nella dicotomia autore-opera, noi pubblico contempliamo l’opera (la bramiamo) ma è nella storia dell’autore che ci rispecchiamo, ci identifichiamo, e troviamo un motivo consapevole (perché semplificato) alla nostra bramosia estetica. E in effetti, quanto perderebbero I Canti di Leopardi al nostro occhio, senza il tormento autobiografico che ad essi attribuiamo?
Qualcuno si tira indietro, volontariamente, dal gioco (Rimbaud, Salinger). Qualcun altro, all’opposto, imprime se stesso nell’opera a tal punto che siamo costretti a prendere entrambi come uno solo (Hemingway, i poeti, ma pure personaggi discutibili, tossici, violenti, che dal vivo terremmo a distanza ma che nell’opera perdoniamo e nobilitiamo). Qualcuno dall’opera si tiene a distanza di sicurezza (Emily Dickinson). Ma non è, mai, una regola necessaria. Ma che succede, nel pubblico, quando non può identificarsi con l’autore, mentre brama l’opera? Semplice: non potendosi aggrappare ad altro, inverte il rapporto e cerca spasmodicamente tracce dell’autore nell’opera, per soddisfare il proprio bisogno e al contempo compensare la sua assenza. Così alimenta il mercato. Tutto questo per dire che, nel caso Ferrante, non pare di risalire a nessuna delle casistiche sopra esposte, frutto né di umiltà né di tormento, al massimo di opportunità ben ponderata, in cui a un certo punto l’opera vale più per il mistero di chi l’ha scritta che non per la sua qualità intrinseca, e anzi, nonostante quella. Infatti i libri della Ferrante, belli o brutti che siano, anche grazie al mistero che la circonda, vendono benissimo, e non solo: danno anche spazio a chi, alimentando o smontando il suo mistero, gozzoviglia all’ombra dell’autore, di cui l’opera non è più centro ma corollario.
lezioni di vita
«Minchia la frustrazione dei poeti! Anche io quando mi lascio con una ci sto male, però mi faccio forza, vado avanti, mica scrivo dei poemi per farlo sapere a tutti. Un po’ di maturità!».
Danilo, 19 anni appena compiuti, mi dà lezioni di vita.
gli scomparsi
Nel sogno morivano tutti senza volerlo. Alcuni scomparivano persino dal ricordo, o forse si nascondevano e basta. Altri continuavano a vivere – nella finzione – una vita priva di senso ma ricca di alibi. Come quello di darsi appuntamento per parlare degli scomparsi, porsi domande su di loro, offrire aneddoti come risposte e trattenerli il più a lungo possibile, fino a quando, a forza di ripeterli, gli aneddoti stessi diventavano vuoti.
venerdì 7 ottobre 2016
poeti e fagioli
Stamattina visita con caffè a Lino Angiuli. Ci racconta un aneddoto spassoso sul suo rapporto controverso col prof. Arcangelo Leone De Castris, che avrebbe voluto farne un critico invece che un poeta. Il giovane Lino va da lui e, per sfotterlo sul suo terreno linguistico-ideologico, gli dice:
«Arcangelo, ho scritto una poesia sul fagiolo. È una cosa nuova, che finora non ha mai fatto nessuno… scrivere una poesia e infilarci dentro il fagiolo. Ti rendi conto? Ho FAGIOLIZZATO la Letteratura!»
De Castris, che coglie o forse no l’ironia, abbocca all'amo e serissimo risponde:
«No Lino, ma che dici. Tu hai LETTERATIZZATO il Fagiolo!»
giovedì 6 ottobre 2016
shotgun willie
Shotgun Willie, la title track di quello che molti considerano il capolavoro discografico di Willie Nelson, esponente di spicco del country americano, venne scritta in un periodo di grande confusione creativa ed esistenziale, nel bagno di un motel, sulla confezione vuota di un assorbente. A dispetto del poco fascino di questa storia, il nomignolo “Shotgun” Nelson se lo guadagnò in un autentico duello in uno scenario da selvaggio west. Pare che Willie, intorno al Natale del ’69, abbia scoperto che sua figlia Lana subiva violenze domestiche da suo marito Steve Warren. Infuriato, si reca dal marito di Lana, picchiandolo e minacciandolo di ucciderlo se solo ci riprova. Appena ripresosi dalla batosta, Steve Warren, invece di pentirsi e fare ammenda, raduna tutti i suoi fratelli, armati di fucili calibro 22, li carica sul suo furgone e si dirige a casa di Nelson. In quel momento Willie è in casa col suo batterista Paul English. I fratelli Warren circondano la casa e cominciano a sparare. Willie e Paul, armati di fucili da caccia [shotgun], rispondono al fuoco. Ne nasce una lunga sparatoria, che si protrae per ore con tanto di inseguimenti, agguati, trappole, rapimenti, il tutto nell’indifferenza della polizia del Texas, che non vuole immischiarsi in quelle che ritiene “beghe famigliari”. Alla fine e contro ogni pronostico Willie e Paul risultano vincitori, costringendo i Warren alla fuga e regalando a Willie il suo celebre soprannome. Pare anzi che Walker Texas Ranger sia stato in parte ispirato nell’aspetto (barba e capelli lunghi) proprio dal buon vecchio Willie Nelson.
sul rinnovato compiacimento per l'ultimo bel film di woody allen
Mi vien da dire, da alleniano convinto, che ogni cinque anni circa c’è qualcuno che dice che Woody Allen è finito, morto, sepolto, superato, e per giunta inutile. Poi torna a fare un bel film ogni quattro carini (negli ultimi venti anni ne ha fatti un sacco carini) e tutti ritornano a dire, sorpresi e un po’ dimenticandosi precedenti affermazioni: “Ah però, Woody Allen, sempre grande lui!”. Woody Allen intanto se ne fotte beatamente e continua a far film, belli, brutti, soltanto carini, non importa, perché lui semplicemente prosegue la propria ricerca. Perché un artista serio non fa le sue cose pensando: “Questo sarà un capolavoro che piacerà a tutti”. Uno fa e basta, al meglio che può, e dà forma alla sua idea. Punto. Il capolavoro, se c’è, ce lo vedono (o ce lo vedranno) gli altri. Riuscirci è una scommessa, non un obbligo morale verso il pubblico. L’unico obbligo è l’onestà dell’intenzione. Poi, se come appassionato ti piace davvero un artista, secondo me, la ricerca in sé (la sua intera produzione vista nel suo insieme, compresi gli errori, i tentativi, gli scarabocchi e le imperfezioni) è più interessante della singola opera. Ed è il motivo per cui, per estensione, di Leonardo o Rembrandt collezioniamo anche gli schizzi. E se proprio si vuole il capolavoro a tutti i costi, per soddisfare il proprio fine palato sempre a caccia di nuove emozioni estetiche, c’è tanta roba in giro, ottima per quanto meno prestigiosa nel nome, basta cercare. Oppure si può sempre tornare ai classici, a cominciare dalla Corazzata Potemkin di famigerata e surreale memoria.
lunedì 3 ottobre 2016
californication in locorotondo
Siccome sono tordo, mi hanno appena spiegato che in quanto editore non posso provarci con le autrici che pubblico perché è eticamente scorretto. Come mettere un bambino nel negozio di caramelle e dirgli: non puoi perché se no ti viene la carie. Prima mi è cascato il mondo addosso, poi ho realizzato che qui o sono sposate, oppure sono maschi (il 90%) e nemmeno il mio tipo. Insomma, il seme del male era in nuce, ma grazie alla mia solita sfiga posso dormire sogni tranquilli. A ogni buon conto, per evitare future tentazioni, faccio mio il proposito di Cecco Angiolieri, con variazione salutare per l’anima: «Si fosse Lillo com’i’ sono e fui/ torrei le donne zoppe e vecchie:/ le giovani e leggiadre lasserei altrui». (Tradotto: le belle tentazioni se le pubblichino gli altri, così ci provo senza più turbe morali). Se ci riesco o no, è ancora tutto da vedere. Il seguito alla prossima stagione.
sabato 1 ottobre 2016
ninna nanna
Viaggio in treno, vagone di seconda classe. Seduta di fronte a me una ragazza, credo russa, parla da circa mezz’ora al telefono nella sua lingua. A un certo punto comincia a cantare con voce limpida una specie di nenia, come una ninna nanna del suo paese, mentre il suo viso si scioglie nella luce del vetro. Si ferma, prova a giustificarsi con la persona di là, con tenerezza e apprensione. Poi si accorge che la osservo di sottecchi e forse fraintende il mio sguardo, crede che mi stia disturbando. È mia figlia, mi spiega, sente il rumore del treno e pensa che me ne sto andando per sempre.
venerdì 30 settembre 2016
parma, due madonne e l'inculato
A Parma, Alessandro Silva mi spiega che la statua qui sotto, vicina al ponte e irretita dai fili del tram che ne amplificano la drammaticità, viene "amichevolmente" chiamata l'Inculato, non ho ancora capito se per la posizione scomoda o perché come soldato è votato per sempre al martirio della guerra.
giovedì 29 settembre 2016
sacralità (a mantova)
Stamattina presto passeggiavo per Mantova e sono entrato in una chiesa. Luce radente del primo mattino umido. Un suono, una lunga nota, alta e monotona riempie lo spazio come l’eco di una campana, gli dà volume, infilandosi fra le panche e in alto fino alle volte nude, di una sacralità nuova e senza tempo. Musica ambient, mi dico ammirato. Immagino sia una sorta di installazione e penso che Mantova è davvero avanti, vera capitale della Cultura. Mi siedo in una cappella laterale, per godermela al meglio, e resto lì per mezz’ora, in estasi, prima di accorgermi che è solo l’accordatore che sta accordando l’organo a canne.
Un ulivo a Mantova.
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